In un recente incontro presso il Palazzo della Provincia di Milano, il Presidente Guido Podestà, ripercorrendo la storia degli ultimi sessant’anni, ha esposto i suoi timori ma ha anche dato rassicurazioni circa il futuro del nostro Paese.
Guido Podestà è una figura razionale, tra i più originali e autorevoli interpreti della politica, sa comunicare con la gente e toccare il cuore delle persone. Nel suo intervento ha ricreato tutte le fasi del progresso facendoci ricordare le difficoltà del passato e di come anche le dinamiche dei partiti abbiano contribuito allo sviluppo della ripresa economico-sociale dell’Italia.
Podestà non ha guardato con nostalgia a quel periodo dominato dalla povertà, seppure in esso, ha affermato, c’erano i grandi valori della famiglia, della speranza e della politica. «Era un’Italia devastata dalla guerra – afferma – con la disperazione della fame, ma con tanti sogni, tante speranze e, grazie a uomini che vivevano la politica come missione, dedicandosi ad essa con grande spirito di umiltà e sacrificio, l’Italia è risorta». E’ stato un discorso piacevole, colto e intrigante per tutti, a tratti anche scherzoso e, proprio per questo, di notevole spessore.
Ma, chi è Guido Podestà?
Guido Podestà nasce a Milano il 1° aprile 1947, in una famiglia di sette fratelli e sorelle. Si è laureato in architettura al Politecnico di Milano. In gioventù ha praticato il nuoto agonistico e ha fondato il Gruppo Sportivo Lombardo a Cinisello Balsamo.
Appena divenuto maggiorenne, prima ancora di conseguire la laurea, ha iniziato a lavorare perché riteneva sbagliato continuare a farsi mantenere dai genitori.
Alle elezioni europee del 1994 viene eletto parlamentare, rieletto nel 1999 e nel 2004.
Nel 1997 viene nominato Membro dell’Ufficio di Presidenza del Parlamento Europeo e riconfermato due volte nell’incarico di Vice Presidente: nel giugno del 1999 e nel gennaio 2002. In qualità di membro titolare della Commissione Bilancio, è stato Relatore al Bilancio dell’Unione Europea, nel 2002 e nel 2003. E’ stato Presidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo per la Terza e Quarta Età, promuovendo diverse iniziative tra cui il progetto ENEA, finalizzato a finanziare iniziative di mobilità per le persone anziane. Dal 2004 al 2009 è stato Presidente della Delegazione del Parlamento Europeo alla commissione parlamentare mista UE-Romania in vista dell’adesione della Romania all’Unione Europea e, in seguito, Presidente della Delegazione del Parlamento Europeo per i rapporti con l’Afghanistan.
Dal 2009 è Presidente della Provincia di Milano.
Nel recente incontro, Podestà aveva come interlocutori un pubblico misto, di giovani ed anziani che hanno espresso grande interesse per gli episodi che ha raccontato, affascinati dalla sua simpatica dialettica. Sembrava una conversazione tra amici che ha piacevolmente coinvolto anche due membri della sua bella famiglia: moglie e figlia – bellissime – che hanno dato particolare rilievo all’intensa conversazione. D’altronde, per lui la famiglia rappresenta un valore e desidera che sia il più possibile presente alle manifestazioni cui partecipa. E’ giusto che la gente conosca ciò che c’è dietro il volto di un politico che, seppur seducente, senza l’apporto e la presenza della famiglia rimane pur sempre solo un bel volto, ma senza l’anima.
E’ stato bello, quindi, vedere la famiglia di un amministratore pubblico non più dietro il sipario dell’anonimato ma parte integrante e attiva nel percorso politico del loro congiunto.
L’incontro con Podestà mi ha ispirato l’idea di proporgli un’intervista, cosa che ha accettato con il sorriso sulle labbra e, già dal primo momento, ha intessuto il dialogo di aneddoti, finte amnesie per le quali coinvolgeva la moglie perché gli ricordasse i fatti, e simpatiche divagazioni per raccogliere idee e ricordi.
Presidente, cosa rappresenta per Lei la Provincia?
«La Provincia di Milano è un elemento portante e costitutivo dell’identità nazionale, un ente che deve pensare in grande. D’altronde, personalmente sono fautore di una “politica del fare”, concreta e responsabile, fatta di obiettivi chiari e realizzabili; una politica di sviluppo all’insegna della trasparenza e della gestione oculata delle risorse».
Presidente, come sono cambiati i politici negli ultimi decenni?
