images Leadership e motivazione in contesti di risorse scarse: tema oggetto di un intenso pomeriggio di studio introdotto da Mariacristina Galgano – amministratore delegato di Galganogroup. “ Leadership e motivazione in contesti di risorse scarse acquistano oggi nuove valenze. Quando l’imprenditore si trova a dover generare motivazione con risorse limitate, allora si rafforzano il sentiment e le proprie doti di leadership vanno a far leva sulla capacità personale di generare motivazione e passione all’interno del proprio team.

Da questa consapevolezza nasce l’idea di proporre questo intervento sui generis, un confronto con una realtà affine ma molto diversa da quella imprenditoriale. Gli obiettivi si raggiungono attraverso i diversi talenti umani che vanno riconosciuti, allenati ad emergere e sostenuti attraverso rispetto, motivazione e metodo.

 

La conversazione con Salvatore Vella, già Magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ora Pubblico Ministero ad Agrigento, porta l’attenzione su cosa significhi esercitare una Leadership e quanto importante sia farlo in un contesto in cui le risorse sono scarse e le sfide sono certamente molto complesse.

 

E come diceva Leonardo Da Vinci “La semplicità è l’estrema forma di eleganza”, anche le parole scelte dal Magistrato nostro ospite per raccontare episodi tratti dalla propria esperienza di frontiera, sono semplici ma efficaci. Evidenziano con grande chiarezza che, per ottenere il meglio dalle persone anche in situazioni difficili, è indispensabile mettersi in gioco in prima persona. La leadership non si acquisisce per doti innate ma la si guadagna giorno per giorno, conquistandosi il rispetto delle persone.

 

L’incontro con questo giovane magistrato siciliano è stimolante e ricco di spunti di riflessione e offre diverse analogie. La prima fra tutte: esercitare una reale leadership significa essere grado di generare motivazione, senso di appartenenza, creatività e impegno per superare i numerosi ostacoli che si incontrano in una normale realtà lavorativa. Per generare tutto ciò il leader deve possedere

 

SETTE CARATTERISTICHE CHIAVE:

 

1) La Qualità è fatta di dettagli. Il capo che crede nella Qualità sa che il successo o l’insuccesso di grandi progetti sta nella cura dei dettagli. La delega agli operatori è connaturata alla sua guida, alla sua leadership .

 

2) Essere innamorato delle proprie risorse. Il massimo dirigente deve avere un’infinita fiducia nelle grandi potenzialità di tutti gli esseri umani perché dando loro fiducia, queste risorse possono esprimere il meglio. A ciò si aggiunge la consapevolezza che se il talento è comune non è altrettanto comune trovare ambienti in cui questo talento si possa esprimere. Il compito del leader è creare un contesto in cui il talento possa veramente fiorire.

 

3) Avere profondo rispetto per le risorse umane . Le persone danno il meglio se sono trattate con rispetto e il rispetto non è fatto di enunciati o comunicati ma si compone di tanti piccoli dettagli. Le persone sentono di essere rispettate da piccole attenzioni concrete, percepite a livello quotidiano: la comunicazione interna, la possibilità di crescere, la possibilità di dare un canale alle proprie idee e ai propri suggerimenti, l’ergonomia, la sicurezza. Creare un contesto in cui vi è realmente rispetto per gli essere umani è il compito del dirigente apicale.

 

4) Perseguire il miglioramento continuo, anche a piccoli passi. Le aziende che hanno i programmi di miglioramento più efficienti sono quelle in cui anche il capo in testa riesce a ritagliarsi 10 minuti per presenziare a quei momenti comuni in cui si parla di qualità dimostrando così la cura dedicata a Qualità e Innovazione perché ci crede veramente.

 

5) Andare a gemba. Si tratta di un aspetto importante, meno conosciuto, che si è imparato guardando le aziende eccellenti all’estero: il primo dirigente che crede nella Qualità si sa immergere nella realtà della sua azienda, dimostrando di avere l’umiltà di mantenere un contatto diretto con la catena operativa. Anche andando dove si crea il valore, ad esempio in una realtà di produzione, visitare spesso lo stabilimento e guardare da vicino quello che succede; in una realtà di servizi, assessment allo sportello.

