EDUCAZIONE

QUESTIONE di EDUCAZIONE

Frequentando un Circolo Milanese sono rimasta incuriosita da un depliant che reclamizzava un corso di Buona Educazione, comprensivo di Etichetta Reale per  come comportarsi in un pranzo di gala, in una cerimonia importante ecc. La mia mente è andata lontana a Palazzo Serbelloni quando diciottenne con un carnet tra le mani volteggiavo nel Salone debuttando in società. Ero equipaggiata dalle buone maniere insegnate dai miei genitori e soprattutto da mia nonna, figura aristocratica, che fin da piccola pretendeva da me un comportamento con un certo rigore che non lasciava spazio ai capricci infantili. Il ritornello della nonna ripetuto poi dalla mamma era: “non mettere mai a disagio la persona che hai davanti qualunque essa sia.”  Principe o spazzino dovevano essere trattati allo stesso modo con un linguaggio a loro familiare.Il discorso dell’Altro era molto sentito e il rispetto a lui dovuto era il presupposto per qualsiasi tipo di relazione. Per un fraintendimento di formalismo, col tempo si sono fatti scivolare certi atteggiamenti di bon –ton all’insegna della spontaneità e il parlare è diventato più diretto e grossolano, sostenuto a volte anche dai media.   Non ci si accorge che il linguaggio cambia i nostri pensieri e conseguentemente anche il nostro modo di sentire. L’altro, il nostro prossimo è sempre più lontano e si colloca ai margini del proprio narcisismo, che si nutre della propria immagine e si preoccupa solo dei propri bisogni. In questo contesto i genitori si trovano in difficoltà con i figli e per dialogare offrono loro un’amichevole complicità. Non si accorgono che facendo i confidenti- amici    perdono in autorevolezza   e non permettono   ai giovani   di fare le loro scelte. Vale sempre il detto: “più libertà più responsabilità” e nella libertà ognuno deve decidere personalmente per non scaricare eventuali sbagli sugli altri. Anche se circoscritta e limitata, ogni scelta comporta un minimo di responsabilità. Per paura di essere considerati autoritari, papà e mamma si lasciano invadere la casa da baraonde di amici chiassosi pensando di salvare la propria prole dalla “brutta strada”, non ponendo limiti e regole, contrabbandano la propria debolezza e paura con un atteggiamento aperto e disponibile.  Si può usare fermezza, pur coltivando il dialogo e la figura paterna con la severità che gli compete rappresenta in qualche modo la legge. Abitua gradualmente i figli alle regole del vivere civile. Meglio un incontro- scontro con i propri genitori che essere disadattati da grandi.  Ritorniamo quindi nei modi alla buona educazione dove i propri desideri fanno i conti con la realtà   e con le persone che ci circondano, addestrandoci a convivenze civili, presupposto per future e durature relazioni sentimentali.

 

PAOLA BONETTI

PSICOLOGA  PSICANALISTA

e-mail: paola.bntt@gmail.com