IMG-20150926-WA0001 Il 26 settembre scorso, nella Sala Consigliare del Comune di Brebbia (Varese) è stata inaugurata la mostra dedicata ai 65 Caduti di Brebbia nel Primo Conflitto Mondiale.
L’inaugurazione è stata preceduta dalla Conferenza del Colonnello Mario Pietrangeli, del Comando Militare Esercito Lombardia che ha illustrato il “Ruolo delle Ferrovie nella Prima Guerra Mondiale”. L’Ufficiale ha trattato i seguenti argomenti:
– Inquadramento storico-militare;
– le principali operazioni ferroviarie connesse con le Operazioni Militari sul fronte;
– I Treni Armati e i Treni Ospedale;
– le ferrovie di guerra “Decanville”.

La mostra, che potrà essere visitata sino al 30 ottobre, è articolata in tre settori:
– Documenti e Fogli Matricolari non chè “foto dei Caduti di Brebbia”;
– la Prima Guerra Mondiale vista dalla Scuola di 1° Grado “Carducci” di Gavirate (VA);
– “Il ruolo delle Ferrovie nella prima Guerra Mondiale”.

Nell’analisi profonda di quel periodo strategico viene rilevato che paradossalmente, la staticità delle linee di fronte, che contraddistinse il primo conflitto mondiale e lo trasformò in una lunga guerra di logoramento, fu in gran parte da attribuire proprio all’enorme sviluppo dei trasporti terrestri per effetto della meccanizzazione.
Grazie alle autocolonne, e soprattutto al treno, la velocità di afflusso delle riserve strategiche divenne infatti nettamente superiore alla rapidità di progressione delle forze combattenti, che potevano muoversi solo a piedi e, al massimo, a cavallo. Così, le penetrazioni nelle linee nemiche (già rese difficili dalla prevalenza del binomio difensivo mitragliatrice/trincea su quello offensivo artiglieria/assaltatore) venivano subito arrestate e le posizioni si consolidavano nuovamente.
Il grande protagonista di questa nuova mobilità, il treno, veniva usato prevalentemente per i grandi trasporti strategici e logistici, cioè per trasferire soldati, quadrupedi, generi vari e munizioni, in grandi quantità e su lunghe distanze. Le “tradotte” militari erano di solito formate da vagoni ferroviari chiusi a pavimento libero, atti al trasporto di persone, animali e di materiali vari, ma talora erano attrezzate in modo speciale – con vagoni blindati o armati – per la difesa contro i sabotatori.
Vennero impiegati anche veri e propri treni armati, come quelli della Marina Militare Italiana (muniti di artiglierie da 76 mm e 152 mm) che operarono lungo il tratto di costa tra il Canale d’Otranto e Ravenna e che costituirono un’efficace difesa litoranea mobile. Sul fronte orientale, anche l’Esercito utilizzò treni armati con pezzi da 152/40 mm per bombardare le zone operative nemiche del Carso Triestino. I treni sanitari e ospedale contribuivano intanto allo sgombero di migliaia di feriti e ammalati.
Nella 2^ guerra mondiale, quando l’avvento del carro armato e dell’aereo consentì un incremento della mobilità tattico-operativa sufficiente per un ritorno al combattimento manovrato, ai treni rimase il compito dei grandi trasporti strategici e dello sgombero dei feriti e/o malati con i treni ospedale. I movimenti ferroviari potevano però svolgersi quasi soltanto nella Zona Territoriale, a causa dell’incombere della minaccia aerea e quindi della possibilità di essere colpiti, dall’alto, anche in profondità dietro le linee amiche.
L’evoluzione tecnologica delle armi moderne, per le quali le linee e le installazioni fisse della ferrovia sono divenute facili bersagli, relega ormai il treno – sempre di più – a compiti prevalentemente logistici nelle retrovie sempre importanti e nell’attualità dei nostri giorni come mezzi di supporto in gravi calamità nazionali.