Zero

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di

Paolo Pivetti

 

La rivoluzione dello zero

Domanda: qual è quella cifra che messa davanti a un numero ne divide il valore per dieci e messa dopo lo stesso lo moltiplica per dieci? Risposta: lo zero. Forse potremmo fare i conti senza l’oste, ma non senza lo zero.

Come potremmo vivere senza lo zero? Oltre all’uso nella matematica c’è quello nella scienza dove per esempio lo “zero assoluto” indica la temperatura di 273,2 gradi sotto lo zero, alla quale si considera annullato ogni movimento molecolare e spenta ogni forma di vita, e che un gruppo di fisici tedeschi sta cercando di abbassare ulteriormente. Lo zero  poi è scivolato dentro la nostra quotidianità con altri significati: “ora zero” per indicare l’inizio di una determinata operazione, “sparare a zero”, cioè con l’arma in posizione orizzontale per colpire bersagli molto vicini, “radere a zero” per indicare che su quel cranio non deve rimanere nemmeno un capello; se diciamo a un interlocutore “tu vali zero” siamo certi di non fargli un complimento; ”tolleranza zero” ha un preciso significato nella lotta al crimine; “Ground zero” evoca il tragico scenario di ciò che è rimasto a New York dopo l’abbattimento delle Twin Towers; e così via.

Ma da dove viene questo insostituibile zero?

Non ci viene dal mondo latino, dove il numero zero non esisteva. Nessuno dei popoli antichi, Babilonesi, Egizi, Greci e gli stessi Latini, conobbe lo zero così come lo conosciamo noi. Lo zero fu un rivoluzionario segno matematico che ci venne dagli Arabi che a loro volta lo avevano ricevuto dagli Indiani. Per questi, oltre che un segno matematico, era anche un concetto filosofico di “nulla”: sunya, cioè “vuoto” fu il termine da loro usato. Gli Arabi, in contatto con gli Indiani, lo denominarono sifr, che ancora una volta significa “assenza”, “nulla”, e lo portarono in Europa. Così lo zero venne adottato nel mondo occidentale insieme con le altre cifre di quella che sarebbe poi stata definita “numerazione araba”, che ancor oggi usiamo. La numerazione romana, basata sulle lettere, assai meno pratica e soprattutto inadeguata alla nuova matematica, venne messa in soffitta e riservata alle lapidi. Nel Duecento il matematico pisano Fibonacci, partendo da sifr battezzò zephirum il nuovo numero, che poi nell’uso divenne zerum. Da zerum a zero il passo fu breve.

Interessante notare che dall’arabo sifr, oltre che zero, deriva nella nostra lingua anche la parola cifra: il termine astratto che usiamo per indicare anche tutti gli altri numeri fino al nove.