 

6) Cercare le cause e non i colpevoli: fare “hansei” . Saper imparare dagli errori per trarne il massimo beneficio per il futuro. In ambito direzionale esiste la consapevolezza che da ogni esperienza, positiva o negativa, l’azienda può imparare qualcosa. Anziché cercare il colpevole, il leader lungimirante cerca di capirne le cause con l’obiettivo di migliorare continuamente. Quando la ricerca è orientata ai colpevoli, infatti, i problemi non vengono risolti e spesso si ripresentano.

 

7) Porre al centro le persone e non la tecnologie. L’unica fonte di successo nel tempo sono le persone. E il compito del leader è saper tirar fuori il massimo, il meglio.

 

Salire sulle spalle di giganti è il motto che accompagna Galganogroup nel suo fare consulenza da cinquant’anni e ricorda l’umiltà di un genio come Newton che riconosceva come la sua lungimiranza derivasse dalla capacità di copiare con intelligenza da chi era venuto prima di lui. Oggi, con la stessa caratteristica, tutti dobbiamo essere pronti a confrontarci con altre realtà, osservare la loro diversità per portarci a casa task utili e interessanti.

 

Qualità e Innovazione rappresentano un binomio di successo per le aziende che vogliono rimanere sul mercato e crescere. Il terzo indispensabile elemento è la Leadership: senza una forte leadership da parte del massimo dirigente, infatti, la tensione costante tra Qualità e Innovazione, che ha come obiettivo il miglioramento continuo, con il tempo viene a decadere.

 

 

Ora l’intervento di Salvatore Vella:

“Sto vivendo il sogno della mia vita. Fin da ragazzo sognavo di fare il magistrato. Subito dopo il Liceo sono andato a studiare a Roma e sono tornato a casa dopo aver vinto il concorso in Magistratura perché nelle mie corde fare il magistrato vuol dire farlo in Sicilia. Sono stato Magistrato applicato alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ora svolgo funzioni di Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Agrigento. Sono arrivato nelle aule giudiziarie della mia regione nel 2001 e da 10 anni sono scortato insieme alla mia famiglia. Ogni momento significa fare i conti con una realtà non semplice in cui sono forti le carenze di mezzi e risorse. Ma al di là di tutto lavorare in questa terra è per me una sfida che porta tante soddisfazioni, perché contrastare un nemico come Cosa Nostra ti stimola a migliorare continuamente”.

 

Il racconto avvincente di Vella è l’esperienza di chi da anni è impegnato nella lotta alle cosche mafiose.

 

“Sono abituato a parlare di legalità ai ragazzi nelle scuole e ricordo, studente sedicenne, di aver ascoltato per la prima volta un Magistrato che, dal suo particolare punto di osservazione, illustrava a me e ai miei compagni quello che succedeva nell’isola. Il primo Magistrato che andò nelle scuole ad incontrare gli studenti fu Rocco Chinnici, allora capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, che già negli anni ‘70 capì che per sconfiggere la mafia bisognava fare indagini, arrestare i colpevoli, ma anche parlare ai giovani. Parlare alle nuove generazioni per provare a regalare a tutti un futuro migliore: questo è l’obiettivo.

 

L’idea della Qualità applicata al lavoro è un fatto comune. Il primo passo è l’etica e dopo l’etica c’è la leadership, perché lavorare con le persone, dirigere il lavoro di altri, coordinarli per raggiungere determinati obiettivi ha dei funzionamenti e segue delle leggi simili in contesto diversi: in una situazione di frontiera come in una qualsiasi azienda, le dinamiche appaiono analoghe.

 

Che cosa significa fare il giudice in Sicilia? Significa lavorare in un contesto caratterizzato da una forte mancanza di risorse. Significa lavorare da solo in una Procura della Repubblica dove dovrebbero essere presenti altri quattro magistrati, che non ci sono; significa avere a disposizione solo due auto per i pedinamenti con il rischio di essere riconosciuti subito dagli spacciatori. Significa dover affrontare problemi molto concreti come la mancanza negli uffici di fax e computer funzionanti oppure come la carenza di benzina con cui rifornire i furgoni cellulari della Polizia Penitenziaria per accompagnare gli imputati in tribunale. Significa avere a che fare ogni giorno con l’omertà. Ma significa anche lavorare in una terra meravigliosa, bella e terribile.

Avevo poco più di 30 anni quando mi resi conto che stavo facendo qualcosa che va al di là dello svolgimento di una mera attività professionale. In seguito ad un processo che aveva portato agli arresti circa una ventina di persone, vengo posto sotto tutela e mi trovo a dover cambiare completamente le mie abitudini, la mia vita. Fino al 2002 ero un giovane magistrato che andava in moto e che faceva jogging sulla spiaggia. Da quando sono sotto scorta la mia vita è completamente cambiata.

