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CINEFORUM e Psicanalisi

Sabato 18 maggio è stato presentato al Circolo della Stampa di Milano il film di Martin Scorsese  Hugo Cabret che  ha chiuso il ciclo del cineforun: “ Evoluzione del linguaggio del cinema dal muto al postmoderno” a cura di Gianni Patricola.

La scelta è stata molto appropriata perché il film ha sintetizzato con la sua trama: la passione per il cinema da parte di due adolescenti e la figura di Méliès anziano;  i primi incontri del cineforum iniziati nell’ottobre del 2010 con proiezioni , riprese poi nel film  di Scorsese, dei “filmini” dei fratelli Lumière e di Méliès, inseriti in una pellicola dallo stile postmoderno.

Gianni Patricola  ingegnere, appassionato di cinema , appartenente  al FNC autore di  film amatoriali premiati  in concorsi  internazionali è un profondo conoscitore del linguaggio cinematografico e ha condotto un pubblico che s’infoltiva sempre di più, nella conoscenza  degli stili, dei movimenti della macchina da presa che da statica inizia a muoversi identificandosi con lo spettatore e che diventa in qualche modo protagonista come nel bellissimo film  “ Quarto Potere” di Orson Welles. Non solo è stato sottolineato il taglio delle scene, le inquadrature ma anche il modo di raccontare che da lineare dei film classici diventa poi nella seconda parte del ‘900  un racconto discontinuo dove il reale si confonde con una realtà interiore con ricordi, desideri, emozioni del cinema contemporaneo  fino a fondere  i tempi passato presente e futuro in una narrazione postmoderna.

Il linguaggio cinematografico si è potuto accostare a quello psicanalitico fin dai primi incontri. Ai primordi del cinema ci si è posti la domanda del rapporto dello spettatore con lo schermo e la macchina da presa considerata all’epoca un qualcosa di diabolico. A differenza del teatro dove gli attori sono presenti in carne e ossa e la finzione è palese, sullo schermo c’è la loro immagine e si possono presentificare o annullare tramite la “macchina infernale”. Lo spettatore al buio è passivo inerme come davanti a uno specchio che nella sua esperienza infantile è stato fondamentale per la formazione della sua identità. Da bambino vedeva nello specchio  gli oggetti familiari, soprattutto la mamma che lo teneva in braccio e riconoscendola vedeva se stesso nell’immagine sconosciuta di quel bimbo riflesso di fronte a lui.  E’ la prima forma di identificazione , presupposto per la propria crescita ,che in seguito con la socializzazione avrà con altre immagini di figure referenziali a lui note.    Lo spettatore durante la proiezione del film continua a dipendere da questo gioco identificatorio senza il quale non potrebbe vivere socialmente e si identifica con il personaggio della finzione  che non esiste in sala se non sullo schermo, né vede la propria immagine proiettata sul telo. Molto diversa quindi è questa esperienza dallo stadio dello specchio pur avendo in comune alcuni tratti simbolici. Entra in campo la propria immaginazione,attività peculiare dell’età infantile  quando seriamente con i propri giochi s’inventava un proprio mondo per correggere una realtà insoddisfacente pur sapendo che è solo frutto di fantasia. Il bambino quando smette  di giocare, rinuncia al collegamento con  gli oggetti reali: invece di giocare fantastica. Costruisce castelli in aria e crea i cosiddetti sogni ad occhi aperti. L’adulto  si vergogna delle sue fantasie e le nasconde alle altre persone perché pur toccando la propria sfera più intima le considera infantili  e inammissibili. Solo creando o partecipando ad un’opera d’arte   si sublimano i propri impulsi interni in una mescolanza di passato e presente  e allo stesso modo avviene per lo spettatore durante la visione di un’opera cinematografica.

