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Il 15 maggio p. v.  inizieremo un ciclo di conferenze sul cinema tenute dal prof. Gianni Patricola, con un argomento oggi poco conosciuto, sul cinema italiano del periodo fascista, dal titolo: “Telefoni bianchi e schermi di guerra” .
La dittatura fascista (1922 -1943)  non cercò di imporre una forte linea di propaganda nazionalista al cinema italiano di finzione. Su settecentoventi film prodotti in quel periodo, solo poco più di una decina furono di vera e propria propaganda. Mussolini appena  arrivato al potere si disinteressò del cinema. Subito dopo però comprese, come Lenin nell’Unione Sovietica, l’importanza del mezzo cinematografico per la diffusione della propaganda politica. 
 
 I cinegiornali – Nacque così nel 1924  l’ISTITUTO LUCE (L’Unione Cinematografica Educativa), strumento principale della propaganda fascista. Il materiale girato dall’Istituto Luce era soggetto alla supervisione di Mussolini, che dedicava un giorno alla settimana a visionarlo personalmente. Si diffusero così i cinegiornali che esaltavano le gesta e la politica mussoliniani, programmati nelle sale cinematografiche assieme ai normali film.
 
I film di propaganda del regime – Ricordiamo tra i più importanti: “Sole” (1929) di Alessandro Blasetti che tratta dell’epopea della bonifica delle paludi pontine, al quale film si può riconoscere un sobrio realismo.
 “Terra madre” (1931) di Alessandro Blasetti è un film di propaganda agricola che esalta la vita rurale in contrapposizione alla corrotta vita cittadina ed è quindi del tutto funzionale alla propaganda rurale del regime.
Camicia nera” (1932) di Gioacchino Forzano, celebra il decennio dell’avvento del fascismo. “Acciaio” (1933) di Walter Ruttmann il soggetto originale fu scritto dal Pirandello su esplicita richiesta di Mussolini e esalta le grandi realizzazioni sociali del fascismo.
Lo squadrone bianco” (1936) di Augusto Genina è un melodramma coloniale basato sul rapporto difficile tra due ufficiali.
Scipione l’Africano” (1937) di Carmine Gallone si ispira all’atto eroico di Scipione, storia romana che segue la battaglia di Canne (208 a.C.) e fu una colossale realizzazione (6000 comparse nelle scene di battaglia) che, parlando della grandezza di Roma antica, allude al Mussolini, il moderno “dux” del popolo italiano, alla conquista dell’Etiopia!
 
