Oggi 4 novembre 2011, Festa delle Forze Armate nell’anno in cui ricorrono i 150 dell’Unità Nazionale. In questo giorno dove si festeggiano tutte e due le ricorrenze, dobbiamo necessariamente intravvedere il futuro. Siamo orgogliosamente consapevoli che gli italiani hanno saputo combattere, vivere e morire per formare un’Italia Unita e creare così un’identità culturale. Le Forze Armate italiane sono la sicurezza e la stabilità nella nostra Nazione e nelle aree più critiche del mondo, compito che richiede il sostegno del mondo civile affinché siano poste in condizione di affrontare efficacemente le nuove minacce che affiorano all’orizzonte.
Da qualche anno scrivo per le Forze Armate. Sono solo pochi anni, ma sono bastati per capire e abbracciare i loro inestimabili valori come il rispetto, la correttezza e l’amore verso la nostra Patria. Ho potuto constatare il loro voler essere vicino alla popolazione, tuttavia, rimane il problema della non conoscenza del Mondo Militare. Non so combattere con le armi, lo scrivere, pertanto, è il mio unico modo di combattere per fare conoscere chi difende la nostra Patria a costo della vita. Io sostengo che insieme all’Esercito Italiano e a tutte le Forze Armate, che fronteggiano minacce d’ogni tipo per difendere la democrazia, noi formiamo un’unica grande famiglia. Quindi, in questa occasione in cui si festeggiano le Forze Armate è d’obbligo avere un momento di riflessione . A tale proposito, mi sto accingendo a intervistare il Generale di Corpo d’Armata e Capo di Stato Maggiore Giorgio Battisti, al vertice del Comando NATO di Reazione Rapida in Italia, di Solbiate Olona, un Comando multinazionale a guida italiana che è in grado di gestire operazioni militari in aree di crisi.
«Vogliamo che i cittadini ci conoscano e sappiano che non siamo un mondo a parte ma, poiché italiani, cerchiamo ogni giorno di dare sostanza ai valori fondanti della nostra Patria».
Queste sono le parole che ho sentito pronunciare dal Generale Giorgio Battisti.
Generale, ci può parlare del Risorgimento?
«Certamente, ma voglio premettere che la nostra chiacchierata non s’incentrerà sulle vicende belliche che hanno contraddistinto l’Unità d’Italia, anche se le tappe che hanno scandito il Risorgimento sono rappresentate storicamente dalle Guerre d’Indipendenza». 
Va bene. La domanda potrebbe essere questa: Cosa rappresenta l’Italia per Lei?
«L’Italia è un’opera maestosa fortemente voluta da tutti gli italiani. E’ stato un grande avvenimento storico, con il valore aggiunto di significative battaglie combattute con l’ardore che solo gli italiani hanno saputo infondere e da dove è partito il vero riscatto della libertà. L’Unità d’Italia è stato un evento grandioso che contava su una popolazione pronta a difendere l’idea di Patria nascente; è stato un evento unico, ma non irripetibile. Infatti, noi italiani, consci dell’inestimabile valore della libertà, con grande nobiltà di animo, siamo capaci di sacrificare la vita per aiutare anche altri popoli a conquistare la libertà, come ad esempio, ultimamente, al popolo afgano».
Cosa ritiene utile ricordare?
«Credo che le campagne militari siano (o dovrebbero essere) ampiamente note. Al riguardo, sarebbe utile ricordare l’elevato contributo di sangue e di sacrificio dati dall’Esercito piemontese e degli altri stati preunitari prima, e dall’Esercito Italiano poi, unitamente ai volontari di tutte le formazioni, per dare agli Italiani una Patria ed una identità nazionale».
Su cosa intende soffermarsi?
