f68bc1606a499c66a1eabd66e99d6817_XL Da quando è stata creata la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) nel 1994, la Conferenza delle Parti (COP) dell’UNFCCC si riunisce annualmente per valutare i progressi compiuti in materia di cambiamenti climatici.
Il 2012 termina con la Conferenza di Doha, COP 18, e un sostanziale e sorprendente stallo, per non dire retrocessione, rispetto alla necessità di proseguire una politica ambientale proattiva a livello planetario.
Quasi 200 paesi sono riusciti alla fine a concordare il prolungamento del Protocollo di Kyoto per altri otto anni, fino al 2020, scontando tuttavia il ritiro di Canada, Giappone, Russia e Nuova Zelanda e demandando al 2015 l’onere della realizzazione di un documento più approfondito e vincolante da rendere esecutivo nel 2020, giacché risulta normato solo il 15% delle emissioni di Co2 complessivamente emesse.
Per quanto sia comprensibile la cautela nell’adozione di norme che incidono profondamente sulle singole realtà produttive, tuttavia risulta incomprensibile la paralisi che, dopo un avvio illuminante come Kyoto, ha colpito i paesi industrializzati.
Eppure i dati parlano chiaro: il surriscaldamento terrestre rischia di essere più forte di quanto ipotizzato e di superare quel fatidico limite di due gradi centigradi medi in più entro i quali speriamo di rendere “reversibile”, anche se nel lungo periodo, il fenomeno del Global Warming.
Purtroppo dobbiamo ancora una volta prendere atto di quanto miopi interessi locali frenino il potenziamento di un meccanismo che prevede una profonda riconversione industriale e produttiva delle nazioni sviluppate.
Ciò che più dispiace tuttavia è costatare quanto tali prese di posizione siano lontane da una comune visione del futuro per il nostro pianeta e dalla consapevolezza che
decidere di puntare sulle tecnologie “verdi” e compiere rinnovamenti sociali volti alla sostenibilità corrisponde a gettare le basi per un futuro benessere.

E in Italia? Sinora non ci siamo contraddistinti per coerenza dall’applicazione della certificazione energetica che differisce da una regione all’altra in poi: possiamo fare meglio.
Al riguardo nella recente “Agenda Monti” troviamo un capitoletto che parla della nostra green economy, e in termini lusinghieri, affermando che occorre “…Sfruttare tutto il potenziale dell’economia verde. La tutela dell’ambiente è investimento per il futuro e presupposto per vivere meglio il presente. Lavoro e salute non devono più essere alternativi, ma complementari. Per questa ragione l’economia verde non può essere “altro” dall’economia, ma è parte integrante dell’economia. L’industria, i trasporti, l’agricoltura, gli edifici devono riorientarsi secondo i criteri dell’efficienza, del contenimento delle emissioni nocive, dell’impiego di materiali riciclabili e d tecnologie intelligenti per smaltire i rifiuti, bonificare i terreni, ottimizzare il ciclo dell’acqua, mettere in sicurezza il territorio, incentivare la mobilità a basso impatto ambientale. Programmi formativi e incentivi devono facilitare le scelte “verdi”…”

Tuttavia la descrizione sembra più un’intenzione che un’indicazione che possa costituire una guida all’applicazione concreta, e soprattutto non si vede traccia di quel fondamentale aspetto senza il quale la rivoluzione verde è destinata a fallire o rimanere un atteggiamento superficiale : il progetto per il processo di mutamento sociale che può avanzare solo se include comprensione e compartecipazione. La società intera deve condividere l’introduzione di un nuovo stile di vita, e tale richiesta non può essere imposta da norme o regolamenti, ma deve essere realizzata nell’ambito di un processo di adesione e partecipazione collettiva.

Olivia Carone