Il cinema dei telefoni bianchi – L’industria cinematografica italiana,  invece, conservò una relativa autonomia dal regime pur dovendone  seguire le direttive fondamentali. Fino al 1938 Mussolini non istituì una autarchia del cinema italiano e non si oppose alla diffusione in Italia del cinema di evasione delle commedie brillanti hollywoodiane, anzi le incoraggiò, perché ben comprese che in questo genere di produzione americana disimpegnata politicamente, fossero del tutto assente motivi d’incitamento a un conflitto sociale. L’idea del regime era di distrarre il pubblico dalla politica e rassicurarlo facendolo divertire e sognare. Nell’ambito della produzione nazionale si sostenne  anche una produzione film italiani  indirizzati verso il disimpegno sociale e atteggiati all’evasione e alla rappresentazione di un’immagine idealizzata e tranquillizzante della vita italiana. Ciò incentivò i cineasti dell’epoca a produrre un filone di commedie che fu definito dei “telefoni bianchi”,  che andò dal 1936 al 1943. I telefoni bianchi erano allora uno “status symbol “ della società “bene” e la definizione ormai è entrata nell’uso comune per indicare quel genere di film. L’atmosfera spensierata di quelle commedie, invero, era in contrasto con la cupa situazione dell’Italia di allora. La rappresentazione di benessere era ben diversa dalla realtà: la maggioranza della gente a quell’epoca era povera e alfabeta.
 In realtà il cinema dei telefoni bianchi fu avversato dai più accesi e fanatici fascisti che ai “telefoni” rimproveravano ironicamente di essere bianchi, e non neri come le "camicie" delle squadracce fasciste. (Mussolini era più lungimirante di loro!). I fanatici ritenevano che tutto il cinema dovesse avere una funzione pedagogica e di propaganda,
Tra i maggiori successi ricordiamo alcuni film di Camerini (regista) e De Sica (attore). Mario Camerini, già attivo dal 1928, dirige per la prima volta De Sica nel film “Gli uomini che mascalzoni” (1932) che racconta di un autista che per corteggiare una ragazza perde il posto di lavoro e si attira il rancore della ragazza; ma dopo tutto si aggiusta – Nel 1937 viene realizzato “Il signor Max” dove De Sica è un edicolante che approfittando della somiglianza col conte Max finge di essere il nobiluomo – Il 1939 vede l’uscita di “Grandi magazziniche narra dell’idillio di un autista con una commessa di grandi magazzini.
 I film di Camerini, in sintonia con i temi dei telefoni bianchi suggeriti dal regime, sono sorretti da una visione bonaria e spensierata. Camerini è il narratore della piccola borghesia; ma racconta con ironica e acuta osservazione la vita quotidiana che ci rivela i costumi dell’epoca. De Sica impersona con semplicità la figura del ragazzo onesto e per bene accattivandosi la simpatia del pubblico.
Nel 1940 Vittorio De Sica, assorbita la lezione del Maestro, intraprende l’attività di regista riuscendo a rappresentare perfettamente, con la sua puntuale regia, temi, situazioni, e ambienti. “Rose scarlatte” (1940), “Maddalena zero in condotta e “Teresa Venerdì(1941) “,Un garibaldino in convento (1942) furono i suoi film della serie dei telefoni bianchi.
Già l’Italia è in guerra e l’attenzione dei cineasti è rivolta verso gli eventi bellici; e in questo periodo si fa notare Roberto Rossellini.
Schermi di guerra Roberto Rosselli si interessa alla guerra contre film ambientati in situazioni belliche. La nave bianca (1941) fu girato su una vera nave ospedaliera, la Arno, con attori non professionisti e con scene di guerra riprese dal vero. Il film mostra alcuni episodi di cui sono protagonisti i feriti di una battaglia navale ricoverati sulla nave ospedale. Fra tanti militari feriti una crocerossina sta al capezzale di un marinaio ferito dandogli conforto. Le parti descrittive, relative alle azioni di guerra, hanno un tono assai moderato e non assumono mai accenti di aperta e dichiarata polemica o di propaganda politica. La secchezza del racconto di tipo documentaristico e la semplicità della storia, da alcuni critici, la fanno ritenere l’antesignana del neorealismo. Nel 1942 Rossellini gira Un pilota ritorna “. Durante la guerra un pilota (Massimo Girotti) salvatosi col paracadute, in seguito all’incendio del suo aereo in fiamme, cade nel territorio greco. Scappa con un aereo nemico e torna in Italia riuscendo ad atterrare sotto il fuoco della contraerea. Al film Rossellini dà, come nel precedente un taglio documentario rendendolo autentico e disadorno, quanto basta, della propaganda politica. Nel 1943 Rossellini realizza “L’uomo dalla Croce” e ” L’uomo della Croce” due versioni di altro film di guerra girati per esaltare l’armata italiana in Russia e la morte eroica del cappellano don Reginaldo Giuliani. Siamo già alle porte del neorealismo.
Il cinema di Salò: ultimo atto. Dopo l’otto settembre del ’43, nello sbandamento totale della società italiana, Mussolini fu fatto arrestare dal re, ma subito riuscì a fuggire liberato dai tedeschi. Nacque allora la Repubblica Sociale Italiana (la R.S.I.). Gli aderenti alla repubblica sociale decisero di spostare la capitale del cinema da Roma a Venezia, ma solo una piccola parte di figure minori di cineasti si trasferì nella città lagunare e i film realizzati furono pochi e di qualità modesta. Ricordiamo che Luchino Visconti, invitato a trasferirsi, si oppose fermamente. Fra i cineasti aderenti ricordiamo gli sfortunati attori, Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, figure di grande successo del tempo, che dopo la caduta di Mussolini e della Repubblica di Salò, presi dai partigiani, furono fucilati, con l’accusa di essere due cospiratori del regime; ancor oggi si è nel dubbio sulla loro colpevolezza.
Come abbiamo scritto non tutto il cinema del ventennio fascista fu di propaganda o magniloquente. Vi furono autori sensibili a storie quotidiane e problemi esistenziali. E verso la fine del fascismo, tra il 1940 e il 1943, nacque un fermento che annunciò le poetiche care al neorealismo e la rinascita del cinema italiano. Tra essi ricordiamo: Fari nella Nebbia di Gianni Franciolini (1942)Quattro passi tra le nuvole (1942) di Alessandro Blasetti, Ossessione (1943) di Visconti – “I bambini ci guardano (1943) di Vittorio De Sica. Alla fine del ’43 con le sconfitte militari italiane su più fronti, con crisi sociali e scioperi interni, crolla il fascismo e Vittorio Emanuele fugge a Bari. Dello sfacelo generale nasce quella stupenda stagione che nel 1945 con “Roma città aperta” porta il cinema italiano a livelli mondiali!                                                                                 
 
Gianni Patricola

 

 

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