Longhin

Prof. Luigi Longhin:

 

Psicoterapeuta di formazione psicoanalitica. Membro associato dell’ OPIFER, dell’Istituto Neofreudiano e socio di ANILDA-Onlus.

 

Ha insegnato Epistemologia delle  scienze umane e Psicologia dell’età evolutiva all’Ente Scuola Assistenti Educatori a Milano e dal 2001-2004 all’ Università Bicocca di Milano.

 

Autore di diversi articoli in collaborazione con diverse riviste scientifiche. E’ autore di “Psicoanalisi e Potere”; di “Alle origini del pensiero psicoanalitico”; di “Insegnare oggi”; di “Temi e Problemi” con Mauro Mancia; di “Sentieri della mente” con Mauro Mancia; di “La qualità della mente” (Ed. Florence Art, 2008); di “Il benessere mentale” (Ed.Florence Art.2010).

 

(www.luigilonghin.it)

Di seguito un estratto dal libro “La violenza, patologia della mente” del Professor Longhin

 

Violenza individuale, adolescenziale, familiare e sociale

E’ di fondamentale importanza analizzare la natura, la    funzione e l’origine della violenza individuale,

familiare e sociale in quanto elementi che costituiscono l’aspetto negativo della qualità della mente.

Per quanto riguarda la violenza nella quale sono coinvolti, in forma attiva o passiva, gli adolescenti si può affermare che questa, provocando la morte, non provoca solo un’ interruzione del processo di sviluppo psichico, ma provoca sofferenza, disperazione ai propri familiari e a tutti coloro che direttamente o indirettamente sono coinvolti.

Quello che colpisce è il fatto che  la violenza coinvolge sempre più gli adolescenti in diversi contesti di mafia, di droga o di gruppo-banda e di età sempre  minore interessando anche i preadolescenti.

L’adolescente violento cerca la fuga nella parte del Sé onnipotente, magica e narcisistica  al fine di evitare l’angoscia della solitudine, dell’abbandono e della mancanza di riconoscimento, fonte e  causa di dolore insopportabile per una struttura mentale non preparata ed inadeguata.

L’albero della vita viene spezzato dalla morte  provocata con  tante  e svariate forme di violenza diretta o

indiretta, subita o provocata.

Qual è il senso della violenza adolescenziale definita spesso “ingiustificabile, insensata” perché priva di

motivazioni logiche, politiche, ideologiche, religiose, che di solito vengono addotte dagli adulti in genere?

Perché la violenza giovanile può essere considerata una delle cause dell’albero spezzato, ossia di una vita spezzata? Quali sono le origini, i fondamenti o le cause dell’incapacità mentale dell’adolescente violento a contenere ed elaborare la violenza? Il contesto familiare è responsabile di questa inadeguata struttura mentale dal punto di vista affettivo ed emotivo  a superare le difficoltà del cambiamento adolescenziale?

Il filo rosso può essere individuato nella ricerca di senso e di significato di uno dei fenomeni più terribili e dis-umani dell’esistenza umana, ossia la violenza definibile come forma di distruttività messa in atto senza giustificazione e senza scopo in modo incontrollabile.

In particolare si fa più impellente la ricerca di senso del comportamento violento nell’adolescenza in quanto è una delle fasi del percorso  dell’esistenza più  affascinante e nello stesso tempo più inquietante  per la complessità e la difficoltà che essa deve affrontare nel passaggio all’età adulta, passaggio che implica trasformazione e cambiamento i quali richiedono capacità di accettazione del dolore e, quindi, una struttura mentale adeguata e atta a sopportarlo e a trasformarlo in forza di vita e non di morte.

L’adolescente violento è dominato dall’angoscia di essere “nessuno”, di non contare e da qui la ricerca di un’affiliazione,  ad  esempio,  ad  una  cosca  mafiosa,  o  ad  un  gruppo  vissuto  quale  madre  onnipotente  e

grandiosa, che  si rivela, invece,  madre che manipola, che distrugge e che annienta ogni desiderio e tentativo di liberazione e di fuga da tale situazione di morte.

