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La giustizia riparativa:

una lunga strada da percorrere

La giustizia riparativa è definita come una possibile risposta al reato che coinvolge il reo e – direttamente o indirettamente – la comunità e la vittima, nella ricerca di possibili soluzioni agli effetti dell’illecito e nell’impegno fattivo per la riparazione delle sue conseguenze.

Il fenomeno criminoso viene letto, in tale ottica, non solo come trasgressione di una norma e lesione (o messa in pericolo) di un bene giuridico, ma come evento che provoca la rottura di aspettative e legami sociali condivisi che richiede un lavoro per la ricomposizione del conflitto e il rafforzamento del senso di sicurezza collettivo.

La rilevanza culturale, giuridica, operativa del tema trae origine dalla normativa internazionale, in particolare dalla Dichiarazione di Vienna del 2000 e dalla Risoluzione sui principi base sull’uso dei programmi di giustizia riparativa in ambito penale dell’Economic and Social Council 2000/14.

In particolare quest’ultimo documento definisce giustizia riparativa quel procedimento in cui “la vittima e il reo, e se appropriato, ogni altro individuo o membro della comunità lesi da un reato partecipano insieme attivamente alla risoluzione delle questioni sorte dall’illecito penale, generalmente con l’aiuto di un facilitatore”.

Allo stato, nell’ordinamento italiano, la mediazione penale ha trovato applicazione già da alcuni decenni in ambito minorile, mentre più di recente, è stata prevista espressamente dall’art. 29 D.Lgs. n. 274/2000 in relazione ai reati procedibili a querela di parte di competenza del giudice di pace.

Ambiti ristretti del diritto penale in cui la mediazione è, tuttavia, semplificata dalla relativa tenuità degli interessi in gioco.

Altro è, ovviamente, quando si affrontano reati ben più gravi per i quali occorre non solo operare un percorso di riparazione con la vittima, ma con i suoi familiari, in caso la vittima sia stata uccisa.

Lo Stato è in genere attento a risarcire o a cercare di risarcire le vittime del reato, ma il dolore scava spesso nell’inconscio della memoria della società. Soprattutto, esso non cessa dopo essere stato risarcito: rimane fino a quando non lo si scopre.

Neppure la pena stessa inflitta al reo restituisce dignità alla vittima che spesso, se non aiutata a metabolizzare interiormente il torto subìto, conserva sentimenti negativi che vanno ad influire anche nell’equilibrio globale della società, quantomeno da un punto di vista del dibattito politico.

E’ per questo che, in questi ultimi anni, sempre più tecnici del diritto individuano in questi “percorsi di riconciliazione” dei veri e propri strumenti giuridici e sociali per mitigare le conseguenze del reato.

Esistono dunque, importanti esperienze di incontro e riconciliazione fra vittime e rei, mediatori e testimoni — come quella a Milano, presso il Centro San Fedele, coordinata dal gesuita Guido Bertagna e dai giuristi Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato —, che tracciano un cammino per incontrarsi come persone riconciliate dal dolore.

Due testimonianze, su tanti casi di giustizia riparativa, di incontri tra i familiari delle vittime di gravi omicidi e coloro che sono condannati per questi reati.

La madre del giudice Livatino, quando le chiesero se avesse perdonato gli assassini di suo figlio, rispose: «Anche se dentro di me ero spinta a non farlo, ho perdonato, perché ho pensato a mio figlio e al Vangelo che teneva sopra la scrivania: Rosario avrebbe perdonato».

Anna Laura Braghetti, che freddò con 11 colpi Vittorio Bachelet, ricorda così l’incontro con il figlio dello stesso in occasione di un Convegno in Campidoglio: «Ci siamo riconosciuti. Mi ha parlato e mi ha detto che bisogna saper riaccogliere chi ha sbagliato. Lui e i suoi familiari sono stati capaci di farlo addirittura con me. Li ho danneggiati in modo irreparabile e ne ho avuto in cambio solo del bene» .

Ristabilire la giustizia, prima ancora che sia solo lo Stato a farlo, è possibile e anzi necessario per non lasciare conflitti aperti tra gli individui e nella società.

Occorre però una profonda conversione culturale, che inizia dalla formazione nelle scuole e dall’esempio in famiglia e nel contesto sociale di appartenenza.

Solo così la riparazione sarà autentica e l’equilibrio sociale in parte recuperato.

Ilaria Li Vigni

9 luglio 2016

 

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