La mia “chiacchierata” con i miei 4 vecchi Bersaglieri” ha provocato una reazione che, pur lusingandomi, non mi aspettavo assolutamente.
Evidentemente molti di coloro che in passato sono stati alle mie dipendenze quando portavamo le Stellette, sono attenti lettori di GSA-Master News.
Infatti ho ricevuto vari riscontri lusinghieri da parte di altri Militari verso un vecchio Soldato, specialmente considerando il tempo trascorso da quando ho lasciato l’Uniforme.
Mi ha particolarmente colpito la telefonata di un mio collega di Corso, che mi ha invitato a pubblicare il mio articolo, datato 14 luglio 1998 e pubblicato sull’Annuario del 6° Corso dell’Accademia Militare di Modena con il titolo:

IL TRAMONTO E’ BELLO QUANDO UNA FEDE L’LLUMINA

E’ la storia di un vecchio signore che si considera ancora tale (parlo del termine signore, anche se oggi è stato abolito quale prefisso al grado da Ufficiale).
Nella primavera del 1995 questo signore varca nuovamente la soglia dell’Accademia Militare di Modena. I suoi oltre 13 lustri di vita (a una certa età è meglio non parlare di anni) e le 11 “lesioni traumatiche per cause di servizio” elencate nel suo Mod. 127 (fragilità delle ossa o media in linea con il numero di lanci effettuati?) ne hanno incurvato la figura; ma, passando tra i marmorei leoni posti all’ingresso dell’Accademia, le spalle stanche si sono raddrizzate; petto in fuori, pancia quanto più possibile in dentro, passo rapido, quasi lo stesso di quando era un giovane Bersagliere, entra nell’atrio del Palazzo Ducale, fermandosi davanti alle scritte che sono state il faro dei tanti, troppi Allievi Caduti per la Patria i cui Nomi sono lì, incisi sul marmo: “PREPARO ALLE GLORIE D’ITALIA I NUOVI EROI” e “DIVORARE LE LACRIME IN SELENZIO, DARE SANGUE E VITA: QUESTA E’ LA NOSTRA LEGGE E IN QUESTA LEGGE E’ DIO”.
D’istinto, il vecchio signore che da 12 anni ha lasciato l’uniforme, si è risentito Soldato in servizio e come tale è scattato sull’attenti.
La presenza di quei Nomi e quelle Scritte hanno permesso agli occhi della sua mente di ripercorrere, come in un filmato, la sua vita militare.
Rivede l’arrivo al Reggimento, i suoi Soldati e i suoi Comandanti, le esercitazioni , i picchetti, le responsabili goliardie della Calotta, l’onore più alto, quello di poter stringere tra le braccia, quale alfiere, la sua Bandiera. A quel dolcissimo ricordo, gli occhi del vecchio signore si sono riempiti di lacrime, come la prima volta che ha abbracciato, più che impugnato, la Bandiera del 1° Reggimento Bersaglieri. Si sovviene anche del gesto meccanico, pochi istanti prima, di mettere la cartuccia in canna alla pistola, per essere pronto a difendere il simbolo della Patria, il simbolo dell’Onore Militare, gesto ripetuto per 22 volte, quante l’allora giovane Tenente riuscì a portare, di corsa, quel Vessillo reso leggero dalle 15 Medaglie al Valore Militare appese alla Sua asta.
Dopo questo meraviglioso intermezzo, i suoi ricordi proseguono: i trasferimenti, le responsabilità di comando, il libro con i nomi degli Uomini che, ai suoi ordini, servirono l’Italia nell’11^ Compagnia Bersaglieri, il passaggio nei Paracadutisti, l’ebbrezza delle tante centinaia di lanci, i suoi paracadutisti del II Battaglione della “Folgore”, l’onore di brevettare al lancio la Bandiera di Guerra del 1° Reggimento Paracadutisti, le nuove responsabilità, fino al momento in cui, promosso Colonnello (probabilmente – dice lui – causa di un errore di persona) si trovò a comandare un Corpo di cui non sapeva assolutamente nulla.
Qui il film si arresta bruscamente, quasi si fosse rotta la pellicola.
Solo allora il vecchio soldato si è reso conto, di fronte a quei Nomi e quelle Scritte, che la sua mente aveva ricordato solo gli aspetti per lui più belli, tralasciandone altri, anche quelli estremamente formativi, quali Accademia, Scuola d’Applicazione, Scuola di Guerra Aerea, Corso di Osservazione Aerea e altri significativi: servizio a una Scuola A.U.C. e allo Stato Maggiore Esercito, i Servizi di Volo, l’incarico prestigioso di Comandante di Distretto Militare e quello di Comandante di Presidio Militare e infine i motivi per i quali ha lasciato anticipatamente l’Esercito.
Tanti ricordi e nessun rimpianto, quel giorno nell’ingresso Sacrario del palazzo che aveva, tanti anni or sono, trasformato un ragazzo in un uomo e, ancor di più, in un Soldato e solo i ricordi più belli: La Bandiera di cui è stato alfiere e la Bandiera che ha brevettato al lancio, i suoi Reggimenti e i suoi Soldati che in 16 anni di comando ha istruito a difendere la Patria, anche a costo della vita.
Probabilmente, per uno dei tanti giovani animati dal fulgente stimolo di vincere al totocalcio o all’enalotto, la vita di questo signore è stata stupidamente inutile e degna, al più, di una risata di commiserazione.
E invece è proprio il ricordo delle sue Bandiere, dei suoi Reggimenti, dei suoi Soldati, che mantengono sempre giovane il cuore di questo vecchio signore, cuore ancora gonfio d’entusiasmo, di amore per la sua Terra, che lui chiama caparbiamente Patria, di rispetto per le sue Stellette di Soldato Italiano.
Il vecchio signore è certo di non aver sbagliato nel trasmettere ai suoi figli tali sentimenti, aiutato in ciò dalla moglie, alla quale, quando si fidanzarono, disse che lei sarebbe sempre venuta dopo il suo dovere di Soldato, vincolo che la compagna della sua vita accettò.
Questo mi è stato raccontato da un vecchio signore in una notte nella quale entrambi soffrivamo d’insonnia, soli nel suo studio, quasi fossimo una sola persona, di fronte a un cofanetto dove erano riposte le Medaglie di suo Padre, tra le quali ne spiccava una fila appesa ai nastrini azzurri delle Decorazioni al Valor Militare. Un Padre che gli aveva inculcato il concetto che l’onore di un Soldato vale molto più della sua vita, che il disonore renderebbe insopportabilmente inutile.
E io posso giurare, sulla mia Parola d’Onore, che, a parte qualche “infiocchettatura” dovuta alla modesta pratica giornalistica, l’essenza della storia è vera.
14 luglio 1998
Un Allievo del 6° Corso dell’Accademia Militare di Modena

Gen. Bersagliere e Paracadutista Umberto Granati
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