Palazzo Reale si tinge di rosso nel nome di Artemisia Gentileschi, grande pittrice italiana del Seicento che con la sua arte espresse con toni accesi il dramma personale di cui a quel tempo fu vittima.
La mostra, sottotitolata “Storia di una passione”, è costituita da una rassegna di ben oltre quaranta opere, visibili dal 22 settembre 2011 al 29 gennaio 2012.
La produzione ripercorre le quattro fasi della sua vita: gli inizi a Roma presso la bottega del padre padrone Orazio, poi gli anni a Firenze, di nuovo il ritorno nella città natale e il successivo quasi quarto di secolo a Napoli.
L’artista, paladina delle donne (1539-1653) lavorò per i più importanti nobili dell’epoca, ma fu poi lungamente dimenticata.
Nel 1947 la scrittrice Anna Banti ne rievocò la vicenda di giovane donna “oltraggiata nell’onore e nell’amore” che trovò la forza di denunciare per stupro Agostino Tassi, un collega del padre.
Orazio si oppose al processo e non difese la figlia.
Tuttavia Artemisia fu anche amata. La pittrice che dopo la violenza era stata maritata dal padre a Pierantonio Stiattesi, trovò nell’aristocratico fiorentino Francesco Maria Maringhi amore e protezione: fu lui che a Firenze la aiutò in ogni modo, non solo placando le ire di Cosimo II per i ritardi nella consegna delle tele, ma finendo addirittura in carcere per tutelarla.
La mostra è in primo luogo da ammirare, ma anche da leggere in chiave psicoanalitica e la prima sala, senza dipinti, ma con un grande letto bianco “macchiato” da riflettori rossi, grazie agli interventi scenografici di Emma Dante, è il suggerimento a un tipo di percorso che deve necessariamente partire dal fatto, da un accaduto che, suo malgrado, ha contribuito ad accrescere un talento.
I visi delle donne di Artemisia sono raramente volti sereni. Possono essere fieri, alteri oppure il più delle volte turbati, angosciati, impauriti.
Sono eroine feroci come in “Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne”, pronte a commettere i più atroci delitti, donne vendicative , donne per cui l’uomo inteso nella sua accezione maschile del termine è quasi un pericoloso animale da debellare, un mostro da sconfiggere, un dominatore da stroncare.
Il pennello è brandito da Artemisia come un coltello, un’arma con cui difendersi e colpire.
Se non sono eroine le donne che dipinge sono amanti in cui la pittrice si specchia.
Soltanto a Napoli, negli ultimi anni, la sua produzione si fa più classicizzante e meno irruente, segno di una raggiunta maturità. Fa sorridere “La Ninfa Corisca e il satiro” dove la seducente fanciulla fugge con la sua virtù intatta, lasciando tra le mani del satiro niente più che una treccia finta.
Il bookshop propone cataloghi, dvd, magneti, cartoline in tema e tra i gadget una penna a forma di tubetto di colore con una A maiuscola in rosso: A di Artemisia Gentileschi.

Diana Maria Elena Fusco