«Sul ruolo più ampio ricoperto dall’Esercito in quegli anni, che l’ha visto protagonista in numerosi settori della società italiana. Un esempio di come la storia militare possa abbracciare la storia sociale e culturale di una nazione. Innanzitutto, i numerosi militari che avevano militato nelle armate napoleoniche ed inquadrati negli eserciti della restaurazione. Essi furono i primi a promuovere e diffondere in Italia i valori e gli ideali di libertà, d’innovazione sociale e politica portate in Europa dalla rivoluzione francese».
Tutto questo cosa ha prodotto? «Un’esperienza spirituale e materiale che animò i primi moti del risorgimento. Essi, infatti, avevano maturato un inestimabile patrimonio di virtù militari, alle quali gli Italiani erano desueti».
Questa esperienza, seppur portatrice di grandi valori, cos’ha innescato nell’animo degli italiani?
«La speranza! Gli italiani avevano assimilato idee di Patria e d’indipendenza, avevano acquistato coscienza di se, del proprio valore e della propria identità nazionale. Nonostante l’umiliazione della retrocessione del grado e della mezza paga, essi portarono fra i commilitoni il ricordo di quell’epopea che più si allontanava nel tempo più assumeva i colori della leggenda; portarono un ricordo ed alimentarono speranze».
Quindi, Generale, attraverso queste idee nacquero i primi moti rivoluzionari?
«Non a caso i primi moti rivoluzionari avvenuti nel 1820 a Napoli e nel 1821 in Piemonte furono esclusiva opera di militari, quali Guglielmo Pepe e Santorre di Santarosa che avevano combattuto nelle file napoleoniche».
Questi moti che cosa hanno risvegliato negli italiani? «L’orgoglio nazionale!».
Non credo che il popolo fosse intellettualmente preparato, pertanto, a chi dare l’onore della regia?
«Inizialmente fu appannaggio di pochi illuminati intellettuali, che sull’onda dell’entusiasmo cominciarono a diffondersi in tutti gli strati sociali delle popolazioni».
Quando il popolo prese coscienza di voler lottare per la libertà?
«Dieci anni dopo (febbraio 1831). Le sommosse che avevano avuto il loro epicentro nei Ducati emiliani e nello Stato Pontificio, furono promosse in massima parte dalla borghesia. Il movimento liberale si era, dunque, esteso ed ampliato, aveva fatto leva sulle classi più giovani, dimostrava di aver nuovi e più vasti orizzonti».
L’Armata Sarda quale ruolo ha avuto?
«L’Armata Sarda, nonostante la sconfitta subita nell’1a Guerra d’Indipendenza, aveva dato la possibilità al Piemonte di diventare agli occhi degli Italiani il simbolo dell’unificazione nazionale, proseguita sui campi di battaglia della 2a e 3a Guerra d’Indipendenza, per concludersi con la “breccia di Porta Pia” nel 1870 e nelle trincee della 1^ Guerra Mondiale».
Generale come e quando avvenne l’Unità d’Italia?
«Il 4 maggio 1861 Manfredo Fanti, Ministro della Guerra, firmava e demandava a Torino, prima capitale dell’Italia unita, una breve “nota” che era l’atto di costituzione ufficiale dell’Esercito Italiano. L’ordine, contraddistinto con il numero n. 76, testualmente prescriveva: “… d’ora in poi, il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l’antica denominazione di Armata Sarda”».
In effetti, era una consegna?
«Sì. Quest’atto, tanto più solenne quanto più semplice e schematico nella sua forma scarna e priva di ogni retorica, era nel tempo stesso una consegna: affidava all’Esercito la custodia e la tutela di quel nome “italiano” che ora lo qualificava e, con esse, gli assegnava il compito, che aveva i caratteri della missione e la consistenza morale dell’apostolato, di proseguire sino in fondo l’opera dei padri, di portare a conclusione il nostro risorgimento».
Mi scusi Signor Generale, quando sono avvenuti questi passaggi di consegna, non ci sono stati problemi di ordine organizzativo?
