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LA CHIAMANO NUOVA NORMALITA’

 

Da qualche anno si percepisce nell’aria una strana sensazione di “attesa” che si diffonde  progressivamente ed inesorabilmente, quasi per osmosi, negli ambienti della Finanza internazionale, da questi in quelli dell’Economia reale, in quelli della Politica internazionale sino a contaminare le Famiglie. Più precisamente da quella che è stata definita la Grande Crisi del 2008, a seguito degli interventi decisi e tempestivi, in alcuni casi, delle Banche Centrali che hanno attuato politiche monetarie espansive come mai prima nella Storia, il Mondo vive sospeso in attesa che la “crisi” concluda il suo naturale ciclo, lasciando il posto alla tanto auspicata ripresa, ma per usare un’espressione cara ai colleghi anglosassoni : ”This Time is Different!”.

Ogni volta che viviamo una crisi, ci ripetiamo quasi a tranquillizzarci e a volerci assolvere da colpe e responsabilità, che questa volta sia differente rispetto alla precedente e naturalmente ogni volta le cause, che portano alla nuova crisi, sono differenti dalle precedenti,  perché se così non fosse le avremmo potute anticipare scongiurando la crisi stessa; a non essere differenti però sono gli approcci alla crisi la cui efficacia è insita nella natura stessa della loro eccezionalità che libera nuove energie e risorse che rappresentano gli anticorpi stessi della crisi. Ma i numeri, questa volta ci raccontano dell’altro, ci raccontano una storia che in molti casi non vogliamo ascoltare, una storia che prima accettiamo e con cui impariamo a convivere e prima ci permetterà di vivere una “Nuova Normalità”.

I numeri non indicano una fine ciclo espansivo a livello internazionale, alcune economie mature sono nella fase conclusiva di un ciclo espansivo, altre sono in stallo o nella parte recessiva del ciclo, molte altre ancora sono in pieno ciclo espansivo sovente giustamente e sapientemente frenate dalle politiche delle rispettive Banche Centrali; i numeri indicano invece l’ambiente ideale per gli Investitori internazionali, quello di una “Crescita Internazionale Costante e Deludente”.

Gli interventi di politica espansiva delle Banche Centrali dal 2008 hanno inondato il mercato di liquidità, una quantità di denaro mai vista prima, che , volendo semplificare in eccesso, spostandosi tra i mercati delle azioni a quello delle obbligazioni e delle valute causavano di volta in volta l’apprezzamento di quello a discapito dell’altro, o perlomeno questo è quello che era sempre accaduto sino ad ora. La peculiarità della situazione attuale sta nel fatto che oggi a causa proprio di quelle politiche espansive l’85% delle obbligazioni emesse dagli Stati hanno rendimenti negativi e le altre hanno valori prossimi a zero, pertanto viene a mancare uno dei due principali protagonisti di questo “gioco”. L’enorme liquidità ha come unico mercato in grado di dare rendimenti quello azionario ed ogni volta che esce da questo mercato per consolidarne i guadagni conseguiti non po’ dirigersi sul mercato obbligazionario che andrebbe ad eroderne parte del guadagno realizzato o comunque non può restarvi per molto tempo con rendimenti pari a zero, pertanto è costretto a ritornare sul mercato azionario in cerca di nuovi rendimenti. Questi movimenti di enormi masse di denaro provocano quelle violente correzioni che negli ultimi anni ci fanno percepire un aumento della volatilità dei nostri risparmi con conseguente crescita di ansia e preoccupazione.