 

Parte narcisistica del Sé

Con termini ancora più efficaci ed incisivi Rosenfeld (1965), descrive l’organizzazione narcisistica del Sé come una “gang o una mafia” che viene idealizzata  e presentata quale soccorritrice al fine di offrire la libertà dal  dolore e dall’angoscia, nascondendo il vero obiettivo che è quello di impedire ogni contatto emotivo e affettivo e di mantenere il dominio sulla personalità.

La  comprensione  della  struttura  fondamentale  di  un’organizzazione  narcisistica  o  psicotica  della

personalità e della sua modalità operativa è in relazione con le varie parti del Sé proiettate.

Tale organizzazione narcisistica ci  dà, inoltre, l’opportunità di conoscere meglio come le componenti di un’organizzazione sociale, politica mafiosa, violenta o dittatoriale vivano le relazioni dal punto di vista emotivo e affettivo  in cui le parti del Sé perverse o distruttive tentano di dominare.

“In questo  modo gli elementi dipendenti del Sé tendono ad  essere proiettati in altre figure che possono essere scelte per il loro potere, la loro crudeltà o la loro implacabilità.     Gli elementi dipendenti allora sono intrappolati in una relazione sadomasochista con gli elementi potenti e aggressivi” (Steiner, 1996, p. 137).

La descrizione di questo mondo interno, in cui le parti del Sé violente e distruttive sono implicate in una stretta relazione perversa, ci permette di comprendere come il soggetto si senta costretto o a scegliere di essere un osservatore passivo o un partecipante alla relazione, trovandosi, tuttavia, sempre nella impossibilità di liberarsi perché questo scappare significherebbe rinunciare agli elementi proiettati.

Nello stesso tempo, abbandonare l’organizzazione significa esporsi ad un attacco violento   in quanto si sente identificato con la vittima e con  l’oppressore (Mancia, 1990).

Solo con la conoscenza di questa organizzazione narcisistica della personalità è possibile  rispondere alle domande assillanti ed  angoscianti  che   lo storico Besançon  (2000) si  pone di fronte ai crimini enormi compiuti dal nazismo e dal comunismo.

“Perché (…) arrestare milioni di persone, mobilitare l’apparato poliziesco e giudiziario per far loro confessare dei crimini inimmaginabili e manifestamente assurdi e, una volta ottenuta la confessione, riunire il popolo per fargli fare la commedia dell’indignazione e farlo partecipare all’esecuzione? (…) Ma ciò che sembrava ancora più incomprensibile e che questi crimini enormi e inetti erano commessi da uomini  ordinari, e addirittura particolarmente ordinari, ordinariamente intelligenti e morali” (Besançon, 2000, p. 96).

Purtroppo non si tratta di “uomini ordinari”, ma di personalità perverse, sadiche e schizofreniche che spesso hanno nel loro mondo interno  una “famiglia-banda” e  che provano il piacere nel far soffrire e nel distruggere mediante l’eliminazione fisica della persona, con la criminalizzazione di  uomini onesti  e con la privazione della società della sua forma democratica.

Coloro che compivano questi crimini disumani, sia nel regime nazista che comunista, possedevano una struttura mentale sadomasochista, la quale esprime la sua perversione in una “forma speciale di piacere che rende il male preferibile al bene più  potente (…). Il male conduce a una forma di orgasmo mentale che consente di agire al di fuori di ogni consapevolezza e responsabilità (…). Esiste un desiderio insaziabile in cui è bandita ogni forma di rispetto e di comprensione per il bisogno e l’esistenza dell’altro. Nel caso specifico e nelle forme estreme del piacere perverso, il fascino del dominio assoluto e distruttivo della vittima inerme produce un piacere stimolante e devastante come una droga” (De Masi, 1999, p. 159).

E’ vero che il problema della violenza esiste dall’esistenza dell’uomo, dall’uccisione di Abele da parte di

Caino ed esistono molti trattati  e diversi libri sulla storia della violenza umana.

Problema dell’origine e delle cause della violenza

 

Quello che qui s’intende affrontare è il problema dell’origine, delle cause della violenza colte dal punto di

vista della mente umana quale referente del sapere psicoanalitico.

