Il termine Greenbuilding è oramai entrato nell’uso comune ma ancora poco chiaro è il suo reale significato.
Il termine deriva dall’unione di due vocaboli: green/verde e building/edificio, che, uniti, compongono un’espressione immaginifica e attraente, intendendosi con questo termine qualcosa di confuso : in generale un edificio capace di trasmettere benessere e una sorta di piacevolezza del vivere quotidiano ai suoi abitanti, senza tuttavia comprenderne in perché.
Un Green building in realtà è qualcosa di più e soprattutto richiede un diverso approccio concettuale al principio del risparmio energetico e del benessere complessivo che da ciò deriva a partire dall’atto iniziale progettuale.

Questo tipo di costruzione, indipendentemente dall’utilizzo pubblico o privato, singolo o collettivo, comporta la necessità di una particolare e accurata "tecnica progettuale". Con ciò intendo la necessaria maggiore cura verso aspetti non sempre adeguatamente considerati perché purtroppo ancora poco conosciuti, oltre naturalmente a quelli dovuti a una buona progettazione come ogni professionista ben sa.
Ad esempio: la terminologia "edificio energeticamente efficiente" cui si ricorre sempre più spesso anche a sproposito, concettualmente può riferirsi sia a edifici a basso consumo energetico che a edifici passivi che a edifici a consumo "zero" che a edifici a produzione di energia, ma ciascuno di essi è caratterizzato da specifiche prestazioni che richiedono soluzioni tecniche mirate e distinte.
Un edificio può definirsi, in termini generali:
 a basso consumo energetico se convenzionalmente consuma più di 30 KWh/mq/a;
 passivo se convenzionalmente consuma meno di 15 kWh/mq/a;
 a consumo "zero" se consuma meno di un edificio passivo producendo da sé energia in quantità pari a quella consumata;
 a produzione di energia se produce più energia di quanta ne consumi.

Senza addentrarci nell’esame puntuale di tutti gli aspetti, ne consegue la necessità di una progettazione consapevole che consideri prioritari criteri quali le prestazioni termiche dei materiali, l’impermeabilità dell’involucro all’aria, le metodologie e i materiali spesso innovativi per la riduzione dei ponti termici ovvero elementi di criticità spesso sottovalutati, la conoscenza dei sistemi di ventilazione controllata a recupero di calore, le infinite variabili per l’integrazione d’impianti a energie rinnovabili come il solare termico, fotovoltaico, gli impianti geotermici, i sistemi di solare passivo, le numerose varianti applicabili ai serramenti esterni per la riduzione o captazione di calore secondo le necessità climatiche specifiche del sito, l’integrazione di principi e impianti di bioclimatica nella struttura dell’edificio, il daylighting, nonché aspetti di ecologia, di botanica, di geografia, di climatologia, dei venti e degli elementi naturali nel loro complesso e nelle sinergie che creano interagendo con il sistema-edificio.
Esso deve essere considerato un’identità specifica inserita in un ambiente naturale dal quale poter trarre l’energia occorrente secondo infinite possibili sinergie, non necessariamente provenienti da un impianto di riscaldamento tradizionale a gasolio o a gas.

Aggiungerei anche la necessità di saper coltivare una buona dose di sensibilità progettuale nel senso più ampio e interdisciplinare del termine, in altre parole quella capacità di riuscire a interpretare e rispondere a specifiche esigenze fornendo soluzioni innovative e creative risultanti da sinergie strutturali, climatiche e impiantistiche.
Mi sembrano pertanto del tutto ovvie le ripercussioni non solo sulla metodologia progettuale, ma anche su quella impiantistica e sull’opportunità di ripensare gli spazi dei regolamenti edilizi comunali e dei piani regolatori da adeguare al fine di agevolare la realizzazione di questi edifici permettendo le innovazioni proposte dalle nuove tecnologie. Infine vorrei porre l’accento sulla necessità dello sforzo richiesto ai progettisti non solo per l’accoglimento di un nuovo metodo ma, soprattutto per contestualizzarlo, poiché è questo il vero aspetto nuovo e impegnativo della situazione: non ci si può limitare a “copiare”, ma è necessario saper trasformare.

Olivia Carone