Nello splendido salone Radetzky dell’importante Palazzo Cusani, della via Brera, 15 in Milano, il giorno 22 novembre 2012, il famoso avvocato penalista Franz Sarno del Foro Milano, Patrocinante in Cassazione, ha tenuto una interessante conferenza: “La Milano criminale “Evoluzione di una società dagli anni ‘50 ad oggi”.
Sono intervenuti: la dott.ssa Laura Bertolè Viale, avvocato generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Milano, il senatore Gianfranco Petricca, generale dei Carabinieri Ruolo d’Onore e il reverendo Alessandro Repossi, cappellano militare ed assistente spirituale del Sovrano Militare Ordine di Malta. Ha brillantemente presentato la conferenza il Generale di B. Antonio Pennino, Comandante Militare Esercito Lombardia.
L’Avv. Sarno, con straordinaria competenza professionale, ha iniziato la conferenza, affermando: «Al termine della guerra, Milano era una città buia e nera dove i malviventi proliferavano; erano delinquenti casalinghi, meno violenti e con attitudini diverse da quelli di oggi, che sono senza freno e molto più spietati. Si è sempre immaginato o saputo che nella malavita ci fosse un codice d’onore, ma non è così, esiste invece un codice di comportamento che, in pratica, è un codice criminale».
Mi scusi avvocato, quando è iniziato il primo atto di violenza a Milano? «Il primo atto di violenza è avvenuto durante una rapina dove i banditi avevano usato un martello per stordire. Questo, dunque, è stato il primo atto di violenza, il primo di una lunga serie proliferata come un cancro nella malavita organizzata».
Che tipo di malavita era quella degli anni cinquanta/settanta? «Era una malavita “casalinga”, ora ci sono spietati criminali che, se vengono fermati da una camionetta dei Carabinieri, rispondono direttamente con il fuoco».
La malavita è una malattia? «Sì. Essa contagia, infesta, sono diventate “Brigate Rosse”, Brigate Nere. Queste arrivarono a mettere a segno il primo atto terroristico facendo esplodere una bomba alla Banca dell’Agricoltura dove morirono parecchie persone e, di conseguenza, quest’orrendo fatto, nella gente aveva generato stupore, spavento, sbigottimento. Nessuno credeva che fosse un atto terroristico, non lo conoscevano. Ma poi si è dovuto prendere atto che la malavita si era attivata intraprendendo anche la “lotta armata” contro lo Stato, mettendo in atto una guerra non convenzionale: la guerra del terrorismo».
Che tipo di guerra è questa? «E’ una guerra non dichiarata, subdola, sotterranea, con eserciti invisibili pronti a tutto. Quando alcuni di loro vengono presi e incarcerati, si dichiarano prigionieri politici, ma sono gruppi di delinquenti vestiti di false ideologie che compiono una guerra tra l’Occidente e il Comunismo. Quando entri a far parte di questi gruppi di estremisti, i principi non contano più, non conta più niente, solo quello che la malavita comanda, perciò i morti per le strade di Milano ce ne furono veramente tanti».
Dopo questo periodo di violenze, Milano si è ancora trasformata? «Milano, dopo questo periodo è diventata vuota perché la malavita si è insinuata nei tessuti sociali. Il delinquente non lo individui più, non lo riconosci più come criminale, sono manager di grandi industrie, sono imprenditori di successo, sono stimati professionisti ed è, quindi, inimmaginabile il vero male che essi mettono in atto».
Ha preso, poi, la parola l’Avv. Laura Bertolè Viale, affermando «La criminalità organizzata di oggi è presa dalla bramosia dei soldi perché danno potenza. Purtroppo, anche i “colletti bianchi” si sono lasciati corrompere, sempre per ragioni di denaro».
Il Senatore Gianfranco Petricca, nel prendere la parola ha così affermato: «Milano si è affidata alle istituzioni e i successi che si sono ottenuti nel disinfestare la città dalla delinquenza minorile sono da attribuire anche alle investigazioni dei singoli carabinieri e dell’intelligence».
Il Reverendo Alessandro Repossi, ha preso la parola per affermare che la delinquenza minorile è avvenuta quando si è lasciata la tradizione cattolica per la ricerca di frivolezze mondane, che hanno prodotto l’incrinarsi della famiglia come valore fondamentale. «L’adulto ha perso le proprie ideologie – afferma il Reverendo – e non le può trasmettere ai figli, pertanto, è una generazione che non affronta la realtà, ma la vive senza volerla abitare. Sono ragazzi che vivono come in un villaggio turistico, in vacanza. Le relazioni che intraprendono le instaurano con persone sconosciute, via internet, che non li coinvolgono e durano poco. Ho notato che a Milano ci sono persone cui tutto scivola addosso, mentre i ragazzi che firmano il loro nome sui muri, sui vagoni di un treno o delle metropolitane danno un messaggio per far capire agli adulti il loro disagio e che essi esistono».
E allora, domando al Generale Pennino, da dove è iniziato tutto questo? E come possiamo fermare questo scempio? «La soluzione per debellare la criminalità sta nella possibilità dell’uomo di affrontare la vita con coraggio, di saper dialogare con i figli; solo l’impegno di tutti, la coerenza educativa d’insegnanti e genitori e una fattiva collaborazione fra tutte le componenti dello Stato possono vincere questa sfida».