 

La novità consiste nel fatto che la psicoanalisi ha come proprio referente di indagine la mente umana. Il sapere psicoanalitico rimane, quindi, quella disciplina che ha la competenza specifica ed è in grado di offrirci, in modo sempre più rigoroso, oggettivo ed attendibile, conoscenze relative all’origine, alla natura e alle cause di questo fenomeno mentale.

a. – i serial killer

 

In questi ultimi tempi  sta imponendosi un comportamento criminale, quello dei serial killer, che “mette in crisi” chi deve poi occuparsi della personalità di questi criminali” (…) Ciò che caratterizza i serial killer è la ripetitività dei reati, la loro periodicità oltre alla certezza che gli autori dei delitti si fermano solo quando vengono catturati (Andreoli, 2004, p. 30).

Qualche esempio: a Rostov, in Russia, 55 omicidi, a Milwakee 17, a Firenze 8 omicidi, a Foligno 2.

Si deve affrontare un tipo di omicidio che è ripetitivo. Si tratta quasi sempre di omicidi che presentano uno sfondo erotico, una sessualità diretta o simbolica, un rituale  che trova nella morte un elemento necessario per raggiungere una certa eccitazione.

Ci si chiede come sia possibile che soggetti che conducono una vita ritenuta “regolare” e da “sano di mente”, da una parte, abbiano un comportamento irreprensibile e dall’altra, nello stesso tempo, “violento” da killer.

Ci si chiede anche  se è sufficiente rispondere che “è colpa della società” che non sa capire e non sa educare

o non sa far rispettare le leggi oppure offre programmi  televisivi dove la violenza è troppo  rappresentata?

 

b.- il delirio messianico

“Il delirio è sostanzialmente l’interpretazione di una realtà complessa in modo semplificato; tutto ciò che accade viene ridotto ad un unico elemento. Nel delirio di persecuzione tutto il mondo è contro quel soggetto, in quello di grandezza, che in un certo senso è il suo antitetico, il soggetto ha la convinzione di essere investito di una missione suprema, indispensabile all’umanità (delirio messianico). Il delirio è un fatto quotidiano della psichiatria e il messianismo è un tema di follia” (Andreoli, 2004, pp. 40-41).

Oggi c’è il rischio che tale delirio faccia parte integrante di un’organizzazione del sacro in quanto il

delirante gode di una grande libertà ed il suo controllo rimane molto difficile.

Il rischio di questi deliri non  è solo che diventino sempre più parte della società, ma anche che la stessa patologia psichiatrica venga letta come un carisma che rende tale persona  piena di fascino.

“Il potenziale distruttivo, la capacità di indurre catastrofi, appare pertanto come una prerogativa non solo di gruppi  più o meno organizzati, ma anche del singolo: persino il folle in questo strano mondo contemporaneo, può diventare potente” (ivi, p. 41).

La letteratura e la clinica psicoanalitica sono oggi sufficientemente documentate per dimostrare come la struttura mentale del serial killer è “disturbata” in quanto il falso Sé rappresenta quella componente dominata da sentimenti negativi, di odio, rancore, invidia, insaziabilità, intolleranza, o megalomania in forme molto intense e quindi ingovernabili senza una cura analitica, ma, talvolta, neppure farmacologica.

 

c. – forme di violenza nuove, diverse ed allarmanti

 

Dagli anni Novanta del secolo scorso   sono apparse forme di violenza nuove, diverse ed allarmanti in quanto sono aumentate le modalità di esecuzione  del delitto e sono compiute con armi da fuoco.

Possedere un’arma da fuoco e dimostrare di saperla usare contro le persone diventa parte integrante del

rituale di iniziazione.

Un ulteriore dato che non può lasciare indifferenti gli studiosi della psicologia dello sviluppo è quello

relativo all’aumento del gruppo-banda di ragazze e delle forme di organizzazione di tali bande.

