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Legge sulle unioni civili, un buon inizio.

Giovedì 12 maggio, la Camera ha approvato in via definitiva la legge sulle unioni civili dopo un percorso durato oltre due anni, dispute politiche e schieramenti ben determinati all’interno della società civile.

A distanza di quasi trent’anni dalla Danimarca, che per prima ha approvato una legge sulle coppie omosessuali, l’Italia chiuderà la serie dei paesi occidentali, che ormai riconoscono tutti, con modalità e sistemi differenti, le unioni tra persone delle stesso sesso.

La legge riconosce alle coppie omosessuali gran parte dei diritti delle coppie sposate, di fatto equiparando i diritti e doveri dei coniugi ai diritti e doveri di quanti sono civilmente uniti in punto di obbligo di fedeltà, diritti successori, diritti e doveri di assistenza.

Senza dubbio una vittoria per chi ha a cuore i diritti civili: la legge pare organica e chiara, anche se strutturata in modo un po’ complesso da un punto di vista formale e lessicale.

Rimane il problema, di cui si è tanto discusso nei mesi antecedenti l’approvazione della norma, dell’elisione, nel disegno di legge, della cosiddetta “stepchild adoption”, ovvero la disciplina dell’adozione del partner (dello stesso sesso) del proprio genitore.

Sappiamo che su questa questione vi è stata una divisione politica e culturale molto accesa e la normativa è stata eliminata dal progetto di legge perché ritenuta, da chi la avversava, prodromica rispetto all’adozione di figli da parte delle coppie dello stesso sesso.

Ritengo che si tratti più di un rinvio che di un’elisione tout court.

Al di là delle complesse considerazioni di fondo sottese all’adozione di figli per le coppie omosessuali, sembra di poter dire che tale ambito, ovvero l’adozione del figlio del convivente, se non previsto dalla legge, potrebbe creare un indubbio vuoto di tutela di cui il legislatore, volente o nolente, dovrà farsi carico nei prossimi anni.

Troppi i casi di minori presenti in famiglie “arcobaleno”, delicatissima la loro tutela ed imprescindibili i loro diritti relativi alla salute, al percorso scolastico, insomma alla loro integrità fisica e psicologica.

Anche la giurisprudenza, italiana, ma in particolare europea con la Corte di Giustizia, continua a indicare con forza la strada, ovvero l’interesse prioritario del minore a vedersi riconosciuti legalmente entrambi i genitori che lo crescono e che lui riconosce come genitori.

Questa norma è, in ogni caso, a parere di chi scrive, un buon punto di partenza, avendo posto fine, e di questo va riconosciuto il grande merito alla senatrice Monica Cirinnà e alle forze politiche che hanno votato la legge, ad un vuoto di tutela che durava da troppi anni.

Ricordiamo la questione dei Registri cittadini delle unioni civili che avevano interessato il Consiglio di Stato nel novembre scorso.

Argomento di cui molto si era parlato anche a Milano, prima città in Italia per numero di trascrizioni, sui registri comunali, di matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero.

I Giudici amministrativi di secondo grado avevano, sostanzialmente, accolto l’argomentazione del Ministero degli Interni secondo cui i matrimoni tra persone dello stesso sesso non potessero essere trascritti per lo stesso motivo per cui in Italia non possono essere celebrati, con ciò ribaltando precedenti sentenze dei Tribunali Amministrativi Regionali.

Oggi, essendoci una legge che rende legittime le unioni civili, il problema dovrebbe essere superato.

Rimane, però, oltre alla questione relativa ai figli, un problema culturale di civiltà. L’effettiva accettazione, da parte di istituzioni e cittadini, dell’unione civile tra persone dello stesso sesso al pari del matrimonio anche in un’accezione culturale.

Solo in questo modo la nuova legge, con le ovvie difficoltà applicative che necessariamente avrà, potrà davvero costituire “diritto vivente” della nostra comunità, estendendo i diritti e radicando i doveri.

Come è giusto che sia.

Il Parlamento, pur magari in parte e con qualche necessaria mediazione politica, ha preso la sua posizione.

La questione culturale, invece, dipende anche da ciascuno di noi.

Milano, 16 maggio 2016

Ilaria Li Vigni