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Senza respiro (Giuseppe Calì)

Sii presente a ogni respiro. Non fare che la tua attenzione vaghi per la durata di un solo respiro. Ricordati di te stesso sempre e in ogni situazione. (SUFI)

LA NATURA DELL’ANSIA
Negli ultimi decenni il termine ansia è entrato a far parte del linguaggio comune, con accezioni sovente diverse, modulate da vari livelli di coscienza e di conoscenza in merito a tale emozione che, soprattutto nell’ultimo decennio, si trasforma ahimè troppo spesso in un sentimento costante e spiacevole, se non invalidante nel momento in cui diventa patologia.
Gli studi epidemiologici sulla diffusione dei disturbi di ansia riportano dati eterogenei nelle diverse popolazioni, ma è costante, almeno nel contesto sociale europeo o nordamericano, il rilievo di un incremento della loro incidenza, che può essere letto attraverso varie lenti, tra le quali quella socio-culturale, in quanto l’incertezza e la mancanza di punti di riferimento contraddistinguono troppo spesso l’attuale periodo storico.
Il termine “ansia” deriva dal latino “anxia” e spesso viene definito con un’accezione negativa, uno “stato emotivo spiacevole, accompagnato da senso di oppressione, eccitazione e timore di un male futuro, la cui caratteristica principale è la scomparsa o la notevole diminuzione del controllo” [Zanichelli, 2000], “uno stato emotivo dovuto a senso di paura” [Rusconi, 2003].
Ritengo più corretta e completa la definizione data dalla Treccani [2010], “un’emozione di base direttamente associata alla percezione di un pericolo per l’integrità, la salute o la sopravvivenza di un individuo o di individui per i quali sia in atto un meccanismo innato o consapevole di protezione”, in quanto un adeguato grado d’ansia può essere utile non solo in presenza di un pericolo fisico, ma anche nelle attività che richiedono impegno, concentrazione, attenzione nel loro svolgimento. Solo quando l’ansia diventa eccessiva compromette ogni tipo di prestazione, portando la persona a concentrarsi sui sintomi dell’ansia, provando l’impulso a fuggire ed incrementando così solo la probabilità di sbagliare.
Chi soffre di panico e agorafobia diffida spesso di ogni forma di ansia, anche di quella utile e cerca di evitarla sempre, perché ha timore che subentri un attacco di panico [ G. Andrews et al., 2003].
Si crea così una spirale di paura e di ansia anticipatoria che può, per sua natura, aggravare gli attacchi, facendo vivere la situazione emotivamente drammatica e invalidante.
Cattell e Spielberger (1970) hanno suggerito la distinzione tra ansia di stato e ansia di tratto. Per ansia di stato intendono uno stato transitorio o situazionale, mentre il secondo concetto indica un tratto di personalità, che è trans-situazionale e caratterizza stabilmente l’individuo.
Una persona che presenta un tratto ansioso manifesterà stati d’ansia con maggior frequenza, in quanto la sua soglia di attivazione dell’ansia è inferiore alla norma, ma anche le persone senza ansia di tratto ma con un’ansia di stato cronica tendono ad abbassare tale soglia, incrementando la probabilità dell’arrivo di un attacco d’ansia acuto o di panico.
Chi soffre di disturbi d’ansia, in particolare di DAP, è in lotta con le sue emozioni, relegate in qualche parte buia e nascosta all’individuo stesso, che vorrebbero esplodere. Spesso l’ansia arriva senza un evidente motivo scatenante, suscitando la sensazione di impotenza e di perdita del controllo: viene riportata la sensazione di un nemico dentro di sé che distrugge una vita, in apparenza normale. Tuttavia se l’ ansia si manifesta, anche una volta ogni tanto, un motivo esiste, e spesso è riconducibile ad una parte di noi che stiamo sopprimendo, ad un periodo di particolare distress, ad un senso di inadeguatezza o di non realizzazione di sé, ad uno stato di sospensione soprattutto in ambito affettivo-relazionale. A volte le cause possono essere più profonde e richiamano un comportamento appreso dalla famiglia d’origine o traumi passati dimenticati o celati allo stato di coscienza come meccanismo di difesa, il quale inizia a fallire nel suo intento.
Tra i sintomi somatici dell’ansia, quello forse più invalidante e che scatena un susseguirsi di sintomi secondari a cascata, è “la mancanza d’aria”, come ben riportano i miei pazienti. Ed è con un adeguato training di tipo psicosomatico, che inizia proprio dal recupero della capacità innata del respiro addominale (e non toracico!), che si disinnesca il ciclo del panico in un tempo breve. In realtà è l’ansia anticipatoria difficile da debellare!
La persona sofferente di un disturbo d’ansia respira in modo scorretto, entrando in iperventilazione. Quest’ultima è data da un eccesso di ossigeno nel sangue, che arriva anche a livello cerebrale, con conseguente e peculiare senso di confusione, perdita di controllo e sensazione imminente di cadere.
Tengo a precisare che l’attacco di panico non porta allo svenimento, in quanto l’eccesso di ansia comporta un innalzamento della pressione sanguigna, né porta al soffocamento o all’infarto cardiaco (discorso a parte se si tratta di pazienti con complicazioni di salute, quali cardiopatia, ipertensione, etc). E’ importante per una persona che sta soffrendo d’ansia comprendere ed essere compreso, in quanto solo nel momento in cui riesce a dare un “volto” ed un nome a quello che sta vivendo, riesce a ridimensionare la paura e di conseguenza rompere il ciclo che si autoalimenta dell’ansia stessa!
Concludo con una provocazione: l’ansia è davvero un nemico? Di solito, alla fine del loro percorso di psicoterapia, i miei pazienti la definiscono “un’amica, ma a volte scomoda perché fin troppo diretta!”.

Paola Nicolini