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Cassazione su stepchild adoption,superamento della norma?

 

La Suprema Corte di Cassazione, la settimana scorsa, si è pronunciata con una sentenza che, apparentemente, ha superato il legislatore, dicendo sì alll’adozione del figlio del partner, c.d. stepchild adoption, «in casi particolari».

La I sezione civile, infatti, con sentenza 12962/16 ha respinto il ricorso del Procuratore Generale e confermato la pronuncia della Corte di Appello di Roma che aveva accolto domanda di adozione di una minore proposta dalla partner della madre.

Secondo quanto stabilito dalla Cassazione, questa adozione “non determina in astratto un conflitto di interessi tra il genitore biologico e il minore adottando, ma richiede che l’eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice”.

In pratica l’adozione del figlio del partner (in questo caso si tratta di una coppia omosessuale) potrebbe creare un problema con l’altro genitore biologico, ma questo eventuale problema, secondo i giudici, va valutato di volta in volta.

Il caso trattato dalla I sezione civile della Cassazione, il primo in Italia da parte di una coppia omosessuale (gli altri casi sono approdati finora alla Corte d’Appello), fa riferimento alla domanda di adozione di una bimba che oggi ha sette anni, da parte di una partner stabilmente convivente con la madre.

Le due donne, entrambe romane, vivono assieme dal 2003 e la piccola, nata in Spagna con la procreazione assistita eterologa nel 2009, grazie a questo provvedimento poteva essere adottata dalla mamma non biologica e avere il doppio cognome.

Un primo via libera era stato dato dal tribunale dei minorenni di Roma nell’estate del 2014. L’anno successivo c’era stata la conferma della pronuncia da parte della Corte d’appello e contro la sentenza aveva fatto ricorso in Cassazione la Procura Generale di Roma.

Come sappiamo, la possibilità della stepchild adoption è stata stralciata dalle leggi sulle unioni civili approvata all’inizio del 2016 ed entrata in vigore il 5 giugno scorso.

Ma negli ultimi mesi si sono moltiplicati i casi di richieste ai giudici di legittimare con lo status di figlio adottivo bambini nati da maternità surrogate all’estero da coppie formate da persone dello stesso sesso.

La Cassazione riconosce, con riflessione innovativa ed interessante, che “si sta sempre più affermando, in particolare nei procedimenti adottivi, il principio secondo il quale il rapporto affettivo che si sia consolidato all’interno di un nucleo familiare, in senso stretto o tradizionale o comunque ad esso omologabile per il suo contenuto relazionale, deve essere conservato anche a prescindere dalla corrispondenza con rapporti giuridicamente riconosciuti, salvo che ci sia un accertamento di fatto contrario a questa soluzione”.

Parole molto nette, di cui il Legislatore dovrà tenere conto.

Occorre notare che, nelle motivazioni della sentenza, si dice che la fattispecie non è la legge sulle unioni civili, ma la legge sulle adozioni 184 del 1983, laddove parla di “adozioni in casi speciali”, istituto al quale possono accedere sia i singoli sia le coppie di fatto.

Tra i requisiti, sostengono i Giudici, non c’è la disamina “dell’orientamento sessuale del richiedente”. Dunque l’adozione considera solo l’interesse del minore, il rapporto affettivo con il richiedente, senza compiere altre considerazioni normative.

Di fatto, è la prima adozione coparentale riconosciuta dalla Cassazione, che ha stabilito l’applicabilità della norma sulle adozioni in casi particolari anche quando non si è in presenza di minori abbandonati o orfani.

Un modo per far rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta nella legge Cirinnà, frutto di noti compromessi?

Forse, ma non solo, ad avviso di chi scrive.

Ritengo che la Cassazione, per la prima di chissà quante volte, si sia scontrata con la concretezza di molti rapporti affettivi, complessi e unici nel loro genere ed abbia fatto fronte alla singola richiesta individuale, interpretando le leggi e valutando il caso concreto.

Indipendentemente dall’opinione di ciascuno sulla tematica, un punto è innegabile: tantissimi sono i bimbi che hanno rapporti con due adulti dello stesso sesso che fanno loro da genitori, pur essendo solo uno il genitore biologico.

E sovente si tratta di coppie stabili, con un’affettività armonica e coesa, con un’ottima capacità genitoriale.

Ecco, tutti questi casi concreti, uno diverso dall’altro, devono avere una normazione comune, trattandosi di diritti intangibili del minore, quale la vita, la salute, l’istruzione.

Il messaggio per il legislatore pare chiaro.

Ilaria Li Vigni

24 giugno 2016

 

 

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