Nel corso del tempo si sono sviluppate delle varianti impiantistiche per adeguare il sistema alle molteplici possibilità. Vi sono impianti fotovoltaici:

 

1.    “a isola” : coincide con le utenze elettriche isolate dalle altre fonti energetiche ed è composto generalmente da uno o più moduli fotovoltaici, meglio se orientati a sud, un regolatore di carica per stabilizzare l’energia raccolta e per gestirla all’interno del sistema, un’accumulatore o batteria di accumulo per la conservazione dell’energia raccolta e l’utilizzo differito, un inverter per la trasformazione in corrente alternata per il comune utilizzo civile.

 

2.   “connessi alla rete” : coincide con le utenze elettriche collegate alla rete elettrica pubblica che possono però generare e immettere in rete l’energia autoprodotta dall’impianto una volta convertita in alternata come normalmente in uso nelle utenze civili. Generalmente un impianto è composto da:

    un numero variabile di moduli fotovoltaici da orientare a sud, che captano l’energia solare secondo lo spazio disponibile e della potenza complessiva desiderata;

    un inverter necessario a stabilizzare l’energia acquisita e a convertirla da corrente  continua a corrente alternata immettendola nella rete nazionale;

    quadri di protezione e controllo, da installare tra l’inverter e la rete alimentata, cavi, connettori ed in generale quanto necessario a rendere funzionante l’impianto elettrico.

Per comprendere quanto produce si utilizza un valore o “potenza nominale” che si misura in kilowatt di Picco (kWp) ed è data dalla somma delle potenze nominali di ciascun modulo fotovoltaico, indicate dal produttore. La superficie necessaria mediamente si attesta attorno ai 7-8 m2 per kWp se istallato in condizioni di efficienza ottimale.

Questo tipo d’impianto generalmente non richiede particolare manutenzione, ed ha un impatto ambientale minimo dovuto all’occupazione di superficie, ma le sue caratteristiche lo rendono adatto all’integrazione urbana visto che può essere posato sui tetti degli edifici ma anche sulle pensiline per l’attesa di mezzi pubblici o tettoie di posti auto o box.  

 Tenuto conto che per produrre elettricità in modo tradizionale, ovvero bruciando fonti energetiche non rinnovabili come petrolio o gas, per produrre 1 kWh elettrico sono bruciati mediamente l’equivalente di 2,56 kWh ovvero sono emessi nell’aria 0,53 kg di anidride carbonica (fattore di emissione del mix elettrico italiano alla distribuzione), verrebbe da domandarsi come mai l’Italia non ha ancora scelto come prioritario questo sistema energetico interamente sul suolo italiano.

I benefici sull’ambiente sono evidenti e misurabili, e se la Sicilia ha quasi raggiunto la Grid Parity, ovvero la parità di costo dell’energia prodotta con il fotovoltaico rispetto a quella prodotta in modo tradizionale, perché non accelerare su questa strada e aumentare facilitazioni e incentivi per la realizzazione di questi impianti? Come per l’eolico, anche questi impianti possono essere smontati in tempi brevi e non lasciano strutture di forte impatto ambientale dopo lo smantellamento, possiamo considerarli ambientalmente neutrali, anche se di grandi dimensioni.

 Olivia Carone