Sulla serietà con la quale in Italia venga affrontato il turismo, abbiamo, nel recente passato, disquisito ossessivamente su queste pagine: ben 3 volte con titoli analoghi, sottolineando sempre che l’Italia è la nazione più dotata del mondo per le sue potenzialità turistiche e sottolineando un assurdo: per mezzo secolo abbiamo soppresso il Ministero del Turismo delegandone i compiti a Regioni, Provincie e Comuni, i quali Enti si sono dimostrati incapaci di tutelare i tesori presenti sul nostro territorio e di conseguenza facendo cadere sempre più in basso l’immagine di quello che un tempo recente era considerato il giardino del mondo. Nonostante alcuni passi falsi e la profonda crisi economica che si è abbattuta sulla nostra Nazione, il nuovo Dicastero ha cercato, con un discreto successo, di rilanciare l’immagine italiana quale depositaria di tutte le possibilità di tornare a essere la “Terra Promessa” almeno nel settore turistico e in particolare in quello culturale. Noi abbiamo tutto: splendide città, mari, monti, laghi, colline, clima, vestigia di un passato che non hanno riscontri, una solida tradizione di capacità di accoglienza, unita alla radicata tradizione nel campo della ristorazione. Era impossibile che, con un tale bagaglio di aspetti primari, il reintegro del Dicastero del Turismo (che a nostro parere dovrebbe essere istituzionalmente in stretto collegamento con quello dei Beni Culturali) non rilanciasse la nostra splendida Terra. Occorre però che ciascuno degli addetti, a cominciare dagli Enti Locali (che hanno il compito di applicare, nell’ambito delle propri competenze, le direttive emanate dal Ministero) controlli che gli Operatori Turistici sui quali ha giurisdizione svolgano i propri compiti, perseguendo, quando necessario, coloro che travalichino o tradiscano i limiti fissati dalla legge. Inoltre, dovremmo sempre considerare determinante l’unità d’intenti dei due dicasteri che dovrebbero agire in stretto collegamento, perché i Beni Culturali costituiscono l’aspetto importantissimo dell’immagine Italia e il proprio mantenimento e la loro presentazione contribuiscono in maniera fondamentale al richiamo dei visitatori che in Italia cercano, oltre alle bellezze naturali donateci da Dio, anche gli immensi tesori che oltre 3.000 anni di altissima civiltà sono stati il dono che ci hanno lasciato i nostri progenitori. Nessuna confusione di ruoli, cosa che ingenera fatalmente costosi e inutili doppioni, ma netta suddivisione dei compiti e sanzioni per gli inadempienti. L’Italia ha troppi tesori che tutto il resto del Mondo vorrebbe visitare. L’impresa di custodirli e valorizzarli è immane e, principalmente, costosa. Perché allora non cercare e accettare il contributo di chi è disposto a contribuirne le spese in cambio del desiderio (o anche della vanità) di vedere il proprio nome ( o quello della sua Azienda) all’ingresso del monumento, quale “benefattore”. Un certo Vespasiano, promuovendo i gabinetti pubblici, riempì le casse erariali e tolse il fetore che ammorbava Roma. In questi giorni si parla di Ostia Antica e degli immensi tesori sparsi nei 150 ettari del suo territorio. Le spese per il recupero di tale ricchezza sono immani. Cosa è preferibile: rinunciare al loro ripristino per mancanza di fondi o leggere all’ingresso di un monumento la scritta, non certo oscena: “Lavori finanziati dal prosciuttificio XY”?

Umberto, Roberto e Luciana Granati
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