Nell’immaginario collettivo il termine arte marziale riporta alla mente normalmente qualche vecchio film d’azione.
In fondo per anni, nel contesto occidentale, le tradizioni orientali sono state spesso abbinate a fenomeni cinematografici come Bruce Lee e tutti i suoi omologhi che negli anni seguenti fino ad oggi si sono cimentate in variopinte pellicole dove a farla da padrone erano mirabolanti acrobazie che condivano scende di violenza e combattimento degne dei vecchi film “cappa e spada”. Sicuramente buona parte della moderna considerazione che in occidente si ha delle forme marziali sono tributarie di tali pellicole, ma molto si deve anche ad alcuni di coloro che per primi portarono da noi tali forme e le insegnarono. L’impostazione didattica fu, più per mancanza di preparazione culturale da parte di molti di questi “pionieri”, che per scelta, quella meramente fisica. Questo però arrecò un danno immenso alle arti marziali che ancora oggi tende purtroppo a relegare questo mondo nel limbo delle attività fisiche alla stregua di tanti altri sport. Le arti marziali invece, soprattutto quelle più diffuse di origine giapponese, sono non solo un metodo di combattimento individuale, ma rappresentano un lascito culturale raffinatissimo. Il Budo, termine con il quale si identifica tale tradizione, è il risultato di ottocento anni di dominio di una classe, quella Bushi, meglio noti come samurai. Dal 1185 al 1876 essi rappresentarono oltre che la più raffinata forma di combattente mai esistita, anche l’elite politica e di conseguenza con il tempo anche culturale di una nazione. In tale contesto le discipline da combattimento, che erano fonte dell’essere stesso dei samurai, avevano un ruolo centrale. Un Bushi era tale in funzione della sua capacità e maturità nel campo delle arti marziali. Con la pace forzata imposta dal regime degli Shogun Tokugawa, a partire dal 1600 divenne poi necessario per tutte le scuole che si erano sviluppate e perfezionate nei secoli di lotta interna del Giappone, sviluppare in seno al proprio sistema di lotta delle filosofie che permettessero di incanalare la naturale propensione bellica dei samurai in un autocontrollo adatto ad un periodo di relativa pace dove anche i duelli erano vincolati a rigide condotte e regole. Di questa tradizione quasi millenaria noi occidentali abbiamo potuto usufruire grazie al fatto che tale classe è arrivata intaccata fino all’epoca contemporanea e dopo la sconfitta del Giappone nel secondo conflitto mondiale, anche gli occidentali hanno potuto abbondantemente accedere a questo sapere. Sapere che però richiede una base culturale solida per essere ritrasmesso, altrimenti, tramandandone solo la componente di confronto fisico, viene a mancare tutto un substrato culturale che ne é collante e ragione d’essere. Una preparazione di base nella culturale del popolo che ha generato un certo sapere è condizione necessaria per compenetrare tale conoscenza. Altrimenti sarebbe come voler insegnare filosofia senza aver mai studiato la storia della Grecia classica. Il giorno che comprenderemo questo, riusciremo a sdoganare le arti marziali dal limbo di mediocre fisicità nel quale la maggior parte della popolazione involontariamente la relega.

Roberto Granati
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