“Il folklore delle bande  di ragazze criminali emule dei coetanei maschi è entrato da tempo nella cultura

americana (…). Le gang femminili sono ormai arcinote: le ‘8-ball girls’ di Los Angeles, le ‘Latino-Queens’ di

Boston si vantano di essere specializzate nel ‘kiss and kill’: si tratta di agghindarsi per partecipare a feste di bande  rivali,  sedurre  i  ragazzi  più  intontiti  da  alcool  o  droga,  portarli  in  posti  appartati  e  farli  fuori” (Noveletto, Biondo, Monniello, in  Adolescente violento, 2000, pp. 71-72).

 d. – “famiglia banda”, “banda di ragazzi” ed in “banda di ragazze

Gli psicoanalisti Meltzer e Harris (1986) hanno affrontato il problema delle dinamiche di gruppo che si trasformano in “banda di ragazzi” ed in “banda di ragazze”, dimostrando come   si tratti di una struttura mentale  le cui “parti distruttive  e schizofreniche  della personalità svolgono un ruolo  di primo piano  in queste relazioni”.

Quando  l’adolescente     non  ha  più  la  speranza  di  ricevere  l’aiuto  di  cui  ha  bisogno  si  rifugia nell’isolamento rifiutando ogni relazione con i genitori e con gli adulti, coltivando sentimenti di rabbia, di odio e rancore verso di loro.

Ricorre alla violenza  per coprire il sentimento di disperazione, di angoscia  di fronte al fallimento della propria crescita. E’ in questo momento difficile che l’adolescente  approda a forme gruppali di violenza distruttiva e pertanto molto pericolosa perché de-simbolizzata, ossia priva di pensiero e di speranza in quanto la sua richiesta di aiuto non è stata capita e accolta. Si sente solo e disperato e questa disperazione viene  agita con la violenza che può anche essere rivolta verso di sé mediante il suicidio.

“Ci riferiamo al fenomeno della banda, intesa come aggregazione ‘patologica’ di gruppo in quanto è dettata da meccanismi di coesione (se non di fusione) che corrispondono al bisogno di avallare le proprie angosce e le proprie difese grazie alla condivisione con quelle degli altri membri del gruppo, mediante

l’identificazione proiettiva reciproca” (ivi).

Siamo di fronte a due fenomeni nuovi per quanto riguarda la violenza adolescenziale di gruppo-banda: da una parte un aumento numerico di reati contro la persona e dall’altra una trasformazione di tali forme di violenza.  Infatti, fino a qualche decennio fa, i reati  compiuti dagli adolescenti violenti riguardavano omicidi per conflitti familiari e per rapina e, da parte delle ragazze, per motivi di onore.

e. la figura genitoriale in equilibrio precario tra maturità e pseudo-maturità

Meltzer-Harris (1983, p. 67) mettono in risalto come  questa struttura mentale ha  origine in un contesto familiare che ha un’organizzazione “tipo banda” in cui la figura genitoriale  si trova in un equilibrio precario tra maturità e pseudo-maturità.

“La configurazione più tipica della famiglia-banda si ha quando uno dei genitori, oppure entrambi, siano

fortemente motivati da identificazioni  negative”.

Sono persone che si sono rese precocemente indipendenti dai propri genitori  considerandoli cattivi e incapaci di capire le ansie e le angosce dei figli.

In questa atmosfera familiare le funzioni introiettive più che realmente svolte sono  simulate e i sentimenti di amore vengono sostituiti con la seduzione, la speranza  con la gaiezza maniacale, il pensare con slogans e affermazioni categoriche e dogmatiche, al fine di negare i sentimenti  depressivi e  quindi la sofferenza mentale.

“La famiglia–banda cercherà – secondo questi autori (p. 68) – di evitare i sensi di colpa proiettando ogni responsabilità e capacità di giudizio morale sugli altri”,  sfruttando  ogni scappatoia  offerta dalle strutture sociali e incitando i componenti della famiglia alla menzogna e alla falsità.

Poiché  questo comportamento richiede una certa abilità e sfacciataggine per sfuggire alle reti della giustizia, la leadership della banda familiare spesso passa dai genitori al figlio  più abile a distorcere la verità.

