Quali reati sui social network e come prevenire

 

 

Sempre più persone utilizzano i social network, in particolare Facebook, Twitter, Instagram per ragioni personali o professionali, molti, soprattutto giovani, sono connessi ai social per gran parte della giornata e, attraverso queste realtà virtuali, si comunicano informazioni, pensieri, opinioni.

Si tratta di una realtà molto recente (pensiamo che l’utilizzo massivo di Facebook è iniziato tra l’anno 2008 ed il 2009), senza particolari forme di controllo ed in cui vi è concreto rischio di commissione di illeciti penali.

Vediamone un elenco generico, soffermandoci su quelli a maggior rischio commissione in assenza di un utilizzo attento e consapevole di queste realtà.

I reati commessi sui social network  non sono necessariamente dei crimini informatici: una cosa sono i crimini informatici (ovvero illeciti commessi a mezzo dello strumento informatico), altra cosa sono i reati commessi per mezzo della rete internet con Facebook ed altri social media.

Ad esempio, il reato maggiormente consumato su Facebook è quello della diffamazione (art. 595 c.p.) che non è un reato strettamente informatico: esso si consuma quando una persona, a prescindere che si trovi nella vita reale o in quella digitale, comunicando con altre persone, offende la reputazione di una persona assente.

Si discute da tempo se la diffamazione a mezzo social sia da considerarsi semplice ovvero aggravata dall’utilizzo del mezzo della stampa o da qualsiasi altro mezzo di pubblicità (con differente cornice edittale di pena e competenza del Tribunale in luogo del Giudice di Pace).

La giurisprudenza di legittimità, negli ultimi due anni in varie pronunce, ha chiarito come la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook, ad esempio, integri un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, c.p. poiché la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo della bacheca ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone.

Ciò per due ordini di ragioni: per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca stessa non avrebbe senso) e l’utilizzo del social network integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita.

Esempio di reato informatico commesso generalmente su Facebook e sui social media è quello del furto di identità digitale (detto anche phishing).

Il phishing è un tipo di truffa effettuata su Internet, attraverso la quale si cerca di ingannare la vittima, convincendola a fornire informazioni personali, dati finanziari o codici di accesso, fingendosi interlocutore affidabile in una comunicazione digitale.

Si tratta di un’ attività illegale che sfrutta una tecnica di ingegneria sociale: l’autore del reato effettua un invio massivo di messaggi di posta elettronica che imitano, nell’aspetto e nel contenuto, messaggi legittimi di fornitori di servizi.

Tali messaggi fraudolenti richiedono di fornire informazioni riservate come, ad esempio, il numero della carta di credito o la password per accedere ad un determinato servizio.

Per la maggior parte è una truffa perpetrata usando la posta elettronica, ma non mancano casi simili che sfruttano altri mezzi, quali i messaggi SMS.

Il phishing è una minaccia attuale e molto frequente, il rischio è ancora maggiore nei social media. Gli hacker creano, infatti, un clone del sito e chiedono all’utente di inserire le sue informazioni personali, quindi perfezionando la truffa.

Un altro reato spesso commesso sui social media è quello delle molestie (art. 660 c.p.): in questo caso siamo di fronte ad un reato informatico solo se ricorrono gli estremi del cosiddetto cyberstalking, il quale oggi è di fatto disciplinato dalla legge italiana come una forma aggravata del reato di stalking (art 612bis, comma 2, c.p.).

Molto frequente è anche il reato di sostituzione di persona (art. 494 c.p.), il quale ricorre quando qualcuno, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, come accade nei numerosissimi casi di profili falsi.

Altre fattispecie di reato, infine, si possono ravvisare nel caso in cui qualcuno pubblichi foto private, foto di minori e dati personali altrui, con ciò violando le numerose norme del Codice della Privacy, approfondite da un recente intervento su questa rivista.

Insomma, molte sono le fattispecie penali che sono amplificate dall’utilizzo dei social network e, in assenza di un utilizzo consapevole e prudente, è concreto il rischio di subire condotte penali altrui e anche di commettere, magari per superficialità e faciloneria, illeciti penali a nostra volta.

Serve, quindi, che soprattutto i giovani vengano davvero educati, dai genitori e dalla scuola, ad un utilizzo appropriato di un mezzo che, nel bene e nel male, occupa una buona fetta della propria giornata con spiegazioni ragionate su quanto si può commettere e quanto si può subire.

Per i giovanissimi, l’utilizzo dei social deve essere graduale e quanto più condiviso con i genitori, pena altrimenti rischi molto elevati di cyber bullismo o similia che possono portare –e la cronaca ce lo ricorda spesso- a conseguenze anche drammatiche.

E anche noi adulti non dobbiamo mai dimenticarci di essere su una “piazza”, pur virtuale, che amplifica ogni nostro commento e nostra parola che dovrà essere quindi pesata e ragionata con attenzione, saggezza e civiltà.

 

9 gennaio 2017

Ilaria Li Vigni