Ho appena finito di leggere il libro "Verso la scelta vegetariana" di Umberto Veronesi e Mario Pappagallo.
Da non vegetariana e appassionata di cucina mi sono accostata alla lettura di questo testo per approfondire le tematiche del "mangiar sano", più che altro per capire il perché dei così tanti "fa male" che sentiamo dirci continuamente da medici, dietologi, presentatori televisivi che si improvvisano nutrizionisti.
Ho apprezzato molto il taglio e la struttura che gli autori hanno dato al libro.
È presente una sezione filosofica curata dal prof. Veronesi in cui il tema dell’alimentazione è legato ai temi etici della salvaguardia dell’ambiente e del rispetto della vita, non solo la nostra ma anche quella degli animali, che subiscono trattamenti crudeli durante l’allevamento e la macellazione.
Un’altra sezione del libro, curata dal dott. Pappagallo, pone particolare attenzione al tema del cibo come farmaco. Sono indicate le sostanze con proprietà medicamentose presenti in alcuni alimenti e una lista di cibi che presentano proprietà benefiche: i cibi anti-infiammatori.
È sviluppata molto bene la parte dedicata alla prevenzione e protezione dalle malattie come cancro, diabete, obesità, Alzheimer, malattie cardio-vascolari. Sono presenti nel testo numerose inserzioni di approfondimento, ho trovato molto interessante la tabella in cui sono correlate le varie tipologie di tumore con i fattori di rischio nella dieta, e molto esplicative la piramide alimentare, in cui sono indicate le proporzioni del cibo da assumere quotidianamente, e le tabelle nutrizionali con l’apporto di acidi grassi presenti negli alimenti.
L’ultima sezione del testo è un ricettario, proposto dallo chef vegetariano Carla Marchetti. Personalmente, ho trovato che le ricette siano poco pratiche: la lista degli ingredienti è spesso numerosa, e comprende una serie di prodotti esotici che non sempre si riescono a reperire facilmente, cito per esempio il nigari (un particolare caglio giapponese), le prugne Umeboshi (varietà di albicocche seccate al sole e messe sotto sale), i funghi Shiitake (provenienti dalla Cina), le castagne d’acqua (diffuse in Asia e Africa) lo sciroppo d’Agave (dolcificante proveniente dal Messico), il Pak Choi (o cavolo cinese).
Non tutto è ampiamente diffuso in Italia, soprattutto se invece di pensare agli ipermercati delle metropoli e ai negozi biologici, immaginiamo di vivere in piccoli paesi di provincia dove si fa fatica anche a reperire la salsa di soia.
Inoltre l’uso di articoli provenienti dall’altro capo del pianeta pone, a mio parere, interrogativi sulla sicurezza alimentare: non tutti i Paesi del mondo hanno una legislazione idonea a garantirci un livello di igiene decente degli stabilimenti alimentare.
Ma non solo, trasportare un prodotto dall’Asia vuol dire che il prodotto percorre migliaia di chilometri, questo innanzitutto agisce sull’impatto ambientale con elevato consumo di petrolio e l’emissione di anidride carbonica, il prodotto inoltre resta per lungo tempo nelle stive delle navi e nei camion, con possibilità maggiori di deterioramento.
Il disastro nucleare di Fukushima poi non ci rende molto tranquilli nell’acquisto di prodotti alimentari provenienti dal Giappone. L’Italia ne importa ogni anno circa 13 milioni, e il cesio-137, principale causa della radioattività alimentare, impiega una trentina di anni per dimezzare la sua quantità presente negli alimenti.
Credo che le campagne italiane, nonostante le incertezze sulla purezza del sottosuolo, possano ancora darci i frutti di cui necessita la nostra dieta, senza il bisogno di reperire a tutti i costi prodotti da lontano. Così come i mari che circondano il nostro Paese, riserve di pesce azzurro.
La cultura alimentare di un popolo è principalmente legata alla geografia e al clima, alle tradizioni e alle condizioni economiche e sociali, perché quindi non approfondire la conoscenza del territorio e rispolverare i vecchi ricettari delle nonne?

 

Annarita Matarazzo

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