Forse non tutti sanno che nei nostri rifiuti si nasconde un tesoro, una quantità di risorse e materie prime degne di rispetto.
Una di queste è l’energia che le parti dei materiali non più riutilizzabili possono produrre per riscaldare le nostre case a costi decisamente competitivi e facendo del bene all’ambiente soprattutto se l’impianto è collegato ad una rete di teleriscaldamento che ottimizza le dispersioni durante la distribuzione. Una tecnologia in particolare potrebbe ben rispondere alle moderne esigenza di assenza di inquinanti: la dissociazione molecolare o pirolisi lenta a bassa temperatura, da non confondersi con la termovalorizzazione.

La termovalorizzazione crea un impianto che brucia i rifiuti provenienti da un processo preliminare di raccolta differenziata, lavora cioè come un inceneritore ed emette inquinanti come la diossina ed i furani; sostanze tossiche e cancerogene seppur in limitata quantità, data l’efficienza che hanno raggiunto oggigiorno questi impianti.

La dissociazione molecolare invece, è un procedimento di degradazione termica in assenza di ossigeno e per questo non produce né diossina né furani, o meglio, ne produce in quantità infinitesima, ovvero sostanzialmente nulla. Affinchè questo tipo di tecnologia funzioni perfettamente è necessario naturalmente rispettare elevati standard tecnici nella realizzazione degli impianti, e nella loro gestione, come sanno bene in Germania dove viene utilizzata da almeno un trentennio. Un impianto è solitamente composto dalle seguenti unità:
– Triturazione dei R.S.U.
– Reattore di pirolisi
– Camere di combustione gas di pirolisi e pyrocoke
– Caldaia
– Turboalternatore
– Produzione energia elettrica
– Trattamento fumi

In sintesi si tratta di un processo puramente termico che consente la trasformazione dei composti e dei materiali organici complessi, in prodotti più semplici. Con l’utilizzo di uno speciale forno (kiln) la piroscissione tra 400 e 800 °C, contro i 1300 °C della termovalorizzazione, raggiunge ottime performance energetiche poiché “rompe” i legami chimici che tengono uniti gli atomi della materia e libera energia in sostanziale assenza di inquinamento atmosferico e fumi, ed è particolarmente indicata proprio per materiali diversi tra loro, ovvero: un impianto può lavorare sia a seguito di raccolta differenziata che addirittura in assenza, trattando direttamente il cosiddetto “rifiuto tal quale” che contiene anche ciò che comunemente viene chiamato residuo organico, o umido, e pertando difficile da trattare tradizionalmente.

Se iniziassimo, come ha recentemente fatto la Regione Val d’Aosta, ad utilizzare questi impianti, forse riusciremmo a vedere la luce in fondo al tunnel dell’italico timore decisionale e magari anche a minimizzare l’impatto ambientale riducendo drasticamente il numero delle discariche sul territorio, ed il loro inquinamento.
Perché non lanciare uno sguardo oltralpe per imparare qualcosa ?

Olivia Carone