In quanto famiglia-banda, la mancanza quasi totale di “ogni funzione introiettiva  e perciò l’incapacità di pensare e di fare progetti” (ivi, p. 70) spingeranno i componenti di essa a comportarsi in modo incontrollato  e la sofferenza mentale di tipo  provocatorio si  diffonderà  e si estenderà finché non si tradurrà in agiti violenti

 

a danno  di altre comunità od organizzazioni  partitiche, politiche o religiose, secondo un modello di struttura tirannica in cui il più forte e il più  potente deve comandare e dominare.

f. – “banda di ragazzi” e “banda di ragazze”

E’ facile comprendere come in questo tipo di famiglia, i figli e le figlie crescano con lo stato mentale di

tipo “banda”.

Si avrà lo stato mentale “banda delle ragazze” e stato mentale di “banda di ragazzi” e l’organizzazione dei loro  modelli  operativi  mentali  interni  sarà  sollecitata  e  finalizzata  a  comportamenti  caratterizzati  dalla violenza, distruttività e falsità.

Secondo Meltzer-Harris (1983) se gli oggetti genitoriali interni,  presenti nei figli o figlie, non esercitano un costante controllo  per mantenere la scissione che permette la differenziazione delle parti buone da quelle cattive della personalità, la parte distruttiva della personalità si troverà in uno stato di intensa e  mortale inimicizia  con gli oggetti  genitoriali buoni ed il suo desiderio sarà quello di scacciarli definitivamente dalla posizione di potere che essi occupano all’interno della mente.

“La banda delle ragazze per certi aspetti è più portata a rimproverare il padre per la ipocrisia nei riguardi del sesso che non la madre per la sua pretesa di averne il monopolio; questo contribuisce a caratterizzare questo stato mentale come antimaschile e amazzonico. La sua etica sarà: liberarsi dalle restrizioni imposte dalla madre, vendicarsi del padre, tormentare i fratelli” (Meltzer-Harris, 1983, p. 88).

Nell’organizzazione della struttura  mentale della “banda dei ragazzi” la famiglia viene considerata come il nemico principale e si tenderà alla “costruzione di superfamiglie governate da Padrini” (ivi, p. 90).

Secondo questa struttura mentale quello che conta è vincere e chi perde è da considerarsi un debole e uno

stupido  e quelli che s’impongono di essere dei perdenti sono i più  stupidi degli altri come “mamma e papà che fanno infiniti sacrifici per i loro figli ingrati” (p. 90).

Questo modello relazionale e adattivo della mente ci permette di   descrivere e di comprendere quelle

organizzazioni strutturali della vita psichica che legano tra loro l’individuo, la famiglia e la comunità.

Si  comprende  da  quanto  è  stato  fin  qui  analizzato  come  le  parti  distruttive  e  schizofreniche  della personalità svolgano un ruolo di primo piano in queste relazioni in  quanto l’angoscia, le bugie e la confusione che   provengono dall’individuo   vengono   proiettate nella famiglia e nel gruppo   sociale    con   modalità spesso violente e distruttive.

Talvolta è il gruppo o la comunità stessa  a contribuire al rafforzamento  delinquenziale della personalità, orientamento sempre presente in ogni banda familiare che mira ad impadronirsi degli oggetti buoni, rafforzando l’illusione maniacale che alcuni possono avere il diritto di godere di privilegi speciali in quanto “superiori” agli altri.

Nel caso in cui   la “famiglia – banda” instaurasse una relazione di tipo paranoide con un gruppo o comunità oppure istituzione le componenti distruttive e schizofreniche della personalità   tenderanno a stravolgere il significato  dei rapporti umani ed anche dei valori estetici in quanto  prevarranno la concretezza e la sensualità, il sistema di bugie, di falsità e di propaganda sulla conoscenza oggettiva, rigorosa e scientifica dei fatti o avvenimenti della vita familiare e sociale.

 

g. – dal conflitto familiare al conflitto collettivo sociale

Secondo la teoria dei codici affettivi di Fornari ( 1976, 1983, 1985a, 1985b) ogni individuo, fin dalla nascita, porta dentro di sé una preconcezione della famiglia, preconcepita in forma insatura e saturabile mediante le esperienze storiche.

La preconcezione della famiglia va distinta dalla famiglia interna buona e dalla famiglia interna cattiva in quanto dipendente da fattori accidentali storici, quali le condizioni implicanti una gravidanza, il parto-nascita e le prime vicende infantili più o meno disturbate.