Tra i regali più importanti che questa professione mi ha fatto c’è la consapevolezza del mio lavoro, la coscienza di doversi meritare ogni giorno la professionalità e l’abnegazione delle persone che lavorano vicino a me, gli angeli della mia scorta.

 

Un episodio in particolare, capitato all’inizio della mia carriera, mi fece guadagnare questa certezza: la prontezza di un giovane appuntato della Guardia di Finanza, Francesco Messina, padre di un bimbo di 5 anni. In una situazione di possibile pericolo non esitò a proteggermi con il proprio corpo da un’autovettura sospetta. Nessuno avrebbe biasimato questo ragazzo se invece di stare tra il magistrato e la macchina si fosse posizionato un metro e mezzo più in là, con la sua pistola in pugno, avrebbe comunque dimostrato che era pronto e che stava facendo il proprio lavoro. Ma quel giovane appuntato in pochi attimi scelse di stare tra la persona a cui faceva da tutela e la possibile fonte del pericolo, esattamente dove doveva stare. Con quel gesto ha dimostrato di aver scelto di fare al meglio il proprio lavoro, un compito che comportava il rischio di perdere la propria vita per difenderne un’altra. Durante la notte, non riuscendo a prendere sonno, pensai a quell’agente come a un gran professionista, ma non soltanto a questo: Ciccio Messina ha una famiglia e un figlio che lo aspettano a casa, ma in quel momento è l’uomo di scorta a un magistrato e, senza esitare, svolge al meglio e pienamente il proprio lavoro. Vivere esperienze di questo tipo permette di prendere posizione con maggior consapevolezza e lavorare sempre meglio perché persone come Ciccio Messina te le devi meritare, anche come leader.

 

La professionalità di questo appuntato, che ricordo sempre con grande emozione, mi procura un senso di piacere per il significato profondo di quel gesto e, nello steso tempo, mi costringe a lavorare ogni giorno in modo degno, per poter dire a quell’appuntato, come agli altri della mia squadra: tu sei li quando serve e anche io sono li quando serve.

 

Questa condizione dà al leader una grande responsabilità verso gli elementi del gruppo. Il leader deve essere in grado di tutelare i suoi uomini e di creare le condizioni per renderli motivati e soddisfatti di lavorare insieme, garantendo sempre a tutti, nei limiti delle possibilità, la più alta qualità di lavoro possibile. Il rispetto al leader deriva, infatti, da come egli esercita la propria leadership nel gruppo.

 

Un buon leader è un soggetto diverso dal capo. Mi sono accorto di quanto fosse importante l’esercizio della leadership, non tanto dai miei studi, ma solo quando mi sono trovato a dover rivestire io il ruolo di leader nel coordinare le indagini giudiziarie. Parlando poi con Cristina Galgano ho analizzato in maniera più scientifica le mie condotte, tentando di migliorarle ulteriormente. Il leader (dal verbo inglese “to lead”) è colui che conduce un gruppo per raggiungere un obiettivo, non è soltanto chi comanda e decide. Un capo dà ordini, può anche ottenere un buon successo personale, ma nel lungo periodo può distruggere il gruppo perché lo utilizza per suoi scopi. Il leader, invece, indica la strada, dà e crea benessere nel gruppo, lasciando un segno quando se ne andrà. Il gruppo diretto da un leader ottiene risultati duraturi e non fuochi d’artificio.

 

Il leader deve essere un gran professionista, competente e pronto a mettere sul campo le proprie capacità a disposizione dell’intero gruppo. Queste capacità non sono innate, devono essere coltivate e sviluppate al meglio. Se l’istinto è importante, perché ti consente di dare a un’operazione il colpo finale da maestro, da solo non basta. Occorre la professionalità, che vuol dire studio continuo, che è la vera base da cui partire, l’elemento fondamentale perché permette al leader di essere riconosciuto in quanto tale dai suoi uomini, mettendoli nelle condizioni di lavorare in sicurezza totale e di avere sempre un punto di riferimento chiaro. E’ importante per me essere leader etici ed ecco che ricordarsi di usare parole come grazie e scusa, termini che impariamo da bambini ma che poi da adulti spesso dimentichiamo, è senz’altro un valore in più che rafforza i legami con i membri del gruppo.

