Chi scrive il presente è ormai da troppo tempo nel mondo delle arti marziali per non aver fatto l’abitudine alle periodiche mode che colpiscono questo strano e misconosciuto mondo, che a molti richiama qualche B-movie cinese Proprio il mondo dello schermo (piccolo o grande) è sovente il primo veicolatore delle nuove “tendenze marziali” che portano le persone ad orientarsi verso la disciplina più in voga. Se negli anni ’70 il Kung Fu era stato un must grazie alla figura di Bruce-Lee, gli anni ’80 avevano presentato ulteriori diverse mode, dal Karate (grazie alla collana di pellicole della serie Karate-kid) fino ai diversi filmetti marziali, i quali avevano portato l’attenzione del mondo sulla figura storica dei ninja, tanto da far sbucare (secondo alcuni maliziosi studiosi della storia nipponica, “magicamente” dal nulla) scuole che insegnavano ad ammantarsi di nero e tramutarsi in novelli shinobi, le spie/assassini del feudalesimo nipponico. Steven Seagal ha reso un grande merito all’Aikido negli anni ’90, sdoganandolo a livello planetario dalla primitiva immagine di elitaria disciplina per palati fini (tanto che
+per alcuni aikidoka l’aitante attore yankee oggi rimane un mito al di là delle qualità tecniche effettive). Qualcuno arriva ad asserire che l’allora aitante attore americano abbia riempito maggiormente i dojo di Aikido con le sue acrobazie cinematografiche, rispetto allo stesso Ueshiba Morihei Sensei, il grandissimo budoka che nel 1942 sviluppò l’Aikido modificando le tecniche di Daito Ryu Aikijujutsu delle quali era maestro da molti decenni. Le mode non si sono fermate lì. Man mano, i vari attori di “action movies” come Van Damme, Jet Li o Jackie Chan hanno di fatto aumentato la notorietà di questa o quella disciplina. Persino la scherma nipponica, che fosse il classico kenjutsu e iaido o il più moderno kendo, è stata indirettamente aiutata nel periodo in cui Tom Cruise sbancò il botteghino col il suo “Ultimo Samurai”. Perfino il Wrestling (quello made USA) che per molti rappresenta una parodia assoluta del combattimento, nei periodi di sua massima esposizione televisiva aveva prodotto nelle nostre città fantomatici corsi che si riproponevano di emulare le gesta di Hulk Hogan & C.
Non dobbiamo meravigliarci, quindi, se la popolarità che può creare un certo tipo di spettacolo, possa influenzare molto i gusti di coloro che si avvicinano per la prima volta alle arti marziali. Negli ultimi tempi, particolare interesse hanno iniziato a suscitare quelle forme di sport da combattimento che prevedono lo scontro con un utilizzo minimo di regole e protezioni, in particolari ring a forma di “gabbia” . Questi incontri, nati come confronto tra diverse discipline da combattimento già note da moltissimi anni, hanno conquistato l’attenzione dei media come la TV, tanto da creare il fenomeno conosciuto come MMA, acronimo di Mixed Martial Arts, ossia arti marziali miste. Dalla curiosità che simili combattimenti hanno suscitato nell’opinione pubblica, alla rapida proliferazione di corsi appositi di MMA, nei quali veniva offerta al neofita la possibilità di intravvedere i segreti di varie diverse discipline in un solo sistema, il passo è stato breve. Occorre però analizzare a fondo il fenomeno e comprendere quale sia la differenza tra una forma di combattimento sportivo, anche se estremo, e lo studio serio di una disciplina marziale. Gli atleti che combattono in questi tornei di indubbia durezza sono degli sportivi professionisti selezionati che, in virtù della loro specializzazione, dedicano tutto il loro tempo non solo alla preparazione del fisico, ma anche allo studio approfondito delle diverse discipline che possano permettere loro di primeggiare nella “gabbia”. I Brasiliani in fondo sono stati per anni indiscussi precursori di questo tipo di combattimenti. Quando un atleta molto forte (anche per qualità personali) primeggiava grazie ad uno specifica abilità in un determinato campo della lotta, agli aspiranti sfidanti non restava tra scegliere di batterlo nel suo campo o trovare metodi e specializzazioni che permettessero loro di colmare il gap. Così atleti particolarmente forti nella lotta a terra, seguivano specifiche preparazioni con Maestri di pugilato o muay thai per migliorare la loro preparazione nei colpi Va ben compreso però che questo fenomeno era presente in molte culture. Nel Giappone tradizionale, ad esempio, era conosciuto come “Sogo Budo” ossia “completezza marziale totale” condizione essenziale per un combattente che doveva, come nel caso dei bushi giapponesi essere edotto nei diversi aspetti dell’arte del combattimento. Il Samurai, per quanto specializzato in una particolare forma di combattimento, doveva infatti avere una buona base anche nelle altre discipline, per essere in grado di affrontare in maniera naturale le molteplici variabili della guerra. Il Sogo Budo (come pure le sue moderne imitazioni) è però un bellissimo sistema che richiede la dedizione totale, perché qualsiasi singola scuola si voglia studiare, necessita inevitabilmente di un lungo periodo di apprendistato per essere praticata con disinvoltura e ancora di più se poi si ha l’intenzione di insegnarla. Coloro che, ad imitazione dei grandi campioni sportivi di incontri interstile, si presentano come nuovi guru della forma “definitiva” di arti marziali (destinata secondo alcuni a far sparire tutto il resto ormai “inutile” ed “anacronistico) spesso e volentieri dimenticano la classica regola del buonsenso che suggerisce reale ed approfondita competenza in ogni aspetto delle discipline che compongono il sistema del quale si presentano docenti. Una generale infarinatura di tre o quattro diverse arti marziali non è sufficiente per poter insegnare tali elementi con la stessa competenza che un maestro di una specifica tradizione dovrebbe avere. Con il tempo avviene un naturale depauperamento della conoscenza e quindi anche una progressiva perdita di credibilità. In realtà chi conosce il mondo del budo sa che di esperimenti simili, anche senza l’etichetta di MMA, negli ultimi settant’anni ne sono stati fatti molti. Alcune di queste nuove forme sono anche riuscite a prendere un certo piede, ma con il tempo si è spesso assistito a una progressiva perdita di cura dei particolari man mano che l’arte derivata si allontanava nel tempo dalle sue forme originali tradizionali. Per correre ai ripari, coloro che avevano iniziato tali nuove forme, sono stati costretti ad aggiungere sempre nuovi elementi, allontanandosi però così sempre più da quelle solide basi marziali che avevano loro permesso di realizzare la nuova creatura. Non sempre l’aggiunta di nuovi gusti migliora un piatto. Durante una pausa nel corso di un seminario in Svizzera, mi capitò di leggere su un menù elvetico persino pizza con sopra i tortellini. Ritengo che nonostante la notevole aggiunta dei più disparati ingredienti, tutti avrebbero pagato anche il doppio del pur esorbitante prezzo, per assaporare una genuina, semplice ed italica margherita, magari poco fantasiosa, ma buona. Nelle arti marziali in fondo spesso è lo stesso.

Roberto Granati
takinokan@alice.it
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