trame

Lingua italiana

Navigare tra le parole

 

di

Paolo Pivetti

 

Quante trame!

 

 

Non pensate subito male, nessuno vuol parlare di quelle trame che vogliono dire intrigo. Partiamo invece dal mondo tessile. Cos’è la trama? La trama, (dal verbo latino trahere) è, sia in latino che in italiano, l’insieme dei fili che vengono fatti passare, cioè tratti con la spola attraverso i fili dell’ordìto, quelli disposti per il lungo sul telaio a formare la parte lungitudinale del tessuto. Tessuto, in latino textum, dal verbo texere, che però vuol dire anche testo, quello che noi mettiamo insieme nella trama del discorso. Roba da capogiro.

Dunque stoffe e discorsi hanno una stretta parentela linguistica: del resto, chi può fare bei discorsi se non chi ha stoffa? A parte la facile battuta, non cercate antenati latini alla stoffa: questa parola ci viene dal francese (etoffe) e ai Francesi arrivò misteriosamente dai loro antenati Franchi.

Le parentele tessili, però, non sono finite.

Come definiamo l’intreccio del discorso? Possiamo definirlo contesto. Ed eccoci di nuovo alla tessitura. Contesto viene dal latino contextus, dal verbo contèxere, intrecciare.

Conoscere il contesto, e tenerne conto, dà la giusta luce ad ogni parola. Facciamo un esempio: si dice se io facessi o se io farei? Vien subito da rispondere se io facessi, imperfetto congiuntivo. Completando il periodo, “Se io facessi centro, sarei premiato”: se facessi, congiuntivo;  sarei condizionale: due modi un po’ maltrattati al giorno d’oggi, ma assolutamente perfetti per formare un periodo ipotetico. E qui siamo alle reminiscenze scolastiche: la prima frase del periodo che esprime una condizione, se io facessi, è collegata con la seconda che esprime un’ipotesi, sarei premiato. Per questo si chiama periodo ipotetico. Facile, no? Dunque è giusto: si dice se facessi.

Ora facciamo attenzione a quest’altro periodo: “Non so se farei quello che tu mi chiedi a cuor leggero”. Giusto o sbagliato? Accipicchia, è giusto anche questo: allora anche se farei si può dire. Qui non c’è periodo ipotetico, è semplicemente una frase dubitativa retta da “Non so se…”. Per capire quale delle due forme sia corretta, per capire quando, dopo il se, dobbiamo mettere un congiuntivo o un condizionale, ci serve dunque conoscere il contesto, cioè l’intreccio del discorso. Non è un rompicapo: è la tessitura, a volte più semplice, a volte più raffinata, della nostra bellissima lingua, dove ogni filo, dell’ordito o della trama, trova il suo posto e la sua ragione d’essere.