«Generalizzare è sempre sbagliato, ma ciò di cui si sente il bisogno è il fatto di avere una classe dirigente che conosca la realtà della vita quotidiana per aver avuto la possibilità di esercitare, per lunghi anni, lavori e professioni diversi dal fare solo politica. E, nello stesso tempo, è importante aver praticato l’attività politica come servizio per gli altri, cercando di essere portatori d’interessi generali e non solamente per finalità individuali, per quanto legittime possano essere.
Competenza, merito, coraggio sono, da sempre, i pilastri dello sviluppo. E, libertà, democrazia, umiltà e dignità dovrebbero essere costume di vita, soprattutto per un uomo politico. Non giudico gli altri, ma personalmente mi attengo a questi princìpi».
Qual è la sua icona di un politico?
«Non ho un uomo politico ideale al quale ispirarmi. Sono me stesso in ogni occasione, non saprei fare altrimenti. Sono cosciente della realtà in cui viviamo oggi, e cerco di gestirla in modo coerente con i miei principi etici. Però, esiste un uomo politico a cui penso con grande stima, è Luigi Einaudi il quale sosteneva che la libertà economica è la condizione necessaria per la libertà politica».
Fare il Presidente della Provincia è impegnativo?
«Moltissimo, soprattutto se ci si ritrova ad amministrare una situazione che nel passato è stata mal gestita, per non dire peggio, sia per gli aspetti di natura economica e finanziaria, sia per quelli dell’organizzazione del lavoro e della motivazione del personale che compongono la struttura dell’Ente».
La sua scelta è stata attentamente meditata anche in famiglia?
«Abbiamo avuto pochissimo tempo per decidere se accettare la candidatura e, forse, avremmo preferito continuare l’impegno al Parlamento Europeo ma, presa la decisione, la mia famiglia mi è stata vicina, come sempre!».
Nelle manifestazioni si presenta sempre accompagnato dalla sua famiglia?
«Assolutamente sì. Mia moglie e i miei figli, mi supportano e mi sono molto vicino, soprattutto nei momenti difficili».
Chi decide in famiglia?
«Mia moglie, ovviamente, anche se ascolta con grande partecipazione ed empatia le mie proposte».
Qual è il suo giudizio sul periodo che stiamo attraversando?
«Parto con una considerazione. In questi mesi, tutti noi ascoltando la TV o leggendo i giornali o parlando con amici, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa stia cambiando, che siano aumentati gli ostacoli e le difficoltà. Non mi riferisco solo all’Italia, ma all’Europa e ad altre realtà nel mondo. In particolare nel nostro Paese si dice spesso che in passato si viveva meglio, ma non è così. Pensiamo a quante persone, in questi decenni, sono uscite da situazioni di miseria e sottosviluppo. Quindi, da un certo punto di vista, non è vero che il passato era migliore. Ma, c’è una cosa che oggi ci sta venendo a mancare: la speranza. Forse perché, almeno per ora, ci è difficile valutare e progettare il futuro della vita all’interno di un sistema globalizzato».
Che cosa possiamo fare per ritornare a sperare?
«Non dobbiamo arrenderci; non dobbiamo restare passivi di fronte agli ostacoli. Dobbiamo impegnarci con determinazione e con passione. E’ vero, a volte può prendere lo scoramento, ma non dobbiamo chiuderci, abbiamo il dovere di rifiutare il disimpegno. Oggi, penso sia realistico per tutti noi applicarci per contenere le nostre esigenze materiali, ma anche rivalutare gli aspetti spirituali e umanistici della vita al fine di reimparare ad orientarci nella complessità del mondo moderno. Ricordiamoci che la complessità genera sempre inquietudini.
Inoltre, politicamente parlando, non dobbiamo dimenticare che a far sì che la democrazia, il nostro metodo di governo più prezioso, sia democrazia è proprio l’incertezza. Il popolo decide, si dà delle leggi, le rispetta, le applica ma, se vive in democrazia, può anche apportarvi cambiamenti o scrivere nuove regole, darsi nuove forme di governo. Dobbiamo diffidare dei dogmi, di una vita propagandata come eguale per tutti perché, se è vero che i dogmi corrodono l’incertezza, è altrettanto assodato che soffocano la libertà e, senza libertà muore la speranza».
Significa che dobbiamo ricominciare a sentirci parte di un progetto condiviso?
«Certamente. Ad esempio, prima ho affermato che negli ultimi sessanta anni abbiamo realizzato un miglioramento delle condizioni di vita, ma abbiamo trascurato il valore della famiglia, valore nel quale, in passato, abbiamo sempre creduto. Troppe volte, oggi, il valore della famiglia è messo in discussione e mi chiedo cosa possiamo fare per recuperarlo e perché non sappiamo più sentirci parte di un progetto comune e condiviso».
