L’Impronta Ecologica è uno strumento di calcolo che permette di stimare il consumo di risorse e la richiesta di assimilazione di rifiuti da parte di una determinata popolazione umana o di una certa economia, e di esprimere queste grandezze in termini di superficie di territorio produttivo corrispondente per sapere quanto “consumo” di territorio locale e di risorse è presente in una determinata area geografico/economica in rapporto al totale mondiale.
Il concetto base dell’Impronta Ecologica è stato sviluppato a partire dal 1990 da Mathis Wackernagel e William Rees presso l’Università della Columbia Britannica. Secondo questa teoria oggi sempre più considerata e accreditata, ogni abitante della Terra necessita in media di 2,35 ettari di superficie per produrre le risorse di cui ha bisogno per vivere e assorbire i rifiuti prodotti in modo autosufficiente.
I calcoli si basano sul principio che l’area complessiva del nostro pianeta è di circa cinquantuno miliardi di ettari, dei quali circa quindici miliardi sono costituiti dalle terre emerse e di conseguenza che la quantità di “Globo Terrestre” disponibile per l’uomo è una grandezza limitata e finita di cui :
– circa il 10% circa dell’area delle terre emerse totale, delle quali quasi la metà è seminata a cereali, rappresenta le aree coltivate;
– circa il 23% sono aree classificate come pascoli permanenti e praterie per l’allevamento di bestiame;
– circa il 33% sono foreste ed aree boschive,
– circa un altro 33% è costituito da suoli ghiacciati e rocciosi, deserti, tundre, laghi e fiumi.
Entro queste percentuali sono inclusi anche i circa 0,3 miliardi di ettari di terreni edificati dall’uomo.

Poiché l’I.E. comprende parametri economici, varia secondo i differenti stili di vita dei vari paesi, quella di un cittadino indiano è di 0,56 ettari, quella di un americano di 7,13 e quella di un italiano di 3,8.
Ne consegue una necessaria riflessione sulla distribuzione delle risorse a livello planetario e soprattutto sull’attuale modello di sviluppo che il mondo economico occidentale sta esportando che non potrà essere sostenuto nei modi che conosciamo oggi ancora a lungo visto l’incremento demografico dei paesi in via di sviluppo.

Esiste quindi una quota di terra, calcolata come una grandezza finita, indicata come “la quantità, media, su scala planetaria, di terra e mare ecologicamente produttivi” che è disponibile per ciascun essere umano.
Ovvero, la disponibilità di quota di terra e di mare in base alla popolazione mondiale attuale ammonta a circa 2,2 ettari pro capite comprendendo anche le altre specie viventi che dividono con noi questo pianeta e che usufruiscono di terra e di mare.

In conformità a questo principio e calcolo, possiamo constatare che, in base alle nostre attuali conoscenze la stima approssimativa di quanta parte di terra debba essere preservata per la tutela della biodiversità e quindi della vita terrestre così come la conosciamo, per non compromettere i meccanismi fondamentali dell’evoluzione (tema controverso e oggetto attuale di studio), si ritiene dover essere almeno il 12% della superficie delle terre emerse e ripartite in tutte le tipologie degli ecosistemi esistenti sul pianeta.

Se accettiamo questa stima, ciascun essere umano dovrebbe imparare a vivere entro un’Impronta Ecologica di circa due ettari pro capite.
Ipotizzando, come ci dice l’ultimo controllo delle proiezioni della popolazione delle Nazioni Unite, che la popolazione raggiunga i 9,3 miliardi nel 2050, questo dato precipita sotto 1,2 ettari pro capite.
Sarebbe opportuno che una volta tanto fossimo in grado non solo di immaginare le conseguenze, ma anche di prevenirle.

Olivia Carone