Sin qui abbiamo visto come, per raggiungere l’obiettivo di decarbonizzazione previsto dal Protocollo di Kyoto e dal programma 20-20-20, l’Ue si sia dotata di norme per il contenimento dei consumi soprattutto in edilizia, che sappiamo rappresentare il settore energeticamente più energivoro, con il preciso scopo di ridurre in modo sicuro e misurabile la quantità di combustibili fossili provenienti da paesi extra-Ue e contemporaneamente con l’obiettivo, non secondario, di tenere sotto controllo l’incremento della domanda energetica interna.
Per questo motivo l’originaria direttiva europea sul rendimento energetico in edilizia conteneva principi e obiettivi generali mentre le modalità attuative rimanevano a carico degli Stati membri affinchè ciascuno di essi potesse modulare e creare secondo le proprie specificità i mezzi per renderne possibile concretamente l’applicazione.
Per comprendere più chiaramente i passi che dobbiamo ancora compiere per la completa realizzazione delle indicazioni contenute nella Direttiva, che ci vedono in forte ritardo rispetto ai partner europei nonostante siano trascorsi oramai dieci anni, consideriamo due aspetti illuminanti.

La prima, essenziale, indicazione “al fine di realizzare il grande potenziale di risparmio energetico tuttora inattuato”, prevedeva che “l’edificio e i relativi impianti di riscaldamento, condizionamento e aerazione dovessero essere progettati e realizzati in modo da richiedere, in esercizio, un basso consumo di energia, tenuto conto delle condizioni climatiche del luogo e nel rispetto del benessere degli occupanti.” Parrebbe un concetto facile facile, quasi innocuo e non privo di una certa ovvietà, invece include una serie di atti, di norme, di tecnologie specifiche di ampia portata che si moltiplicano a cascata, insomma un know-how di profonda competenza, e per nulla ovvio.
La regola si applica a tutti gli edifici con pochissime eccezioni:
a) abitazioni monofamiliari di diverso tipo;
b) condomini (di appartamenti);
c) uffici;
d) strutture scolastiche;
e) ospedali;
f) alberghi e ristoranti;
g) impianti sportivi;
h) esercizi commerciali per la vendita all’ingrosso o al dettaglio;
i) altri tipi di fabbricati impieganti energia.

La seconda, essenziale, indicazione, è foriera di conseguenze ancora più ampie: prescrive un livello minimo di efficienza per gli edifici e introduce il concetto di Certificazione Energetica. L’attestato di certificazione energetica è un documento che deve essere redatto da un esperto indipendente che valuta e certifica il livello di efficienza energetica dell’immobile riferito ad una scala di valori, similmente a quanto già accaduto per gli elettrodomestici, compresa tra il livello meno efficiente “G” e il livello più efficiente “A”, secondo un metodo di calcolo validato dallo stato membro in osservanza delle indicazioni contenute nella Direttiva.
Il certificato deve “essere messo a disposizione” del proprietario, dell’acquirente o locatario, per tutti gli edifici in fase di costruzione, ristrutturazione, compravendita o locazione.

E’ interessante osservare come il certificato debba comprendere dati che consentano ai consumatori “di valutare e raffrontare il rendimento energetico dell’edificio”, ovvero diventi di fatto un parametro effettivo di riferimento per la valutazione immobiliare influendo sul valore finale della costruzione. Tenuto conto del fatto che gli edifici in classe A sul territorio nazionale sono pochi, mentre abbondano le classi G, -e in cosa consista realmente una ”classe A” e la sua complessità lo vedremo più avanti-, e che dal primo gennaio di quest’anno è obbligatorio segnalare la classe energetica dell’immobile in tutti gli annunci immobiliari, l’impatto del sistema di certificazione sul nostro patrimonio edilizio non sarà indolore.

Olivia Carone