 

Anche in un contesto particolare, come quello delle indagini e dell’attività di un Sostituto Procuratore della Repubblica, l’esercizio della leadership non può che passare dalla delega. Saper delegare compiti e responsabilità ai miei collaboratori si coniuga necessariamente con la capacità di conoscere chi ti sta di fronte, di valutare le sue potenzialità, i suoi limiti, quanto ha dato fino a quel momento e quanto potrà dare di più, se guidato nel modo corretto. La leadership comporta la capacità di riconoscere le potenzialità dei collaboratori, sia quelle già manifestate, sia quelle non ancora espresse a pieno. E spesso questo vuol dire anche sfidare qualcuno dei collaboratori, facendogli scoprire un potenziale di cui lui stesso non è ancora consapevole.

 

La rapidità con cui il magistrato di solito lavora e la situazione d’incertezza e di costante instabilità in cui vive, lo portano a dover comprendere subito quali persone della squadra possono ricoprire determinate posizioni chiave: quella “più sveglia e operativa” che risolva subito i problemi, quella che “metta in fila le carte”, quella con maggiore esperienza che faccia da consigliere e che metta a disposizione nozioni e saggezza con le quali, magari, poter smussare problemi più complessi in situazioni difficili.

 

La motivazione della squadra ha un peso decisivo nel perseguimento degli obiettivi. Il lavoro dei collaboratori va riconosciuto e premiato. Quando non è possibile incidere sulla retribuzione o su avanzamenti di carriera dei collaboratori, si possono trovare altri strumenti che acquistano un valore importante: un lavoro ben fatto viene ricompensato con una lettera di encomio inviata ai superiori. Il valore di quella lettera risiede proprio nel ricordo della “magìa” che si è creata nel gruppo durante lo svolgimento di un’indagine ben fatta e nel rispetto che reciprocamente si è provato lavorando insieme. Piccole azioni che rimangono ben salde nella memoria di ciascuno e che diventano esempi da raccontare ai nuovi, a chi di quel “gruppo magico” non ha fatto parte.

 

A volte le condizioni di lavoro sono particolarmente dure. E’ proprio in questi momenti di difficoltà che il gruppo, il fattore umano, reagisce con il proprio ingegno alla mancanza di mezzi.

Quando regali alle persone della tua squadra la consapevolezza che possono fare meglio e di più, mettendo a frutto competenze che magari neanche sanno di possedere, la conseguenza naturale è che l’intero gruppo funziona meglio, si raggiungono obiettivi che in altre situazioni non si potrebbero ottenere e, infine, fa stare bene tutti. E questo non è secondario. La qualità del lavoro dipende, in larga parte, proprio dalla serenità che si riesce a regalare alle persone con cui si lavora.

 

Se è giusto delegare, è altrettanto giusto che il leader capisca quando non lo si deve fare. Riuscire a guadagnarsi la stima, la professionalità, il rispetto degli elementi della propria squadra dipende, infatti, anche dalla capacità del capo di sapere quando si può delegare un’attività ad altri membri del gruppo e quando, invece, è meglio farla in prima persona. Se devo interrogare un capo mafia o un uomo di potere, è giusto che l’interrogatorio lo conduca io, che nel gruppo ho le spalle più larghe. In quelle situazioni che potrebbero diventare scomode è giusto che sia il magistrato a fare le domande, magari scomode, e a guardare negli occhi l’imputato mentre risponde o tenta di non rispondere, perché è opportuno che chi guida il gruppo ci metta la faccia e il proprio nome nell’attività che coordina, soprattutto se ha la spalle più grandi di un maresciallo dei Carabinieri o di un ispettore della Polizia di Stato.

 

Nella mia convinzione, la squadra è ciò che fa da specchio al leader perché diviene il primo indicatore della sua capacità di esercitare tale compito: non ci sono solo gli obiettivi che si riescono a raggiungere, comunque molto importanti, ma è il funzionamento degli uomini che si coordinano a decretare una buona leadership . Un gruppo che funziona è il primo indicatore di un leader che funziona. Perché sono enormi le potenzialità di un gruppo ben coordinato e gestito, soprattutto in situazioni molto stressanti: ogni membro della squadra concentrato nello svolgimento della propria specifica attività e tutti orientati al raggiungimento di un unico obiettivo finale. E’ il leader a dare colore al gruppo e spesso può capitare che con un leader diverso la stessa squadra non funzioni più come prima.