E’ l’incontro della preconcezione della famiglia con vicende storiche reali, buone o cattive, che dà origine alla formazione, a livello di struttura psichica, della buona o cattiva famiglia interna.  Ed è attraverso questa realtà psichica interna, buona o cattiva, che ciascuno di noi percepisce il mondo.

 

La buona famiglia interna è una potente struttura psichica omogeneizzante, che sta alla base  di tutti i processi di accomunamento, mentre la cattiva famiglia interna è una potente struttura psichica disgregante, che sta alla base di tutti i processi di divisione e di tutti i conflitti patologici di potere.

La buona famiglia interna è costituita dal buon accoppiamento tra madre e padre, tra genitori e figli e tra fratelli.

I sentimenti di partecipazione o di esclusione, mobilitati dai diversi accoppiamenti di cui sono portatori tutti i componenti della famiglia, rendono travagliati i processi decisionali relativi alla famiglia.

E’ la commensalità dei diversi accoppiamenti in relazione ad un contenitore comune a regolare il modello

ideale di buona famiglia interna.

In un modello ideale di istituzione familiare il codice materno privilegia la soddisfazione pronta dei bisogni del neonato; il codice paterno privilegia il principio di realtà che si traduce nella valorizzazione delle capacità e dell’autonomia del bambino, al fine di favorire la graduale separazione del figlio prima dalla madre e poi dalla famiglia per introdurlo, in seguito, nella società; il codice del bambino è centrato sul bisogno; il codice dei fratelli tende a costituire una struttura del potere paritetica, che renda possibile la differenziazione delle capacità nell’ambito di un gruppo di pari.

Quindi la struttura del potere familiare, intesa come integrazione dei diversi codici affettivi, assume una maggior rilevanza, mentre sia la figura paterna che quella materna perderebbero quel ruolo centrale ed esclusivo che caratterizza la struttura familiare in senso, rispettivamente, patriarcale o matriarcale.

A livello intrapsichico, interpersonale ed anche sociale, il conflitto di potere avviene nei rapporti tra i diversi codici affettivi.

Un  transfert  specifico,  quello  familiare,  sembra  collegare  le  strutture  del  potere  familiare,  costituite

dall’insieme dei codici affettivi, con le strutture del potere collettivo sociale.

Essendo strutture filogenetiche insature, i codici affettivi, per essere trasmettitori di informazione affettiva, necessitano dell’impatto con i fatti storici reali, i quali promuovono l’operare concreto dei codici affettivi sia nella famiglia che nella società.

Tuttavia, all’interno della famiglia i genitori reali sono i portatori naturali di informazione esterna, deputati ad attivare l’informazione interna promovendo, in tal modo, un incontro tra gli avvenimenti storici familiari e le preconcezioni relative ai codici affettivi; negli ambienti istituzionali, invece, sono le vicende che vi si svolgono a mobilitare i codici affettivi familiari.

Nell’inconscio, quindi, si determinerebbe la programmazione dei codici affettivi naturali, che avrebbero la funzione non solo di conservare e trasmettere informazioni a livello intrapsichico, ma anche di legare la struttura del potere familiare con la struttura del potere sociale.

Intesa come l’insieme dei codici familiari, la famiglia interna, di natura metastorica, fornirebbe, attraverso specifici processi transferali, informazione affettiva sia alla famiglia storica reale che al collettivo sociale.

Con la mobilitazione della struttura decisionale inconscia della famiglia interna, l’evento della nascita permette il formarsi della famiglia reale, intesa come collettivo naturale primario.

Il parto e la nascita sono infatti eventi che coinvolgono non solo la diade madre – bambino, ma anche il padre, il quale assume su di sé le ansie persecutorie e depressive della madre e del bambino, presenti nelle fantasie di uccidere e di essere uccisi.

Unita dall’evento della nascita, la famiglia si presenta quindi come una struttura triadica, coinvolgente fin dall’inizio la madre, il padre e il bambino; i legami che tengono uniti i personaggi della famiglia sono a loro volta mobilitati dalla necessità di difendere il progetto di nascita dalle angosce di morte che sembrano essere presenti in ogni progetto generativo.