Mi scusi Generale, potrebbe dare delle risposte agli interrogativi dei cittadini?
«Tutti sanno quanto e come sia difficile dare risposte convincenti agli interrogativi dei cittadini, e in particolare degli studenti, che colgono la stridente contraddizione tra i comportamenti quotidiani e quanto viene loro detto nelle aule o nei più differenti consessi sui principi di onestà, giustizia, uguaglianza, solidarietà e legalità. E’ necessaria una profonda e radicata convinzione che la società vive e si sviluppa in base a regole di convivenza che consentano, ad ogni suo membro, di avere il proprio e giusto spazio nella comunità. Nelle attuali circostanze e congiunture, è principalmente nell’ambito scolastico, luogo privilegiato di conoscenza ed educazione alla legalità, che va coltivata e fatta crescere la necessità della comune comprensione delle regole e norme che disciplinano il vivere civile e comunitario».
Generale, mi potrebbe parlare del progetto per informare i ragazzi sulla criminalità organizzata? «E’ un progetto, che ritengo di poter chiamare “IO RICORDO, CONOSCO E CAPISCO”, e a cui sto lavorando, intende aggregare risorse atte ad informare i ragazzi che frequentano gli istituti di Milano, sulle possibili e reali commistioni, connessioni ed ingerenze in atto, nel territorio, tra la malavita organizzata ed il mondo del “business” milanese.
La parte del progetto che ho chiamato “IO RICORDO”, rimanda alla visione del film-documentario di Ruggero Gabbai dal titolo, appunto, “io ricordo”… la pellicola, che potrà essere visionata nelle scuole, parla di chi, animato da profondo senso dello Stato e sorretto dai più alti valori civici, nella lotta alla criminalità ha saputo giungere sino all’estremo sacrificio.
Nella parte “ CONOSCO”, si può accompagnare il ragazzo in un virtuale viaggio dai tradizionali luoghi d’origine delle bande criminali e delle cosche fino a Milano, per capire le differenze in termini di concezione ed organizzazione dell’attività criminosa, là e qua.
Da ultimo, il “CAPISCO”…che necessita del supporto di specialisti, tecnici di grande competenza e professionalità, uomini e donne, appartenenti alla Magistratura, alle Forze di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Esercito ed anche dei competenti Ministeri, che quotidianamente, in silenzio e con encomiabile abnegazione, tentano di comporre il complicato “puzzle” che porta a stroncare l’attività delinquenziale.
Per quel che riguarda l’impegno delle Forze Armate sul territorio nazionale con compiti di sostegno all’attività di ordine pubblico, è dovere di concorrere là dove necessario, si tratta certo di un settore non prioritario, ma, se ancora ci sarà richiesto questo contributo, continueremo a darlo. In questa fase del progetto, sarà consentito ai ragazzi, attraverso un momento di dibattito, porre domande e acquisire così, maggiore conoscenza su questo occulto ma reale universo che ci circonda…maturando, al contempo, la volontà di perseguire sempre e comunque obiettivi di legalità.
Con la nostra iniziativa cercheremo, quindi, da una parte di contribuire a diffondere la conoscenza della criminalità organizzata e dall’altra di far penetrare nella mente e nei cuori la convinzione che attraverso un impegno forte e unitario il Paese riuscirà a rendersi libero da quei poteri e da ogni condizionamento ambientale/criminale. L’obiettivo è sintetizzato nella frase di Don Bosco, che parlando dei giovani diceva che bisognava farne: “Buoni cristiani e buoni cittadini, ma credibili, non solo credenti”».
Che cosa la mafia teme di più? «La mafia teme più la scuola che la giustizia. L’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa. Ma quando questi ragazzi cercano lavoro, una casa… chi trovano? La mancanza di politiche sociali, di servizi, di lavoro, di interventi di promozione dei diritti e delle opportunità, ha un peso enorme nell’avvicinare i giovani alla criminalità.
Questa sera rivolgiamo la nostra attenzione all’inquadramento storico sulle origini e le trasformazioni del fenomeno “criminalità organizzata”, nonché sui suoi aspetti socio-economici in Lombardia».
Il Generale Pennino, ha chiuso la conferenza con le parole del Generale Dalla Chiesa: “Per spezzare il ricatto dei criminali sulla società, lo Stato deve garantire ai cittadini come diritto ciò che la mafia dà loro come favore”.
Tutto ciò che è scaturito da questa conferenza, è stato uno spunto di riflessione sulla nostra città, su una Milano che evidenzia tutte le contraddizioni di tutto ciò che la caratterizza, una città che negli anni si è saputa trasformare fino a perdere la sua identità per acquistarne una nuova e moderna. È stata una conferenza dove abbiamo posto tutte quelle domande e dubbi sull’efficacia dell’equilibrio tra criminalità e coscienza. Un’accurata analisi sul ruolo dei genitori, sull’importanza del potere delle Banche e il tipo di condizionamento che esercitano sulle persone, sull’influenza della malavita attraverso le conseguenti ripercussioni sull’economia reale, come comportamenti strettamente personali evidenziano atti di prevaricazione nei confronti di coloro che, in particolari momenti della vita, sono più deboli.

Principia Bruna Rosco

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