Per un serio praticante di arti marziali, il termine difesa personale assume un significato che spesso diverge notevolmente dalla comune percezione dell’opinione pubblica. Il praticante di budo (termine giapponese che identificava le arti da combattimento dei samurai e che nell’accezione moderna identifica un po’ tutto il mondo delle arti marziali) inevitabilmente tratta l’argomento “autodifesa” con una sensibilità ricevuta dall’esperienza e dalla pratica. Un po’ come il montanaro esperto considera l’andare per monti come un fatto che richieda rispetto e perizia molto più di quanto facciano tanti gitanti della domenica; chi ha un valida conoscenza dovuta alla ripetuta pratica nelle scuole di combattimento a mani nude, guarderà con inevitabile sospetto molte delle proposte dei corsi di autodifesa che, complici gli episodi di malavita riportati dai media, spuntano come funghi.
Oggi si da valenza alla difesa personale di una scienza esatta che, secondo le più disparate scuole di pensiero, permetta a coloro che ne seguono le precise regole di mettersi al riparo dai rischi che le strade delle nostre città minacciano. Peccato che questi buoni propositi cozzino spesso proprio con la realtà dei fatti. Coloro che hanno una lunga esperienza di combattimento corpo a corpo sanno infatti che le variabili, in caso di una reale aggressione, sono talmente tante che di fatto sistemi infallibili non esistono. Ogni cultura ha nella sua storia sviluppato metodi di combattimento corpo a corpo tali da mettere i combattenti nella condizione di vincere un nemico. Quindi si può affermare che ogni sistema, a prescindere dalla sua origine geografica, ha una sua intrinseca validità e questo va chiaramente detto anche per mettere la parola fine all’eterna diatriba su quale sia il metodo migliore per l’autodifesa. E’ però altrettanto vero che ogni sistema, per quanto semplice ed intuitivo, richieda tempo per poter essere appreso e soprattutto perché divenga qualcosa di istintivo e immediato, “conditio sine qua non” per poter definire una tecnica valida ed efficace in contesto reale. Così come la frequentazione di una scuola guida non garantisce di essere immuni da incidenti, ma si deve giocoforza passare da una lunga e paziente pratica con l’autovettura per affinare i sensi e sviluppare naturalezza nella conduzione del mezzo, così lo studio ripetuto delle arti marziali fornisce le basi per poter rendere naturale la nostra reazione ad un sempre maggior numero di situazioni di rischio. Però è sempre doveroso rammentare che, come una lunga esperienza di guida non ci può garantire da ogni imprevisto per strada, così la migliore preparazione in arti marziali, sport da combattimento o sistemi di difesa personale, non ci rende esenti dai rischi delle mille variabili che sulla strada possono capitare. Questo ovviamente non significa doversi rassegnare, ma la consapevolezza del rischio è una buona base per poter impostare un lavoro onesto tale da non illudere le persone o fornire false certezze. Un buon sistema di difesa personale, qualsiasi sia la sua origine tecnica (ogni sistema di autodifesa è tributario sempre di una o più arti marziali che ne costituiscono il compendio tecnico) deve essere prima di tutto semplice, perché generalmente coloro che si rivolgono a sistemi simili non hanno la possibilità, volontà o il tempo di dedicarsi ad un più approfondito corso di arti marziali che, a differenza del corso di autodifesa, non ha una durata predeterminata e permette quindi una migliore preparazione nel tempo. I limitati elementi tecnici insegnati in un corso simile, ovviamente non permetteranno mai una risposta a 360° rispetto a qualsiasi situazione di rischio, ma almeno forniranno, in alcune situazioni tipo, una maggiore probabilità di reazione rapida e di conseguente possibilità di fuga. Illudere infatti qualsiasi comune cittadino principiante (quindi estraneo alle logiche che guidano invece agenti di pubblica sicurezza e militari) di poter tener testa ad un tipico aggressore in un combattimento corpo a corpo è una grave mancanza di professionalità da parte del docente del corso di autodifesa. Chi delinque nelle nostre città ha sovente dalla sua oltre ad una esperienza sulla violenza fisica superiore a qualsiasi preparazione marziale, una cattiveria e determinazione che ovviamente non potrà mai essere caratteristica di uno studente di arti marziali come pure di un praticante di corsi di difesa personale. Al di là dell’assoluta immoralità di un docente che, tenuto a fare propri ideali eticamente positivi che nelle arti marziali sono un plusvalore assoluto, si abbassi invece ad inculcare perversi istinti in un cittadino, il risultato sarebbe comunque ugualmente negativo, perché buona parte di coloro che praticano violenza sulle persone, oggi sono cresciuti in contesti dove la brutalità è un fattore naturale della loro vita e quindi partono comunque avvantaggiati in un simile confronto.
Quello che però molto spesso un aggressore non si aspetta è una reazione energica e grintosa della vittima. Sull’educazione alla reazione rapida quindi deve vertere principalmente il lavoro di un insegnante che si pone l’obiettivo di fornire qualche carta in più al comune onesto cittadino. Pronta reazione che può mettere la vittima nelle condizioni di porsi in fuga, unico vero salvacondotto che renda la continuazione dell’aggressione “poco conveniente” al delinquente. Questo, unito ovviamente ad una dose di fattore fortuna, senza il quale qualsiasi sistema di difesa personale non può avere grandi chance di successo, possono fare la differenza e salvare la vita.

Roberto Granati