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In occasione del seminario: Maladolescenza – quello che i figli non dicono – tenutosi al Circolo della Stampa mercoledì 23 aprile, la psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi ha presentato i contenuti del suo ultimo libro, in cui affronta i disagi profondi degli adolescenti e i rischi di risposte devianti e patologiche al dolore incompreso.
Nel libro, quindici adolescenti si raccontano. Le loro storie non riferiscono vicende clamorose ma sono “ordinarie narrazioni di disagio soggettivo” e per questo riguardano da vicino la quasi totalità di ragazze e ragazzi dei nostri giorni. C’è Roberto che si lancia sullo skateboard in mezzo al traffico cittadino per provare l’ebbrezza del rischio. Giada, che pensa spesso di uccidere sua madre, Paride, sedici anni, che si ubriaca anche tre volte alla settimana. C’è anche chi, come Salvatore sceglie di tirare a campare da solo, nel chiuso di una stanza e a contatto con il computer come unica forma di comunicazione. Questi ragazzi non vivono in contesti di disagio socio-economico ma nel vuoto comunicativo e affettivo che spesso produce, al di là della noia o del mutismo, una “mala-adolescenza” manifestata anche con disturbi dell’alimentazione e problemi di alcol, bullismo e isolamento.
Maria Rita Parsi esprime il suo punto di vista sul valore educativo della relazione affettiva e tali considerazioni appaiono come una sintesi essenziale e profonda dei suoi innumerevoli anni di esperienza clinica e terapeutica nel campo delle sofferenze in età infantile e nel corso della crescita. Sintesi che indica una direzione fondamentale per tutti gli interventi “curativi” dei disagi delle persone.

“Non credo al valore educativo delle punizioni. Credo, invece, che sia molto importante trovare un mediatore competente che permetta al ragazzo di esprimere i suoi problemi e le sue difficoltà, che potrebbero essere collegati al grado di complessità della situazione”. Quindi mi piace credere, e affidarmi, a un antico proverbio del Quebec. Quello che possiamo dare ai figli consiste soprattutto in due cose: radici e ali. Radici per trarre l’energia necessaria a vivere e a crescere, per poter essere stabili, forti, integrati nell’ambiente familiare e sociale che li circonda. Ali per essere autonomi, liberi, per volare in alto, attirati dalla luce del sole, nel cielo della piena autonomia e della realizzazione personale, del futuro che doneranno a loro stessi e al mondo. Poiché il loro futuro è il futuro del mondo. Nel rispetto della loro libertà di scelta. Da porre l’accento che nessun bambino può mettere né radici né ali, in assenza di amore.”
(Maladolescenza. Quello che i figli non dicono. PIEMME edizioni)

L’adulto, per essere tale, non può dimenticare le sue origini nell’essere stato prima bambino e poi giovane. Solo alle origini del nostro nascere, psichico, affettivo  e mentale, è depositato il segreto della nostra esistenza.

….e la storia continua…                                                             Daniela Testa

Categories: Life Coach