La solitudine dei numeri primi è il titolo del film diretto da Costanzo Saverio tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Giordano.
Presentato in concorso alla 67ª Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, è stato distribuito nelle sale il 10 settembre 2010.
Se a qualcuno fosse sfuggito, potrebbe essere un regalo a se stessi l’acquisto del dvd.
Non è certamente un film che passa inosservato ed è forse il periodo estivo il più adatto per vederlo, perché c’è una profondità che va diluita con una bella giornata di sole.
Protagonisti sono una bambina e un bambino, poi adolescenti, giovani e infine adulti.
Si chiamano Alice e Mattia: due nomi comuni e apparentemente due vite normali, nella realtà due esistenze seriamente compromesse da circostanze familiari non volute.
Fortuna-sfortuna queste due metà, incomprese ed emarginate da tutto e tutti, si incrociano, si sfiorano, un’occasione di felicità inattesa, ma la loro conoscenza non va oltre la superficie, per la fatica di dover tornare indietro ad un passato inconfessabile persino a loro stessi.
Alice è zoppa, derisa per la sua debolezza dalle compagne di scuola, artificiali e sciocche.
Mattia è matto, pratica atti di autolesionismo sul suo corpo.
Alice è bella, Mattia è bravo a scuola, ma non basta.
Niente basta per cancellare i traumi subiti nell’infanzia.
Un padre megalomane che spinge la figlia a un “dover essere” insopportabile e a un’esagerata esibizione, fino a un incidente irrimediabile durante una spocchiosa gara di sci. Ecco perché Alice è zoppa.
Una sorellina autistica che il fratello gemello, ma diverso, cura con amore, ma anche un peso troppo grande da portare con sé per un bambino che vuol giocare con i coetanei senza umiliazioni, fino a una festicciola qualunque in cui il caro “peso” viene parcheggiato momentaneamente su una panchina per mezz’ora di libertà: la sorellina scompare nel nulla quel giorno, inghiottita dalla nebbia e dalla pioggia, fuori per sempre da quel mondo che non sarebbe mai riuscito a capirla.
Ecco perché Mattia si tagliuzza, perché si sente responsabile di quel solo pomeriggio di svago.
Alice e Mattia si scopriranno strettamente uniti, fatti l’uno per l’altro, eppure invincibilmente divisi.
Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano “primi gemelli”: due numeri primi vicini, come l’11 e il 13, ma mai abbastanza per toccarsi davvero, per comunicare veramente, per condividere insieme il presente.
Anestetizzati dal proprio dolore interiore sono una coppia che parla, senza dire, con il silenzio di sguardi su cui leggere le emozioni, i sentimenti, le sofferenze e la dignità.
Si completano perché uno è la spiegazione dell’altro e un modo per andare oltre, ma la paura di ammettere il proprio vissuto è tanta.
Dall’incontro si arriva al distacco, anni di successi sul lavoro per Mattia, di un nuovo amore per Alice, ma alla fine i conti non tornano.
La mancanza si fa struggente, il malessere cresce per entrambi fino al ricongiungimento e l’essere si esplica nella sua dimensione più drammatica e tormentata per essere salvato da un bacio che chiude il sipario del film.
Il finale enigmatico lascia più di un dubbio, per riflettere.

Diana Maria Elena Fusco

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