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24 luglio 2015

Paolo Pillitteri: la Milano “dove tutto può accadere”

 

Dont look back in anger (Non guardarti indietro con rabbia): probabilmente era questo il titolo che più intrigava Paolo Pillitteri – aveva letto e fotografato questa frase su un muro – mentre stava raccontando e scrivendo, a quattro mani con Roberto Vallini, tutto quello che gli è capitato e ha vissuto finora. Già, finora. Perché Pillitteri è ancora in pista, lavora e lotta con noi, sempre guardando avanti. Alla fine, e non per caso, ha intitolato il suo libro: “Tutto poteva accadere”, però, parafrasando la giornalista Lina Sotis, ha aggiunto in controcopertina, riferito a Milano: “Dove tutto accadrà” (Mursia editore, Euro 18).

Certo Milano è sicuramente al centro del suo racconto. Ma potrebbe essere diversamente? Qui ha cominciato all’inizio degli anni Sessanta alla scuola del cinema di via Torino dove ha conosciuto e lavorato con Enrico Maria Clerici che cercava un documentarista per dei filmini professionali in 16 mm, da realizzare in giro per l’Italia. E il cinema è rimasto per sempre uno dei suoi riferimenti più importanti, fino a diventare docente di Storia del cinema allo IULM.

A Milano è diventato giornalista e scrittore. Un impegno costante: attualmente è condirettore del quotidiano “L’Opinione”.

Ultima, ma non in ordine d’importanza, la militanza politica: assessore alla Cultura nel 1970, consigliere regionale, deputato parlamentare e sindaco di Milano dal 1986 al 1992.

Davvero le ha vissute tutte le vicende della sua città d’adozione (lui è originario della Valtellina, dove suo padre faceva il carabiniere): dalla tragedia degli anni di piombo alla “Milano da bere”, come raccontava uno slogan degli anni Ottanta. E poi il cataclisma di “mani pulite” e tutto il resto che Pillitteri racconta senza enfasi, a briglia sciolte. Con apparente leggerezza. Stando bene attento a non essere mai “leggero” nei contenuti.

Ed ecco i racconti in presa diretta della Milano del cinema, della moda, della politica con tutti i suoi personaggi in passerella, ma anche la nascita della tivù privata, del calcio globalizzato, dell’arte e della musica. Cita e racconta vicende e retroscena di centinaia di personaggi. Certo, di suo cognato Bettino Craxi (ne ha sposato la sorella ma all’inizio erano su posizioni politiche ben differenziate) ma anche Andreotti, Cossiga, Gorbaciov, Eltsin, i leader della Somalia, paese che tanto ha amato, e compagni socialisti come Manzi e Finetti, giornalisti come Walter Tobagi. A questo proposito ha persino trovato il modo di citare l’autore di questa modesta recensione: “Su Tobagi”, scrive, c’è un interessante e coraggioso libro di un giornalista coi fiocchi come Renzo Magosso, che mette a fuoco particolari inediti dell’inchiesta, ma anche lui ha avuto le sue grane con le toghe. Sul delitto Tobagi c’è uno di quei cartelli che si vedono sui piloni dell’alta tensione: chi tocca i fili muore”.

Questo è il linguaggio scelto da Paolo Pillitteri per il suo libro: perentorio, avendo cura di non salire mai in cattedra.

Luisa Poluzzi

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