In realtà la volatilità dei mercati non è aumentata, bensì è aumentata la correlazione degli stessi; sempre esemplificando in eccesso, con tutti i rischi che ne conseguono, fino a qualche anno fa era valido il paradigma, per quanto sopra spiegato,  per cui se il mercato azionario correggeva con un -30% (al fine di una maggior comprensione utilizzo valori volutamente alti) contemporaneamente il mercato obbligazionario si apprezzava del +20%; il saldo negativo di -10% non si percepiva come alta volatilità, perché con l’oculatezza del buon padre di famiglia all’investimento in obbligazioni era stato destinato l’investimento a “breve” che cresceva in modo costante, permettendo di far fronte ad eventuali esigenze di breve, mentre l’investimento azionario era stato dimenticato su tempi più lunghi 5/10 anni, accettandone le ampie oscillazioni come naturalmente connaturate allo strumento stesso, limitandosi ad incassarne i dividendi. Oggi invece quando il mercato corregge, aprile/maggio 2015, fine agosto 2015, febbraio 2016, tutto il mercato fa -10% (azioni, obbligazioni ecc.), quindi durante le due/tre settimane di correzione, la sensazione percepita è che tutto crolli inesorabilmente e senza fine; chi esce dal mercato si fa molto male, ed all’attuale livello di tassi pregiudica il rendimento dell’intero anno, invece i pochi coraggiosi e/o con disponibilità ne approfittano assicurandosi in poche settimane il guadagno di anni, i più invece restano fermi e chiudono l’anno con un rendimento che appare deludente ai loro occhi ancora annebbiati dal ricordo dell’illusione dei rendimenti di un mondo ormai passato.

Parlo di illusione di rendimento perché se a quelli attuali si aggiunge un 2/3% d’inflazione media, oggi inesistente, ecco che veniamo tutti rinfrancati nelle nostre certezza di quel rendimento che un tempo ci dava tanta sicurezza e soddisfazione. Occorre però, quanto prima e per il nostro bene, prendere consapevolezza che quei rendimenti passati,  un tempo viziati dall’inflazione, oggi pari a zero o negativa,  in termini reali sono pressoché invariati rispetto ai precedenti e soprattutto i tassi di crescita del PIL che tanto ed ossessionano i governi di molti Paesi appartengono a quella storia che ci è stata raccontata negli ultimi cinquant’anni.

Infatti prendendo in considerazione  il più ampio periodo storico in grado di fornirci dati attendibili, più precisamente quello che va dalla rivoluzione industriale sino al 2012, il PIL mondiale è cresciuto mediamente sempre del 1,6%, solo dal 1913 è cresciuto del 3% a livello mondiale ed con un Europa devastata da due guerre mondiali che necessariamente a fatto mancare nel durante il suo importante contributo alla crescita. Pertanto possiamo verosimilmente affermare che la crescita del 3% che consideriamo “normale” si sia realizzata solo negli ultimi 60 anni. Oggi la spinta alla crescita viene dalla Cina che sta rallentando, dall’India e in un prossimo futuro dall’Africa, è evidente che si stanno avvicendando i protagonisti che la mantengono viva, ma occorre altresì fare attenzione perché sarà solo questione di tempo e anche questa spinta si esaurirà.

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A fronte di tutto ciò detto è inutile, deprimente e doloroso attendere la fine di una crisi che “non esiste” perché ciò che stiamo vivendo è un semplice, naturale ritorno alla normalità.

Dal 1990 ci stiamo lentamente e progressivamente svegliando da una

bellissima illusione a cui tutti noi ha fatto piacere credere, quella di una crescita infinita, inesauribile basata esclusivamente sul consumo, pertanto stiamo semplicemente ritornando a dei valori di crescita media, e ciò non significa assenza di crescita bensì un tasso di crescita sostenibile che comunque migliorerà in modo più lento ma inesorabile le condizione di vita di quasi tutti i 9 mld di abitanti che nei prossimi anni popoleranno il nostro pianeta.

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Occorre quindi posizionarsi correttamente e coerentemente con i nostri rispettivi obbiettivi, accettare quanto prima la nuova normalità ed attrezzarci per conviverci negli anni a venire, non rinunciando alla naturale, salutare e doverosa ambizione di crescita, bensì approcciando la nuova situazione, applicando nuovi paradigmi mai utilizzati, lavorando insieme con determinazione e consapevolezza alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo non più basato esclusivamente sul consumo ma anche sulla riqualificazione e recupero dell’esistente, nonché sullo sviluppo sostenibile basato su nuove alternative.

I mercati finanziari dal canto loro, come da loro vocazione e natura, sapranno dare un’ulteriore spinta incrementando ed amplificando i risultati che solo questo nuovo modo di vivere la “nova normalità” ci permetterà di conseguire.

Milano; 20 ottobre 2016

 

Andrea Cerea

 

 

 

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