volti

È possibile che si dica «le donne»
senza il sospetto che da lungo tempo
questa parola non abbia più alcun plurale,
ma solo innumerevoli singolari?
Rainer Maria Rilke

Quando si parla di “ condizione femminile” si riferisce al complesso di norme, costumi e visioni del mondo che riguardano il ruolo della donna nella società.
Per secoli le società e culture hanno riconosciuto alla donna capacità e ruoli limitati alla procreazione e alla cura della prole e della famiglia (in accordo con una visione prettamente biologica/naturale).
L’emancipazione femminile ha rappresentato il tentativo d’integrare il punto di vista biologico con le trasformazioni psicologiche e culturali, e quindi la ricerca di una uguaglianza formale e sostanziale tra la donna e l’uomo.
Fino agli anni sessata, la donna era stata relegata a un ruolo subalterno nella società e nel mondo del lavoro. Asse portante della famiglia, madre e moglie devota nell’immaginario collettivo, fu reso marginale il suo essere nel mondo come persona che realizza progetti e desideri, slegati e diversi dal suo ruolo familiare.
Nell’ultimo secolo, si sono avuti notevoli passi in avanti in questa direzione, ricordiamo, infatti, le conquiste legislative del femminismo come primi movimenti verso l’indipendenza (legge 194/78 sull’aborto, contraccezione e Legge 1 dicembre 1970, n. 898 sul divorzio), ma ad oggi è possibile tracciare un quadro della situazione reale che è ancora da completare nel disegno e colorare.
Un quadro che vede ancora pochissime donne nei luoghi del potere effettivo (sia politici che soprattutto economici), retribuzioni nettamente inferiori a parità di lavoro, discriminazioni dirette e indirette in caso di maternità, pesante arretratezza dell’Italia (dal punto di vista dei diritti al femminile) rispetto agli altri paesi d’Europa.
Nell’attuale società vivono fianco a fianco molteplici donne tra loro diverse. Non esiste più un profilo di donna, quindi, ma modi differenti di affermare e realizzare la propria femminilità. Questa realtà è il frutto di tante conquiste che hanno aperto tuttavia la porta a nuovi conflitti.
Le conquiste ottenute nell’ambito della sessualità e del lavoro sono diventate per molte una ricchezza alla quale non è più possibile rinunciare, ma nel contempo un fardello difficile da gestire.
Nel vivere la sua identità dalle varie coloriture e peculiarità, la donna rischia di ricalcare i modelli tradizionali maschili, nel lavoro come nell’eros, mettendo in pericolo parte della sua innata femminilità.
La maternità stessa, scelta e non più subita direttamente o indirettamente dal contesto familiare e sociale nei quali è inserita, crea oggi spesso dei conflitti interni non irrilevanti!
Inoltre la donna del 2000, nella relazione di coppia, tende ad avere più potere dell’uomo in quanto quest’ultimo non sempre si è adattato ed evoluto in parallelo all’emancipazione femminile, con un progressivo svuotamento del mito della potenza maschile. La legittimazione dell’eros femminile può avere due facce della stessa medaglia: una risorsa o una causa di conflitti e di fragilità per la coppia (condivisione dell’eros vs. attese insoddisfatte e timori di inadeguatezza)
Infine bisogna ricordare come nel mondo occidentale la società e le famiglie iperprotettive hanno favorito una dolce castrazione del maschio tradizionale, il quale felicemente delega alla donna responsabilità e ruoli da lui un tempo detenuti! (G.Nardone, 2010)
La seduttività femminile è cambiata nel tempo, per scenario, finalità, modi (donna velata vs. donna svelata) ed espressioni (bellezza e capacità di accudire vs, bellezza e fascino della persona correlato alle capacità intellettive, autonomia, intraprendenza,etc,)
Come psicoterapeuta mi trovo spesso a lavorare con la coppia sul riportare l’attenzione sulle tre aree fondamentali sia per l’individuo che per il benessere della coppia stessa: area sessuale, area intellettuale e quella emotiva. Si deve recuperare la consapevolezza dei propri diritti e potenzialità in ciascuna area.
Per troppo tempo le donne sono state considerate protagoniste assolute dell’area emotiva, non ricevendo feed-back o conferme sul loro essere sessuate e pensanti: devono riappropriarsi dei loro piaceri e desideri, sessuali e intellettuali!
Come ben descrivono Lieta Harrison e M. G. Cancrini (1986), la donna diventa soggetto del suo desiderio “non per cancellare le differenze rispetto al maschile, ma per rifiutarne ogni discriminazione”.
La rappresentazione mediatica del femminile veicola spesso un’immagine falsa e svilente della donna: si rileva un gap profondo tra la donna stereotipata e virtuale dei media e la donna reale.
…un torto ai tanti passi avanti compiuti nei decenni passati, agli innumerevoli talenti femminili che crescono nelle scuole, che si affermano nelle università, nei centri di ricerca, nell’arte, nelle più svariate professioni, in famiglia.

La terza e ultima giornata della Conferenza nazionale sulla famiglia, a Milano, si è aperta nel segno della disuguaglianza di genere. L’Istat, infatti, pubblica una serie di dati secondo cui nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne, valore di poco più basso di quello registrato nel 2002-2003 (77,6%). Persiste dunque una forte discrepanza nella divisione del carico di lavoro familiare tra i partner.
L’asimmetria nella divisione del lavoro familiare è trasversale a tutto il Paese, anche se nel Nord raggiunge sempre livelli più bassi. Le differenze territoriali sono più marcate nelle coppie in cui lei non lavora. L’indice assume valori inferiori al 70% solo nelle coppie settentrionali in cui lei lavora e non ci sono figli, e nelle coppie in cui la donna è una lavoratrice laureata (67,6%). Rispetto a sei anni prima, l’asimmetria rimane stabile nelle coppie in cui la donna non lavora (83,2%).
Cala, invece, di due punti percentuali nelle coppie con donna occupata, passando dal 73,4% del 2002-2003 al 71,4% del 2008-2009. Una diminuzione, questa, che riguarda sostanzialmente le coppie con figli: in presenza di due o più figli l’indice passa, infatti, dal 75% al 72,2%.

La cultura, la religione, la politica, etc…fanno da contenitore sociale, al cui interno si possono esprimere in più svariati modi i ruoli dell’essere donna.Basta pensare alla realtà di Nu Guo, soprannominato “il paese delle donne”. E’ una società senza mogli, mariti o matrimoni. Un microcosmo dove la famiglia in cui si nasce è la stessa in cui si muore, e che non contempla il concetto di infedeltà, perché l’appartenenza ad un individuo , così come l’arricchimento materiale, semplicemente non esistono.
Siamo nella provincia dello Yunnan, ai piedi dell’Himalaya: “yun” vuol dire nuvola,“nan” vuol dire sud, il paese a sud delle nuvole. In questa regione incantata vivono i Moso, una minoranza etnica strutturata in grandi famiglie di discendenza materna.
Un sistema unico, nel quale le donne “portano sulle spalle” un’intera comunità e i valori su cui sono costruite tutte le nostre società sono rovesciati.
Le coppie, infatti, non abitano sotto lo stesso tetto, ma passano la notte insieme nella «camera dei fiori» per separarsi all’alba.
Qui si tollera meglio un’infedeltà che la violenza derivante dalla gelosia: al possesso si preferisce la libertà.
Credo che ogni donna abbia il diritto e il dovere di iniziare a riflettere sul proprio contenitore sociale, di riconoscere i suoi veri valori, principi e di cercare un compromesso…impresa ardua…ma affascinante nel sentirsi…….


Dr.ssa Paola Nicolini