«Sì. Il Regio Esercito, nato nell’arco di un travagliato biennio con la tumultuosa riunione di elementi eterogenei quando non addirittura antitetici, provenienti da tutti gli stati preunitari e dalle formazioni di volontari, dovette superare nei suoi primi anni di vita gravissimi problemi di ordine morale ed organizzativo».
L’Esercito Italiano come conquistò la fiducia?
«Stando vicino alla gente, essendo di supporto nei momenti difficili».
Quale fu uno di questi interventi?
«L’epidemia che colpì il meridione d’Italia nel 1867 vide i soldati svolgere una capillare opera di tutela dell’ordine pubblico e di protezione della popolazione, del tutto abbandonata dalle autorità locali. Di quei drammatici giorni fu testimone Edmondo De Amicis, allora Sottotenente del Regio Esercito. Queste testimonianze le leggiamo nell’opera “La vita militare”».
Di fatto, quando si capì che prendeva forma l’identità italiana?
«L’istituzione della leva obbligatoria, una delle prime misure adottate dal Regno d’Italia nel 1861, mette in luce un’altra finalità, meno evidente ma forse più importante: la formazione di un’identità italiana. Fu proprio il Regio Esercito a realizzare concretamente l’unificazione linguistica, culturale e sociale dei cittadini di una nazione che faticosamente si faceva strada tra lo scompiglio delle rivoluzioni e degli interessi dinastici, dove serpeggiavano divisioni e livori in parte di classe, in parte retaggio di una mentalità feudale».
Quindi, la coscrizione si rivelò uno strumento assai più efficace di altre istituzioni per modellare la nuova Italia?
«In effetti, sì. Grazie al servizio di leva, gli Italiani hanno potuto progredire e forgiare le loro qualità e il loro carattere nazionale: furono i mesi passati in caserma, nei riti dell’istruzione, nei rapporti con i Sergenti e gli Ufficiali, nelle libere uscite e nelle punizioni a formare e temprare molta parte del carattere nazionale. La leva obbligatoria ha contribuito grandemente, insieme con la scuola elementare, alla formazione di un’identità unitaria italiana. Fu attraverso il servizio militare che milioni d’Italiani scoprirono di essere tali, impararono accanto al loro dialetto una seconda lingua (l’italiano), uscirono dall’orizzonte circoscritto di una valle di montagna o dei pochi chilometri quadrati del "paese", si staccarono dall’immutabile rigidità della famiglia patriarcale con i suoi riti e le sue obbedienze, si confrontarono con la politica».
Qual è stato l’altro pregio della coscrizione?
«La naja, vero rito di passaggio dalla giovinezza all’età adulta, ha strappato generazioni di ragazzi agli orizzonti angusti della campagna e della provincia, ha insegnato loro, seppure sommariamente, a leggere e scrivere, affrancandoli dal dialetto, li ha abituati a un’alimentazione completa, alla profilassi di malattie endemiche, ha integrato nella nazione prima le grandi masse contadine, e poi quelle operaie e cittadine, formandole al rispetto delle leggi, all’assolvimento dei doveri ed, infine, alla fruizione dei diritti».
La caserma, più che luogo di addestramento militare, appare come il luogo in cui si sono "fatti gli Italiani"?
«Certo, compresi coloro che l’hanno evitata, i "riformati", e le donne, che da madri, fidanzate, mogli, amanti hanno vissuto da vicino le avventure e le sventure del popolo delle reclute».
Grazie Generale, con questo racconto Lei ci ha fatto conoscere un altro aspetto dei nostri 150 anni di storia dell’Esercito, dalla nascita, il 4 maggio 1861, sino ad oggi, non solo alla luce del suo essere strumento della politica di difesa dell’Italia liberale, fascista e poi repubblicana, ma soprattutto come un aspetto importante della vita del nostro Paese, del suo faticoso trasformarsi in Nazione.

Principia Bruna Rosco

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