Lingua italiana

Navigare tra le parole

di Paolo Pivetti

Mancia

un piccolo dono con una lunga storia alle spalle

 

Dare o non dare la mancia? Stiamo parlando di una piccola cosa che ha alle sue spalle una grande storia. Cominciamo dall’inizio cioè, come capita quasi sempre, dalla nostra lingua madre, il latino.

I Latini da manus, cioè “mano”, fecero manica per indicare quella parte dell’abito che copriva, oltre alla mano, tutto il braccio. E tal quale il vocabolo passò all’italiano, dove lo usiamo tuttora. Ma che c’entra la manica con la  mancia? Per capirlo dobbiamo recarci al di là delle Alpi, in Francia, nei secoli remoti del Medio Evo.

In francese la manica si chamava manche ed era una parte tutt’altro che secondaria dell’abbigliamento. Anzi, proprio in Francia più che in qualsiasi altra parte d’Europa si diffuse la moda di cucire maniche particolarmente elaborate: maniche a sbuffo, a strascico, a tortiglione, a spirale; lisce, pelose, ricamate, frastagliate; di due, tre o più colori, con perle o senza perle, intessute d’oro e d’argento senza limiti alla fantasia. Nel Tre e nel Quattrocento si usavano addirittura maniche sfrangiate che toccavano terra e non avevano niente a che fare con la stoffa dell’abito; la manica anzi era  un particolare così indipendente dal resto del vestito, che questo poteva ornarsi oggi di un paio di maniche, domani di un altro. E proprio da questo fatto sembra derivare il detto “è un altro paio di maniche” per indicare qualcosa che non ha alcuna relazione con quanto detto in precedenza.

Tanta importanza si dava in quei secoli alle maniche, che nacque un uso singolare: le dame regalavano al cavaliere del cuore, durante il torneo, una delle maniche del proprio vestito come pegno d’amore e augurio di vittoria. E il cavaliere così favorito se la legava alla spalla, sopra l’acciaio della corazza. E ad ogni carica e ad ogni volteggio la manche honorable, cioè la “manica d’onore”, sventolava come una bandiera.

Nel nuovo significato di “dono”, “regalo”, “omaggio”, il termine francese manche, varcò le Alpi, arrivò in Italia e fu italianizzato in mancia. Noi avevamo già naturalmente, manica e ce lo siamo tenuto fino ad oggi nel lessico dell’abbigliamento; ma qui il significato era completamente diverso.

Quello che accadde poi, nei secoli successivi, fu un progressivo scendere di livello della mancia. Le parole, nei loro avventurosi viaggi, salgono e scendono, seguendo a volte anche i capricci della fortuna. Così la mancia, dai tornei cavallereschi scivolò giù giù fino alla taverna; da dono della dama al suo cavaliere a regalino, a piccola elargizione per chi ha svolto bene un servizio. Darla o no? Vedete un po’ voi.