Anche i legami che fondano il collettivo sociale sembrano essere attivati dalla necessità del collettivo stesso di difendere la sopravvivenza del proprio progetto aggregativo. Nei codici affettivi e nella struttura del potere familiare sarebbe quindi fondata la struttura del potere dei ruoli di ogni collettivo umano.

 

«Il filo che appare legare collettivo sociale e collettivo familiare attraverso il progetto comune della nascita e dell’allevamento del bambino, sia esso biologico o culturale, sembrerebbe dunque inscritto nel sistema protomentale umano» (Fornari et al. 1985a, p. 23).

Sembra quindi che nei collettivi umani esista una tendenza fondamentale a conservare nei progetti sociali la struttura affettiva di base che informa la vita familiare.

Intesi come potenze decisionali inscritte a livello filogenetico, i codici affettivi familiari si attiverebbero quindi nello storicizzarsi sia della vita familiare che della vita collettiva.

 

 

La democrazia affettiva nell’ambito familiare e nell’ambito istituzionale

 

Dal punto di vista dei codici affettivi, la famiglia è portatrice di un codice minimo, quello della sopravvivenza, radicato nella natura umana.

Tale  codice  postula  che,  nella  pluralità  dei  codici  affettivi,  il  potere  decisionale  sia  relativamente paritetico,  in  quanto  la  famiglia  è  regolata  da  un  principio  affettivo  fondamentale  che  implica  la sopravvivenza di tutti i suoi componenti, perché la morte di uno di essi diventa la sofferenza di tutti.

Infatti, la famiglia è il luogo della confluenza degli opposti poteri; è una struttura di potere naturale in cui

«il potere maschile si oppone a/e si integra con il potere femminile, il potere del padre si oppone a/e si integra con il potere della madre, il potere dei figli si oppone a/e si integra con il potere dei genitori, il potere dei fratelli si oppone a/e si integra con il potere delle sorelle e con quello dei genitori, e così via» (Fornari et al.

1985a, p. 76).

La funzione del sapere psicoanalitico nelle istituzioni sembra quella di esplorare i codici affettivi familiari inconsci che, mediante processi transferali, sono presenti nella vita di una istituzione o di un gruppo sociale, condizionandone l’organizzazione e le forme di funzionamento operativo.

Sulla base dell’analisi dei codici affettivi che animano il linguaggio istituzionale diventa possibile, attraverso apposite comunicazioni (conferenze, riunioni ecc.), rendere espliciti i transfert familiari che permeano un’istituzione agli stessi operatori che in essa lavorano.

Questo tipo di intervento crea le premesse per realizzare nell’istituzione una sorta di democrazia affettiva, fondata sulla compresenza e sull’integrazione armonica dei diversi codici affettivi che informano la struttura del potere familiare, utilizzando come modello normativo quello della buona famiglia interna.

La compresenza e l’integrazione dei diversi codici familiari, costituenti una competenza affettiva comune a ogni uomo, permettono così di creare tra i membri dell’istituzione e dei sottogruppi istituzionali un accomunamento, trasformando l’istituzione in una vera e propria «comunità» (per esempio, l’ospedale in

comunità terapeutica, la scuola in comunità didattica e così via) (Fornari et al., 1985a, p. 28).

Tale intervento da parte della psicoanalisi non intende sostituirsi ad un impegno politico, al quale viene riconosciuto il primato in quanto ogni istituzione è formata e strutturata da convenzioni politiche, ma si limita ad offrire un «supplemento di conoscenza», delle «buone ragioni», data la sua competenza sulle strutture decisionali inconsce, ben sapendo che tale suo intervento può essere poco efficace se non addirittura inconsistente di fronte a volontà politiche dichiaratamente ostili oppure di fronte a persone, poste a capo di istituzioni, le quali hanno parti psicotiche della propria personalità, che sono causa di forme di aggressività e di distruttività, pericolose per la salute dei pazienti, se si tratta di un medico, diseducative per gli allievi, se si tratta di un insegnante, e così via.

 

Categories: Eventi