Dopo Flash Dance, Dirty Dancing e Billy Elliot, il 18 febbraio è uscito nelle sale cinematografiche italiane l’atteso film sulla danza e non solo: “Il cigno nero” ovvero “Black Swan”, regia di Darren Aronofsky, sceneggiatura di Andres Heinz, Mark Heyman, John J. McLaughlin , fotografia di Matthew Libatique, musiche di Clint Mansell.
Il film di origine statunitense ha aperto, in concorso, il Festival di Venezia 2010.
“Chi non danza non sa cosa succede” recita un frammento gnostico.
Chi è esperto del settore sa che il mondo dei ballerini è ben oltre il palcoscenico e l’eleganza della danza classica è frutto di un duro lavoro quotidiano dietro le quinte, fatto di incalzanti prove da superare soprattutto con se stessi e di evoluzioni non solo fisiche, ma anche interiori.
La danza è un’arte graduale, che si apprende passo dopo passo con costanza, sacrificio e disciplina.
I movimenti armoniosi che si possono ammirare in un balletto sono l’esito di un lungo percorso dove il corpo si trasforma piano piano e dove dopo tanto tempo si può osservare come dal rigore nasca la grazia.
Ballare seriamente significa crescere, prendere consapevolezza della propria originalità.
La dolce ballerina Nina Sawiers, interpretata da una magistrale Natalie Portman, stupenda vincitrice del Premio Oscar 2011 per la migliore attrice, è perfetta nelle sue esibizioni, forse troppo perfetta per testimoniare la realtà della vita e per impersonare nel celeberrimo balletto “Il Lago dei cigni” di Čajkovskij la grande parte di Odette-Odile, del cigno bianco e del cigno nero.
Due ruoli diversi, opposti eppure inscindibili che rappresentano il lato puro e il lato oscuro della personalità dell’essere umano. Eppure la sua indiscussa bravura stilistica e il suo talento agli albori non è passata inosservata al direttore della scuola, interpretato da un misterioso e seducente Vincent Cassel, che ha scelto Nina per rappresentare entrambi i cigni.
La fragile e delicata ballerina dovrà attraversare i suoi limiti, la sua insicurezza e le sue paure per diventare la nuova stella.
Qui inizia il dramma: non è mai né tutto bianco né tutto nero, ma la candida etoile non riesce ad ammetterlo e censura ogni divagazione dalle rigide regole imposte dalla madre, Barbara Hershey, ex ballerina di scarso successo, possessiva e sottilmente nevrotica.
Nina è apparentemente anche nel privato soltanto un meraviglioso cigno bianco. Tutta la sua esistenza è ferma al tempo dell’infanzia, bloccata a girare sul perno di un carrilon che suona sempre la stessa musica e che la madre di Nina ricarica instancabilmente, allegoria del suo controllo maniacale sulla figlia.
L’ avvicinarsi del debutto trasformerà Nina in indiscussa protagonista e darà una piroette alla sua vita.
In poche scene il copione si tinge di sfumature di momento in momento più noir fino a diventare un vero e proprio thriller.
Particolare l’equivoca figura del maestro che istruisce l’allieva al di là dell’immaginabile, provocando Nina a non eseguire solo esatte legazioni tecniche, ma a lasciarsi andare emotivamente per far emergere l’eros e il proprio Io nascosto e a sfoderare la sua capacità di seduzione e di presa sul pubblico. Il pathos è in continuo crescendo in un alternarsi di sentimenti all’eccesso: il senso di colpa, la rivalità e la gelosia verso il suo alter ego, l’ardita compagna appena arrivata, Lily, una Mila Kunis sciolta e conturbante.
Le emozioni si susseguono rapide nella mente di Nina, costretta a confrontarsi per una volta su tutte con le sue ombre che esplodono in suggestioni, deliri, allucinazioni, incubi.
Un’indimenticabile storia dai forti risvolti psicologici dove la doppia personalità risulta essere artisticamente la combinazione vincente.
Manciate di minuti di alta tensione per un film straordinario che fa ballare l’anima.
 

Diana Maria Elena Fusco

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