Sir Nicholas Stern è professore all’Università di Oxford e alla London School of Economics, è stato consulente alla Banca Europea e vicepresidente della Banca Mondiale, e nel 2005 con ruolo di segretario permanente del ministero del Tesoro inglese è stato incaricato da quest’ultimo di approfondire l’argomento riguardante i cambiamenti climatici. Lo studio gli ha richiesto due anni d’intenso lavoro ed è stato presentato al pubblico con il nome di “Rapporto Stern”.
Interessante considerare che Nicholas Stern non è un ecologista ma un economista di fama, il che consente di dare alla sua ricerca un taglio inusualmente concreto rispetto alle informazioni frammentarie e talvolta contrastanti in circolazione sin dagli anni ’90 sull’argomento.
Il secondo aspetto stimolante riguarda il fatto che il rapporto non è rivolto solo alla categoria dei ricercatori o degli accademici, come usualmente accade, ma a tutti quelli che possono avere interesse ad approfondire il tema, con il chiaro obiettivo di comunicare in modo semplice sia al mondo civile che naturalmente a quello politico, i rischi dovuti ai cambiamenti climatici, con effetti negativi sul benessere, sulla stabilità e sullo sviluppo dell’intero pianeta, in un contesto di lungo periodo.
Entriamo nel merito. Occorre prima di tutto considerare che questi sono gli anche gli anni in cui sta per diventare esecutivo il protocollo di Kyoto che include meccanismi come l’Emissions Trading e che dunque l’aspetto economico aveva assunto in quel periodo un forte interesse per le politiche dei vari paesi. Il Rapporto si concentra soprattutto sull’individuazione delle misure più efficaci per far fronte al problema del riscaldamento globale in un contesto internazionale assumendo come oggettivo il surriscaldamento del pianeta di 5-6°C nel giro di un secolo e il cambiamento climatico causato principalmente da attività antropiche.
E’ suddiviso in sei parti, le prime tre approfondiscono i risultati scientifici relativi agli studi sui cambiamenti climatici, gli impatti sull’economia mondiale e le società e ipotizzano scenari futuri. Le utime tre parti esaminano più in dettaglio le possibili soluzioni attraverso un’analisi di costi-benefici, se pur discutibile, e le misure di adattamento realizzabili, dette di mitigazione.
Quantifica tra il 5% e il 20% del Pil mondiale i costi dei danni che i paesi saranno costretti ad affrontare a causa della scarsità di materie prime, di acqua, etc. a fronte del costo stimato del 2% per le azioni di riduzione dell’anidride carbonica in atmosfera entro il 2050, termine ultimo entro il quale poter agire proficuamente.
Il rapporto precisa anche che i maggiori danni e costi dovuti al Climate Change saranno sostenuti dai paesi più poveri, che per necessità si rivolgeranno sempre più frequentemente ai paesi ricchi a causa dei costi insostenibili e origineranno grandi migrazioni di massa.
Tuttavia sono suggerite anche delle soluzioni come la necessità di un’azione immediata e sinergica dei Governi nei confronti dell’attivazione di politiche di decarbonizzazione per contenere e stabilizzare la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera a 500-550 parti per milione, una quantità non eccessivamente pericolosa per il pianeta, perché i benefici dovuti a un’azione rapida sarebbero molto maggiori rispetto ai costi dell’inazione, dato che, stima il Rapporto, siamo ancora in tempo per evitare il peggio.
Il Rapporto rappresenta dunque una profonda riflessione sulla improrogabile necessità di non mettere a rischio l’accesso alle risorse, da quelle idriche a quelle alimentari, passando attraverso una nuova cultura e una nuova economia rispettose dell’ambiente. Non possiamo che accogliere questo stimolo e farlo nostro, declinandolo nella vita quotidiana.

Olivia Carone