Un tempo, Napoli era una delle mete più gettonate del turismo internazionale. Aveva tutti gli atout per primeggiare: panorami mozzafiato, palazzi superbi, urbanistica particolare, prestigiosi musei, dintorni splendidi, lo sfondo del Vesuvio, Ercolano e Pompei, una cucina prelibata e, infine, una popolazione simpatica, che faceva dimenticare la presenza, a volte folcloristica, di qualche “mariolo”.
Era (ed è ancora) una delle città più conosciute e visitate del mondo turistico, che, pur di godersi il piacere di vivere per qualche giorno le sue magiche bellezze, le perdonava le non sempre rare avventure con qualche “scugnizzo” svelto di mano. Anche il disordine di Forcella e dei quartieri spagnoli faceva parte del folclore di questa metropoli dal fascino unico al mondo, meta del turismo internazionale. Oggi questa splendida città è l’oggetto delle critiche mondiali, perché ridotta a un’immensa pattumiera. All’inizio sembrava solo una forma di protesta, anch’essa un po’ folcloristica, ma con il passare degli anni le giustificazioni si sono rivelate infondate, mentre sempre più “tangibile” resta il tanfo del pattume non rimosso e che quello stesso splendido sole, vanto di Napoli, rende insopportabile. Non è compito del cronista del turismo sviscerare i problemi che hanno ridotto questa antica, splendida ex Capitale a diventare una discarica a cielo aperto. Noi, che abbiamo amato quella città per le sue ineguagliabili bellezze, siamo inorriditi nel vederla ridotta a un deposito d’immondizie abbandonate per le sue strade, attorno ai suoi monumenti, nei luoghi che hanno in passato resa celebre la città. Ignoriamo se i responsabili di tanto misfatto si siano resi conto del danno che tale stato di fatto ha causato a Napoli, all’Italia, all’industria turistica cittadina e nazionale. I feroci commenti da parte delle altre Nazioni (e in modo speciale quelle a noi concorrenti) sono di pubblico dominio. Ci auguriamo che i responsabili di tale stato di cose siano chiamati a rendere conto del misfatto e che cessi il puerile rimbalzo delle responsabilità.

Umberto, Roberto e Luciana Granati
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