Cosa manca per ritornare a credere in questo grande valore della famiglia, per poter ripartire? «Sottolineo che la nostra società resiste di più rispetto al resto dell’Europa perchè ancora sussiste il valore della famiglia, anche se è carente nel passaggio del testimone e si sono indeboliti sentimenti come il rispetto, l’umiltà, il senso del dovere, anche la solidarietà. I miei genitori, Alfredo e Irma, conoscevano l’importanza della famiglia avendo perso i genitori quando ancora erano bambini e hanno cercato di far crescere noi figli uniti dall’amore e dal rispetto reciproco».
Perché nei giovani non c’è più stimolo a fare?
«Nei giovani lo stimolo è calato a partire dalla fine degli anni ’60. E’ cominciato in quegli anni un appiattimento culturale, una forma di omologazione verso il basso. Oggi, vorrei invitarli a impegnarsi con grande volontà e passione. Occorrono studio, impegno, determinazione e grande senso di responsabilità per vincere la sfida».
D’altronde, come colpevolizzare i giovani di essere passivi se manca loro un progetto per il futuro?
«Ripeto, anche se non bisogna colpevolizzare la gente, soprattutto i giovani, se oggi tanti si sentono spenti, se non credono alla speranza perché manca un progetto per un futuro pieno di giustizia che offra loro una possibilità di rinnovamento, non posso assolutamente accettare il senso di delusione e di immobilismo. Se ognuno di noi si chiude nei propri guai, nei propri problemi, non progrediamo. Bisogna essere positivi, lottare, affrontare la vita senza atteggiamenti di sfiducia perché, se lo vogliamo con tutte le forze, possiamo costruire insieme un grande progetto».
Ho notato che, politicamente è seguito e ascoltato da moltissime donne, perché?
«E’ giusto richiamare tutti i soggetti per aprirsi alla città e la donna ha un valore straordinario in questa fase di rinascita. D’altronde, la donna è sempre stata molto utile alla società. Siete voi donne che ci fate nascere, crescete i figli, badate agli anziani e fate quotidianamente tantissime altre cose. Inoltre, è fuori di dubbio che riuscite a dare a noi uomini equilibrio e saggezza. L’unico modo per progredire è quello che anche la donna possa gestire e vivere gli stessi problemi della polis, stimolare se stessa e i più giovani ad avere fiducia, coraggio e coerenza di azioni verso il futuro».
Quindi, ritiene utile ritornare a fare politica?
«Sì, certo. Solo la capacità di formare un insieme di persone che hanno voglia di impegnarsi all’interno di associazioni, movimenti e partiti politici può generare la crescita agognata. I partiti devono poter contare su di un insieme di persone che portano avanti un progetto nell’interesse generale. In una democrazia i partiti politici sono l’antidoto contro il prevalere di forti interessi di parte, contro le lobbies».
E’ solo insieme con voi politici che si può giungere a migliorare la società?
«Per un futuro migliore i politici devono ritornare a dibattere con tutti per il miglioramento della società. Se non vogliamo perdere la libertà e la speranza in un futuro migliore, io credo che dobbiamo necessariamente farlo. Chi ha voglia di esserci e voglia di seguirci dovrebbe impegnarsi ora».
Basta iscriversi al partito per sentirsi impegnati?
«Impegnarsi non vuol dire iscriversi, non vuol dire possedere la tessera, è necessario un impegno politico generale e continuativo. E’ dal confronto che nasce l’idea migliore e ognuno è portatore di un proprio modo di sentire e di leggere la realtà».
Quindi, Presidente, bisogna pensare ed agire?
«E’ l’unico mezzo che abbiamo per non affondare».
Un’ultima domanda: quanto è importante per l’economia l’evento EXPO 2015?
«E’ un grande evento internazionale e un’occasione per costruire insieme percorsi ed obiettivi, ma anche una chiave per migliorare le relazioni con i Paesi in grande crescita economica, portatori di modelli diversi di civiltà. Confrontarci con loro e ripresentarci al mondo sarà una grande opportunità per Milano e per l’Italia».
Ripercorrendo, sia pur brevemente, i principali eventi che segnano la vita del nostro Presidente della Provincia, Guido Podestà, uno dei principali personaggi della politica del nostro territorio, è emerso che è una persona vera, che tratta di politica con frasi ben formate, tracce elaborate, argomenti e posizioni chiare. Sa riflettere e si nutre del tempo che gli è concesso senza disperderlo in futili argomentazioni. Per lui la famiglia ha un grande valore e cerca di trasmetterlo con il suo stesso esempio. Inoltre è riuscito a sensibilizzarci su un altro aspetto della vita: percepire l’impegno politico come artefice della rinascita e della continuità della nostra Nazione.

Principia Bruna Rosco

(Foto su gentile concessione di www.albumitalia.it)

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