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Lingua italiana

Navigare tra le parole

di Paolo Pivetti

 

Sindaco e ballottaggio

In molte delle nostre città, Milano, Roma, Bologna, Torino, Napoli, ma anche altre, grandi e piccole, sta per arrivare un nuovo sindaco. Qualunque sia il suo nome o il suo nickname, a qualsiasi partito appartenga il sindaco che voterete, sappiate che comunque proviene dall’antica Grecia.

Risale infatti ai Greci, quelli che già duemilacinquecento anni fa gettavano le basi della nostra civiltà, l’istituzione del syndikos. Il nome stesso, composto da syn che vuol dire insieme e dike che significa giustizia, dice che si trattava di un importante magistrato. Il syndikos, divenuto latinamente syndacus, fu poi, nell’Impero Romano, il rappresentante, anzi il difensore legale delle città greche, anche quelle presenti su suolo italico, nei confronti del potere di Roma. Continuò poi nel Medio Evo a difendere legalmente le città italiane, divenute nel frattempo comuni, di fronte all’Imperatore che in quel tempo non parlava già più latino ma una qualche lingua barbarica di ceppo germanico.

Potrà accadere che per eleggere il vostro sindaco siate costretti a ricorrere, quindici giorni dopo la prima votazione, al ballottaggio. Questo termine politico, come vari altri, ci viene dalla Francia: da ballottage; ed ha una storia lunga e curiosa. Dobbiamo risalire all’abitudine di votare nelle assemblee politiche scegliendo tra palline di diverso colore, cioè scegliendo una ballotte. Ma qui torniamo all’italiano: addirittura all’italiano quattrocentesco ballotta. E con ballotta al verbo ballottare che già nel Quattrocento in Italia voleva dire votare con le ballotte e, in senso metaforico, parteggiare. “La città divisa ballottava inegualmente” scrive Machiavelli nelle Istorie fiorentine. Questa vicenda del ballottage è l’ennesima dimostrazione che qualcosa di italiano, per aver successo in Italia, deve essere importato dall’estero.

Ma la storia della parola non finisce qui. Anzi, non comincia qui, dato che possiamo risalire molto più indietro. Scavando nelle miniere linguistiche, i filologi ritrovano, a monte del francese ballotte e del toscano quattrocentesco ballotta, l’arabo ballut che significa ghianda e anche castagna, incrociato di nuovo col toscano balla che proviene dal francese antico balle che nasce dal franco balla e questo a sua volta dal germanico ball, che vuol dire pur sempre palla: vocabolo dunque transnazionale. Anche in Inghilterra incontriamo ballot, che è la votazione a scrutinio segreto.

Ecco dunque una famiglia di nomi che, una volta tanto, non ci arriva dai Latini, che per palla dicevano globus oppure, togliendola dal greco, sphaera; ma anche pila, quando si trattava di una palla da gioco. E così siamo arrivati al gioco, partendo da qualcosa di molto serio: ne sanno qualcosa i canditati sindaci che nel ballottaggio si giocano tutto.