I film in programma del Cineforum hanno rappresentato i momenti più salienti dell’evoluzione del Cinema.  Dopo i primissimi film muti di repertorio si è inaugurato il Cinema Classico con  “ Viale del tramonto”  di Billy Wilder  (’50) dove la protagonista, un’attrice famosa ormai al declino, è incapace di accettare la realtà talmente dolorosa che siamo di fronte al fenomeno che Freud definisce “negazione”  a tal punto che la donna preferisce sostenere il proprio delirio fino alle estreme conseguenze.  Altro film classico è rappresentato dal “ Gattopardo” di Luchino Visconti  (’62) dove la melanconia del principe di Solina  dopo aver partecipato al grande ballo come ad una prefigurazione del suo funerale, non avendo più i punti di riferimento che in passato sono stati i pilastri di una intera esistenza, si abbandona nella scena finale a quello che Roman Roland definisce il “sentimento oceanico”; l’idea  di appartenere al tutto, al Cosmo con un vago fondamento di  trascendente.

L’esordio del Cinema Moderno con i suoi movimenti di macchina è il film di Orson Welles  “Quarto Potere” (’41). Il protagonista,un individuo ambizioso che fa del potere il proprio ideale di vita e non tiene conto ,mai e in nessun modo,delle esigenze altrui, anche in amore; fa parte di quelle persone adulte che Freud definisce dal “ carattere fallico” in cui permane l’illusione dell’onnipotenza infantile. Su questo filo conduttore solo alla fine del film, con la soluzione del mistero della parola “rosabella” si rivela il trauma infantile che ci fa capire le radici profonde del comportamento del protagonista.

Con lo sfondo di un’Italia del dopoguerra  la gente incomincia a sognare, il Cinema  Neorealista fotografa quel periodo con delle storie tratte dalla quotidianità di famiglie semplici . In “ Bellissima” di Luchino Visconti  (‘51 ) la madre, una meravigliosa  Anna Magnani,  con passione proietta sulla figlia i suoi desideri insoddisfatti trasformandola in un feticcio sofferente,  privo di identità. Solo alla fine il nodo si scioglie quando la bimba si riappropria dell’infanzia deludendo le aspettative della madre. Indimenticabile l’ultima scena con il sonno tranquillo e sereno della piccola, rispettato e protetto da una donna finalmente diventata mamma.

Il settimo e l’ottavo incontro sono stati dedicati a Federico Fellini con “La dolce vita” (’60) e  “ 8 1/ 2 ”  del  (’62). Rivedendo questi film  già visti molte volte alla televisione e in altri circuiti, hanno destato  ancora nuove emozioni nel pubblico e si è constatato la loro attualità nella nostra società così detta “liquida”.  “Hugo Cabret” (2011) film dal taglio post-moderno  ha deliziato l’ultimo incontro. Il delicato e nello stesso tempo determinato carattere del protagonista  ha suscitato momenti di commozione. Hugo, ragazzino rimasto orfano da poco del padre,   l’unico genitore rimastogli, si ostina nel laboratorio dello zio orologiaio a  sistemare il pezzo mancante di un automa ultimo regalo paterno. E’ la rimemorizzazione degli ultimi momenti felici passati con il padre nel tentativo di aggiustarlo e “aggiustare” così  il suo doloroso   vuoto affettivo.  E’ la stessa dinamica che vuole applicare generosamente nei confronti del patrigno della sua amichetta dopo aver scoperto insieme a lei che è il famoso Méliès , inventore del cinema fantastico, ritiratosi in incognito in un negozietto della stazione di Parigi rinnegando il proprio celebre passato  in un dolore “ congelato”. Hugo vuole “aggiustarlo” e usa degli stratagemmi per sciogliere la rimozione. Nel  finale Scorsese ci riporta a vedere  i primi passi dell’arte cinematografica nelle opere di Mèliés, non poteva essere  regalo migliore.

 

PAOLA  BONETTI

Psicologa e Psicanalista di Nodi Freudiani, movimento per la ricerca teorica in Psicanalisi

Info:   E-mail  paolabntt@yahoo.com