È uscito negli ultimi giorni di ottobre una dispensa molto interessante (della serie "Selezione Stampa" edita da circa quattro anni, che il nostro consigliere delegato distribuisce in omaggio a colleghi, amici e conoscenti — e soprattutto al Circolo della Stampa di Milano) dal titolo: "GIORNALISMO: revisione o abolizione dell’Ordine? Dibattito".
Qui di seguito riportiamo la prefazione dell’autore:

Per uno come me, iscritto all’Ordine dei giornalisti fin dal 1951 (avevo vent’anni: quanti sogni…), appartenere – con tanto di tessera – ad un Ordine professionale come quello dei giornalisti, è (quasi) sempre stato motivo di orgoglio personale. Era la dimostrazione pratica del raggiungimento di un traguardo (anche lavorativo, seppure in piccola parte) molto ambito, fin dall’infanzia.
Frequentavo la quarta elementare quando qualcuno (non ricordo se un compagno di scuola o addirittura il nostro maestro unico) ci mise in testa di creare e compilare un giornalino di classe. Chi, fra di noi, aveva la dote del disegno e/o della bella calligrafia fu subito arruolato per redigere un primo tentativo: creammo il "Diario di IV", con disegni e spunti vari, scimmiottando il <Corriere dei Piccoli> che a quei tempi (anni ’30) era il settimanale di normale consultazione per i piccoli di ogni famiglia.
Mi inventai "inviato speciale": facevo una specie di cronaca di ciò che accadeva negli intervalli scolastici, girovagando nei corridoi della scuola "Mario Asso" (ancora esistente in via Mac Mahon, a Milano, sia pure, oggi, con altro nome). L’esperimento "giornalistico" si esaurì dopo qualche settimana per scarsità di collaborazioni, ma restò per me, un’esperienza indimenticabile.
In seguito, al fianco della mia attività di imprenditore metalmeccanico, ebbi l’occasione di creare testate professionali adatte agli interessi della mia azienda nei confronti della propria clientela. Cessata l’attività metalmeccanica, iniziai quella editoriale, creando testate specifiche inerenti il giornalismo e i suoi addetti ai lavori. Fu un periodo di grande interesse, di grandi illusioni e di altrettanto grandi delusioni. Compresi come l’Ordine dei giornalisti fosse una specie di corporazione – oggi si dice "casta" – per cui non a tutti era consentito accasarsi ad esso.
Ho scritto un libro, "Antologia storica del giornalismo" (reperibile su internet) edito da Ipertesto di Verona, dove ho fatto una raccolta di articoli e di lettere al direttore inerenti le insoddisfazioni di chi ha il famoso tesserino in tasca e da parte di chi, quel tesserino, non riesce ad ottenerlo. Oppure lo ottiene, ma di categoria inferiore. C’è il pro e il contro circa l’eventuale abolizione (o revisione) dell’Ordine dei giornalisti.
Per quello che mi riguarda, sono per l’abolizione di un Ordine non indispensabile per una attività professionale garantita dalla Costituzione italiana (libertà di pensiero e di stampa). Posso dirlo apertamente o debbo temere qualche censura? Fate voi…

Domenico Fiordelisi