lasciate che i pendolari

 

Esilarante, cosi potremmo definire il nuovo lavoro dei Legnanesi, “Lasciate che i pendolari vengano a me”, che con questo spettacolo bissano un successo che solo l’anno passato ha portato sui teatri lombardi oltre centocinquanta mila spettatori.
Questa dei Legnanesi è una storia che non ha eguali nella rivista Italiana, parte sessant’anni addietro ad interpretare quella che è la tradizione popolare Lombarda, trovando il suo apice nel periodo in cui Felice Musazzi era l’anima di tutto il gruppo teatrale, ma ritrovando una nuova giovinezza con gli attuali Teresa, Mabilia, Giuan, il Giovanni, interpretati con grande passione da Antonio Provasio, Enrico Dalceri, Luigi Campisi.
La consacrazione, con una ricca scaletta di spettacoli che parte dal tempio dei Teatri Milanesi, il Nazionale, per approdare sulle più importanti passerelle Nazionali, sino a Roma, si perché non è solo prerogativa lombarda amare questi artisti, che sono la rappresentazione più genuina di uno scampolo d’Italia che pare scomparsa sommersa da mille problemi , ma che invece torna proprio nelle tradizioni più attuale che mai.
Si raccontano le storie di cortili, quelle corti che erano aggregazioni di intere generazioni, non solo Lombarde, in un corollario di situazioni quasi irreali che invece facevano parte di una quotidianità dove, tra leggende metropolitane, invidie, credulonerie, si respirava comunque un clima di serenità, armonia, condivisione che pare proprio dimenticato nei nostri attuali rapporti sociali.
“Lasciate che i pendolari vengano a me” hanno tutto ciò che, messa in comicità teatrale, sono i problemi che viviamo tutti i giorni, scherzandoci sopra e regalandoci sonore risate per un approccio che tende a guardare con un lato meno emotivo le ansie che fanno parte della nostra vita, proprio sbeffeggiandoli.
Sketch che sono calati ai giorni nostri, alle prossime elezioni, la presenza di principi Arabi e dei loro petroldollari, la vita degli addetti ai call center, ma con un umorismo spontaneo, limpido, quasi privo di un copione, senza mai eccedere nella volgarità, cosa assai rara negli spettacoli odierni, il far ridere con battute che si rincorrono tra i vari personaggi, dove la Teresa rappresenta l’essenza di una società ormai lontana e che vedeva proprio nella donna il punto di riferimento della famiglia.
Il successo dei Legnanesi si evince anche in questo, il nostalgico ricordo di tempi andati ma che restano indelebili nell’animo e nella mente di una generazione, quella gente comune per la precisione, che dal dopo guerra ha accompagnato la crescita, ma non sempre positiva di paesi, città e ceti sociali.
Ritrovarsi a sorridere di situazioni che già c’erano sessant’anni fa, e che troviamo nel contesto attuale sempre molto recenti, è uno sdrammatizzare e cercare di affrontare le criticità di tutti i giorni con un altro spirito, con l’acume e la praticità con cui la gente più modesta, quella dei cortili, ha sempre fatto sua.
Questo è il messaggio che I Legnanesi, interagendo con il pubblico, sanno volutamente e con grande maestria esprimere, di certo nelle tre ore di spettacolo ci hanno regalato momenti di spensieratezza e di lacrime date da risate incontenibili, un ricordo di tempi andati che molti in sala hanno vissuto e che, in parte, ancora rimpiangono.
Uno spettacolo che merita essere visto e applaudito, sentendoci una parte integrante dei vari personaggi, ognuno calato in un proprio piccolo mondo e scampolo di vita.

Massimo Passera
 

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