pit1aaim-it20120329a-p089 Il 15 novembre 2013, il Generale di Brigata Antonio Pennino, Comandante Militare Esercito Lombardia, ha dato il via al “PROGETTO LEGALITA’ – INSIEME PER LA LEGALITA” per informare i ragazzi dei grossi rischi che corrono aderendo per amore del denaro, a volte per gioco o per noia, alla “Criminalità Organizzata”. La prima lezione o primo appuntamento è avvenuto con i ragazzi dell’Istituto “Gonzaga” e si è svolto nella bella Sala Verde dell’importante Palazzo Cusani di Milano, Via Brera n.15, sede del Comando Militare Esercito Lombardia e di rappresentanza del Comando di Corpo D’Armata di Reazione Rapida della NATO.
Per fornire risposte convincenti ai numerosi e legittimi interrogativi dell’opinione pubblica, e in particolare degli studenti, sulle palesi contraddizioni in termini di principi, tra la vita reale e quanto viene loro insegnato nelle scuole, il Comando Militare Esercito Lombardia ha inteso promuovere e portare avanti quello che il Generale Pennino ha chiamato “Progetto Legalità – Insieme per la Legalità” in quanto si rende necessaria una profonda e radicata convinzione che una società civile si sviluppi e viva in base a regole che, nell’ambito della giustizia e della legalità, garantiscano a ciascun individuo il proprio spazio all’interno della comunità.
«L’iniziativa – afferma il Generale Pennino – si svilupperà attraverso tre distinte fasi, stigmatizzate da altrettanti titoli-guida; “IO RICORDO”, “IO CONOSCO”, “IO CAPISCO”.
Quella di oggi è la prima fase “IO RICORDO” e il Dott. Ruggero GABBAI, regista dell’omonimo documentario e coautore di un saggio con lo stesso titolo, ha dato voce ai familiari delle vittime di mafia attraverso la proiezione di un filmato a tema, stante la sua collaborazione con la “Fondazione Progetto Legalità Onlus” in memoria del Giudice Paolo Borsellino e di tutte le vittime di mafia.
Nella seconda fase, “IO CONOSCO”, ci saranno alcuni Avvocati e Giuristi, in prima linea nel penale, che svilupperanno il tema su origini, sviluppo e attecchimento del fenomeno criminoso, nelle sue molteplici sfaccettature, in seno al territorio metropolitano.
Nella terza e ultima fase del progetto, “IO CAPISCO”, i relatori saranno Magistrati e rappresentanti delle Forze dell’Ordine (Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza) poiché avversari diretti sul terreno del nemico criminalità, con uno sforzo umano, tecnico ed operativo, senza dimenticare i delicati risvolti psicologici, che il contrasto duro e diuturno alla delinquenza comporta».
Il rivolgersi a giovani studenti è stato, senza dubbio, un’eccellente occasione per affrontare la delicata tematica della prevenzione del fenomeno devianza e criminalità che, nel contesto scolastico, trova una delle sue prime e più pericolose manifestazioni nel “bullismo”.
«In questa fase – prosegue il Generale Pennino – accanto ai succitati rappresentanti delle Forze dell’Ordine, interverranno anche i Comandanti dei reparti che, dall’inizio dell’attività, svolgono l’impegnativo e oneroso compito di sorveglianza e pattugliamento che va sotto il nome di Operazione “Strade Sicure”».
Naturalmente, i ragazzi sono stati catalizzati dall’argomento ed hanno iniziato a porre delle domande. A Filippo, che era rimasto sorpreso di non aver trovato all’ingresso soldati armati, il Generale Pennino ha risposto che il Comando Militare Esercito Lombardia non è un Ente strettamente operativo, ma ha compiti territoriali, cioè conduce tutte quelle attività legate al Reclutamento, alle Forze di Completamento e alla Promozione e Pubblica Informazione sul territorio della Regione Lombardia.
Ad altri ragazzi che gli hanno chiesto qual era il suo compito anche nei confronti delle donne soldato, ha risposto che è stato di riceverle in Accademia, di pensare a come meglio equipaggiarle e a tutta la parte logistica. «Sono orgoglioso del fatto che, quando abbiamo aperto l’Accademia alle donne, una di loro è risultata la prima del corso di paracadutista. Abbiamo soldatesse che si occupano di tutta la parte logistica fino al combattimento, altre portano i mezzi corazzati fino al campo sanitario. Questo è per dire che le donne non hanno ruoli di secondaria importanza, ma pari a quelli degli uomini».