 

Nel mio lavoro, il competitor è rappresentato dalla mafia e dalla criminalità che spesso dispongono di sostante e mezzi molto più allettanti di quelli messi a disposizione dallo Stato. Per svolgere le mie funzioni è fondamentale conoscere a fondo gli uomini con cui lavoro per evitare la domanda e il conseguente dubbio: chi lavora con me indossa la maglietta della mia squadra o, al di sotto, ha la maglietta della squadra avversaria?”. In questo contesto delicato il gruppo è basilare anche come strumento di difesa dei soggetti che ne fanno parte.

 

La mafia ha un potere enorme e devastante sugli individui. Ricordo la vicenda di Ignazio Cutrò, un piccolo imprenditore con i calli alle mani, che non ha voluto chinare il capo alla criminalità e ha deciso di denunciare. Dal quel giorno su di lui e sui famigliari è caduta la scure dell’ostracismo del loro paese e la conseguenza è stata la solitudine con cui la cittadinanza ha deciso di punire questo imprenditore e la sua famiglia. Questo esempio di vita vissuta fa capire che i costi solo molto alti ma se si ha volontà di stare dalla parte della giustizia, lo si può fare nonostante tutto, perché lo sguardo con cui i figli di questo imprenditore lo guardano e lo continueranno a guardare anche in futuro non hanno prezzo.

 

Nel gruppo si mette insieme il sapere dei singoli, raggiungendo obiettivi che da soli difficilmente si possono ottenere. Ed è così che in un’operazione investigativa su una potente famiglia mafiosa, di fronte a diversi tentativi falliti di piazzare dei microfoni all’interno di un’abitazione super controllata dai mafiosi, il gruppo di investigatori genera l’idea di simulare la scoperta di un ordigno bellico nelle vicinanze della casa, che porterà all’evacuazione della zona e alla conseguente possibilità di montare le microspie nello stabile dei mafiosi. Questa idea, nata da una discussione semi-seria (che all’inizio sembrava una perdita di tempo) viene messa in pratica e la squadra si mette all’opera per costruire una bomba il più simile possibile ad una originale della seconda guerra mondiale. Quella che era una bombola del gas diverrà un ordigno bellico che, una volta piazzato nel luogo opportuno, ha permesso di raggiungere il risultato sperato. Ancora oggi, dopo anni di distanza, la squadra che ha lavorato in quell’operazione è chiamata “il gruppo della bomba”, una sorta di tatuaggio sulla pelle, di traccia nel DNA di questi uomini, che hanno capito il valore della somma dei singoli cervelli e hanno collaborato tutti insieme per raggiungere l’obiettivo.

 

In un gruppo che funziona, le idee, i suggerimenti, le soluzioni circolano in un gioco di ping pong tra le tante teste e il risultato di questa collaborazione è un qualcosa a cui i singoli da soli non sarebbero mai potuti arrivare. Questo dà ai partecipanti del gruppo la consapevolezza di appartenere a qualche cosa di più grande. Si radica in modo forte la voglia, il piacere di lavorare e collaborare insieme per perseguire un unico, sfidante obiettivo.

 

L’importanza del gruppo in un territorio difficile in cui lavorare, come in Sicilia, risiede anche nella sua valenza di difesa che si ritrova ben espresso nel concetto della falange macedone, ovvero lo scudo del tuo compagno protegge anche te. Se tu agisci da solo sei minacciabile, sei un obiettivo facilmente eliminabile mentre in gruppo al contrario sei protetto. Ma la presenza del gruppo è determinante, altresì, nei periodi difficili che possono attraversare i membri che ne fanno parte, perché il gruppo accoglie, protegge e sostiene i singoli elementi quando questi hanno più bisogno di appoggio.

 

Ed è per questo che la saggezza della leadership si esprime bene anche nella capacità di sviluppare e mantenere un ambiente favorevole in cui tutti gli elementi possono sviluppare il proprio il talento e crescere, facendo crescere di conseguenza anche la squadra perché se il leader rispetta le persone con cui lavora, questo rispetto alla fine ritorna, ritorna sempre.