Alla domanda qual era la soluzione per fermare la criminalità organizzata, il Generale Pennino ha risposto che sta nella possibilità dell’uomo di affrontare la vita con coraggio e di saper dialogare con i figli. «Solo l’impegno di tutti, la coerenza educativa d’insegnanti e genitori e una fattiva collaborazione fra tutte le componenti dello Stato possono vincere questa sfida. E’ difficile – continua il Generale Pennino – dare risposte convincenti a voi studenti che cogliete la stridente contraddizione tra i comportamenti quotidiani e quanto vi viene detto sui principi di onestà, giustizia, uguaglianza, solidarietà e legalità. Con la parte del “Progetto Legalità – IO RICORDO” ideato con Donata Bergher, Diva de Carolis e la Regia di Ruggero Gabbai, fondatore di Forma International, abbiamo inteso informare voi ragazzi sulle possibili e reali commistioni, connessioni ed ingerenze in atto, nel territorio, tra la malavita organizzata ed il mondo del “business” milanese. Attraverso i dibattiti e le vostre domande, acquisirete maggiore conoscenza su quest’occulto ma reale universo che ci circonda, maturando, al contempo, la volontà di perseguire sempre e comunque obiettivi di legalità. L’istruzione è necessaria perché la mafia teme più la scuola che la giustizia. L’erudizione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa. Per spezzare il ricatto dei criminali sulla società, lo Stato deve garantire ai cittadini come diritto ciò che la mafia dà loro come favore».
Il Capitano Tronci ha presentato il film-documentario di Ruggero Gabbai dal titolo, appunto, “IO RICORDO”. E’ una pellicola che potrà essere visionata nelle scuole e parla del nostro compianto Giovanni Falcone ucciso per mano della mafia perché animato da profondo senso dello Stato e sorretto dai più alti valori civici. Il documentario parla anche di un padre che si accorge che il figlio è vittima del bullismo e lo esorta a denunciare i suoi aguzzini; di una donna che ha rifiutato di pagare il “mensile” alla mafia e che, per questo, le hanno ucciso il padre e il fratello, mentre la madre si è poi suicidata. Questa giovane donna si è sposata senza avere al suo fianco qualcuno della sua famiglia e con dentro una forte rabbia, con il proposito di rimanere lo stesso in Sicilia e che non avrebbe mai perdonato gli assassini della sua famiglia. Infatti, nonostante tutto questo dramma, la ragazza non ha lasciato la Sicilia ed ha percorso sempre le vie della legalità. Il film illustra anche la gravità del bullismo.
Il Capitano Tronci ha anche illustrato la personalità del mafioso che non è quella che ci immaginiamo gretta degli avanzi di galera, ma è quella che si presenta sempre ben vestito e come benefattore che ti protegge ma, poi, ti recluta nella malavita senza farti avere più la possibilità di tornare indietro. Il Capitano ha ricordato il coraggio di un bambino nato in ambiente mafioso che, appena più che ragazzino, ha avuto il discernimento per combattere la mafia con l’arma dell’ironia. Purtroppo, un commando di mafiosi, con una carica di tritolo, l’ha fatto saltare in aria. Poi, il Capitano Tronci ha fatto la descrizione de “La cupola” paragonandola al carciofo, come ogni foglia di esso sia una cosca e tutte insieme formino un esercito, il cui capo è il più importante del quartiere, tutti lo conoscono, ma nessuno dice d’averlo visto. «Purtroppo – sostiene il Capitano – l’omertà che copre il crimine o il farsi giustizia da soli, è un atto mafioso. Anche dimenticare è un atto mafioso. Bisogna ricordare e pensare che non sono fatti che succedono solo agli altri. Ciò che succede alle vittime di mafia sono atti che possono succedere anche a noi. La cosa giusta da fare per combattere la mafia, per rimanere liberi, è quella della denuncia. Giovanni Falcone è morto per tutti noi, è morto perché ha scelto di rimanere libero».
Ha preso la parola il Generale di Divisione dei Carabinieri Emanuele Garelli, il quale ha esordito affermando che nella sua lunga carriera nell’Arma ha avuto varie esperienze sia in Italia e sia all’estero. «Nel 1985 – afferma il Generale Garelli – dopo la morte di Antonino Cassarà, Vicequestore della Polizia di Stato, ho avuto una esperienza siciliana quando sono stato mandato a comandare il Nucleo Investigativo di Palermo, dopo che Scalfaro azzerò tutto l’apparato investigativo. La mia esperienza nel settore è di non farsi coinvolgere in atti mafiosi, ma di scegliere la strada della legalità. A questo proposito, ricordo un’operazione di servizio dove decapitammo il clan Madonia di Palermo avvenuta a Monreale. Riuscimmo ad arrestare l’intera famiglia: padre e figlio. Quello di cui mi meravigliai era che l’altro figlio dei Madonia che studiava medicina, fosse fidanzato con una ragazza per bene e che la sua famiglia fosse contenta di questo fidanzamento con uno del nucleo mafioso che, apparentemente, sembrava estraneo».
Il Generale Garelli ha poi parlato delle Leggi emanate da Re Federico II rimaste inapplicate perché non esisteva una polizia avanzata e fu, quindi, costretto a rivolgersi ai “baroni” affinché facessero giustizia al posto dello Stato, compreso la riparazione di chi aveva disonorato una ragazza.
A mio parere, questa è stata la base sulla quale si è sviluppato questo enorme complesso mafioso esistente oggi in tutto il mondo. Anche in un non lontano passato, la mafia veniva tollerata dallo Stato o si avvaleva di essa per piccole cose. Questo è stato un grande errore perché il popolo ha creduto che ciò fosse legale, pertanto, la mafia ha avuto il benestare per crescere nella legalità illegale. Alla domanda posta da alcuni ragazzi sull’esubero della nostra Polizia in confronto agli altri stati, il Generale Garelli ha risposto «E’ una questione di necessità in quanto l’Italia è gravata da un dato molto importante che è l’esistenza di diversi gruppi criminali quali la Mafia, la Camorra, la Sacra Corona Unita, la ‘ndrangheta, la delinquenza organizzata anche giovanile. Ultima considerazione, sui comportamenti non corretti, soprattutto, per quanto riguarda i giovani suggestionati dal bulletto di scuola particolarmente aggressivo che si mette al di sopra di tutti gli altri, sottoponendo i più deboli, depredandoli dai piccoli spiccioli alla merenda. Alcuni di questi bulletti sono molto aggressivi e con una cattiveria particolare pari a quella che possedeva Vallanzasca. Ma, lo stesso Vallanzasca che, in quei pochi anni di gioventù libera e viveva una vita al massimo, oggi afferma di essere un fallito ed esorta i ragazzi a non prendere esempio da lui che, dopo di allora, non ha avuto nessun’altra vita, che tutti i carcerati non potranno mai più avere una vera relazione sentimentale perché le loro fidanzate sono solo ragazze di carta. Loro sanno che la vita da criminali è destinata a terminare in carcere. Sono vite perdenti, distrutte. L’illegalità è perdente, mentre la legalità è vincente».
Infine, ha preso la parola il Magistrato Marcello Tatangelo, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Milano, da tempo impiegato nella lotta contro la mafia che, con sommo dispiacere, ha esclamato che, purtroppo, le mafie ce le abbiamo solo noi in Italia. Ha poi spiegato ai ragazzi le modalità delle stesse:
«“Cosa nostra” siciliana è un’organizzazione unitaria: unica mafiosa, strutturata verticalmente, composta da una serie di organizzazioni operanti esclusivamente nella provincia di Palermo, che è il più antico territorio di insediamento della mafia, ciò la rende più pericolosa di altre forme di criminalità organizzata.
La ‘Ndrangheta, o Onorata Società, forma la Cupola, che è un’organizzazione mafiosa unitaria, originaria della Calabria, considerata la più temibile. Essa è fondata sulla forza delle armi e sul ruolo economico. La struttura di base è a livello familiare e viene denominata la ‘ndrina. Nella ‘Ndrangheta si è avuto meno pentiti che in altre mafie. Sono mafie i cui appartenenti si presentano come persone “rispettabili” ed hanno una straordinaria capacità d’infiltrazione. Gli ‘ndranghetisti hanno le stesse regole in tutto il mondo. L’errore nostro sta nel dire “che ce ne frega visto che sta al Sud”, ma non è così perché essa è dappertutto e, forse, è più presente e temibile al Nord che al Sud.
Altra complicazione che fa crescere la criminalità organizzata, che è il problema vero, è quello culturale e della lungaggine dei tempi delle Leggi che non ti permettono di entrare in possesso dei crediti in modo rapido. A volte, non è la realtà mafiosa a cercare l’imprenditore, ma è l’imprenditore a cercare il mafioso affinché possa venire in possesso del credito in mezza giornata, anziché in quattro anni». Alla domanda di un ragazzo che gli chiede se la Polizia è all’avanguardia tecnologica, il dott. Tatangelo risponde «Le nostre Forze di Polizia sono altamente tecnologicamente specializzate e non hanno nulla da invidiare alle Forze di Polizia di altri Stati. Essenzialmente, le indagini sono di tipo tecnologico e la nostra tecnologia viene invidiata da tutta l’Europa».
La prima giornata di scuola sviluppata sul tema “IO RICORDO” è terminata con una frase del nostro compianto Giovanni Falcone che sosteneva che dovremo combattere ancora a lungo la criminalità, ma non per l’eternità e che essa, come tutti i fenomeni umani, ha un principio, un’evoluzione e, quindi, una fine.
Sono fiduciosa che presto diventeremo uno Stato libero dalla mafia e, nel frattempo, continuerò a raccontare, come ho sempre fatto.

Principia Bruna Rosco

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