 

Il leader è un punto di riferimento, un vero esempio da seguire, un uomo o una donna che pensa di poter pretendere dagli altri soltanto condotte che lui stesso è il primo a seguire. Il leader deve essere professionale e avere ampie capacità comunicative per indicare alla squadra la strada da seguire, dando a ogni membro gli strumenti per lavorare al meglio e conoscendo a pieno ogni membro della propria squadra.

 

Ci sono momenti particolari in cui è il gruppo che trascina il leader e non viceversa. Nei momenti difficili, che anche un leader può avere, il gruppo diviene nido, riparo, porto, una zona franca in cui poter trovare chi ti fa un sorriso o ti mette la mano sulla spalla senza troppe parole. Ed ecco che lasciate le divise di tutti i giorni, anche una gara di go kart fra colleghi può diventare un momento ludico che permette al leader e alla squadra di ripartire più forte di prima. Per un leader vedere situazioni di questo tipo extra lavoro è una grande soddisfazione perché capisce che il gruppo è stata costruito bene.

 

I magistrati si trovano a volte a scontrarsi con muri ancora molto alti perché c’è una parte della nostra cultura che non riconosce ancora nello Stato l’unico punto di riferimento a cui affidarsi per avere giustizia. In uno Stato di Diritto, infatti, la magistratura nasce per difendere i più deboli dai soprusi dei potenti, per permettere a tutti i Cittadini di vivere meglio, nel rispetto della Legge.

 

Ma ci sono ancora episodi che lasciano il segno in chi lavora con questo obiettivo: appaiono devastanti per un servitore della Stato, come mi considero, le parole di una signora che aveva perso il marito assassinato da diversi colpi di lupara. Chiamata a raccontare i fatti, di fronte a intercettazioni ambientali che dimostrano come lei e la sua famiglia fossero a conoscenza dell’identità del killer, lei risponde “me lo ha raccontato mio marito morto in sogno”. Dietro questa frase, che può far sorridere, c’è un mondo intero, tradotta vuol dire “Tu Magistrato non appartieni al mio mondo”.

La signora, una persona normale, non affiliata o contigua a famiglie mafiose, invoca la Giustizia contro l’assassinio del marito ma quella giustizia per lei non è rappresentata dallo Stato. Sono momenti duri che si superano credendo fermamente in ciò che si sta perseguendo e nella forza del proprio gruppo che ogni giorno porta avanti le sue battaglie senza trovare alibi.

 

Alla domanda perché si fa tutto questo, la mia risposta è fuori di dubbio una sola: perché è giusto, perché quando guardo le mie bimbe negli occhi non abbasso lo sguardo, so che sto tentando di regalare loro un futuro migliore.

La motivazione può stare in questo: lavorare bene per fare la cosa giusta che è correlata alla bellezza dell’esistenza. Il fare bene il proprio lavoro è, quindi, un concetto legato all’estetica della vita. Ci sono episodi che ti aiutano a capire la strada giusta da seguire. Uno di questi è la vita di Padre Puglisi, parroco a Brancaccio, il quale incontrava e operava con i bambini del quartiere per fare vivere loro un’infanzia e una vita migliori. L’episodio, causa del suo assassinio ad opera di una famiglia mafiosa, è stato un falò fatto nella piazza del quartiere durante il quale furono bruciate tutte le armi giocattolo, un segno e una scelta di questi bambini, futuri uomini. Padre Puglisi viene ucciso per strada nel 1993, ma è lui a vincere sui due killer perché prima di ricevere il colpo di pistola si rivolge ai malviventi e con un sorriso dice loro “me lo aspettavo”. Il sorriso di Padre Puglisi è un pugno allo stomaco a tutte le mafie perché mette l’accento sulla possibilità di cambiare, nonostante tutto.

 

Chiudo la mia testimonianza condividendo con la platea queste preziose parole di Giovanni Falcone “… quando si tratta di rimboccarsi le maniche c’è un prezzo da pagare e la maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”. Il cambiamento ha un costo ma la nostra vita è fatta di scelte e ogni scelta porta con se delle conseguenze. La cosa certa è che, quando questo cambiamento si manifesta, è un dono per tutti noi".

 

Rispondendo ad una domanda del pubblico su come affronta il rischio di perdere la vita, Vella dice di amare il proprio lavoro e di visualizzare la morte come dato oggettivo. Questa consapevolezza che all’inizio dà tristezza e sgomento, poi ti riserva una forza infinita che ti permette di stare sempre sulla strada del cambiamento.

 

Maria Lucia Caspani

Categories: Attualità