La messa alla prova per adulti tre anni dopo,  bene la teoria, difficile la pratica

 L’istituto della messa alla prova è stato introdotto con Legge n.68 del 28 aprile 2014 ed è entrato in vigore nel nostro ordinamento in data 17 maggio 2014,quasi tre anni fa.

 In sintesi, il contenuto normativo per avere chiari gli ambiti della questione.

L’art. 168 bis c.p. prevede che, nei procedimenti per reati puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, l’imputato può chiedere la sospensione del processo con messa alla prova.

 La messa alla prova comporta la prestazione di condotte volte all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, nonché, ove possibile, il risarcimento del danno alla persona offesa.

 Comporta altresì l’affidamento dell’imputato al servizio sociale per lo svolgimento di un programma che può implicare, tra l’altro, attività di volontariato di rilievo sociale ovvero l’osservanza di prescrizioni relative ai rapporti con il servizio sociale o con una struttura sanitaria, alla dimora, alla libertà di movimento, al divieto di frequentare determinati locali.

La concessione della messa alla prova è inoltre subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità che consiste in una prestazione non retribuita, affidata tenendo conto anche delle specifiche professionalità ed attitudini lavorative dell’imputato.

 La sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato non può essere concessa più di una volta.

 A distanza di tre anni dall’entrata in vigore della Legge, pur rilevando, nei Tribunali italiani, frequente applicazione dell’istituto ed una positiva ratio dello stesso, in ottica di giustizia riparativa, sono emersi molteplici problemi sostanziali che attengono direttamente alla prassi applicativa.

 Il nuovo istituto della messa alla prova costituisce una nuova causa di estinzione del reato e al tempo stesso un nuovo procedimento speciale e consiste nella prestazione di condotte volte all’eliminazione di conseguenze dannose derivante dal reato nonché, ove possibile, il risarcimento del danno, nell’affidamento dell’imputato al servizio sociale ed infine nella prestazione di lavoro di pubblica utilità.

 Come noto, la richiesta di ammissione al nuovo rito può essere avanzata dall’imputato o indagato, personalmente o a mezzo di procuratore speciale, sino a che (i) non siano formulate le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422 c.p.p., (ii) fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado nel giudizio direttissimo e nel procedimento di citazione diretta a giudizio, (iii) entro il termine ex art. 458 co. 1 c.p.p. nel caso di decreto di giudizio immediato, (iv) con l’atto di opposizione nel procedimento per decreto penale.

 Disciplinati i termini entro i quali la richiesta di messa alla prova deve essere avanzata, l’art. 464 bis c.p.p. prevede le modalità di presentazione della stessa: la norma, in particolare, richiede l’allegazione di un programma di trattamento ovvero la mera prova della richiesta di elaborazione del detto programma.

 Nella quasi totalità dei casi, il richiedente si trova ad avanzare la richiesta di messa alla prova al giudice allegando solamente la prova richiesta di elaborazione del programma, che nella pratica consiste unicamente in una comunicazione email da inviare via PEC agli uffici dell’Esecuzione Penale Esterna (UEPE), mentre la presa in carico effettiva con consequenziale elaborazione del programma avviene in una seconda fase, a seguito di un vaglio preventivo del giudice e la comunicazione della data di rinvio dell’udienza.

 Questa prassi consegue al fatto che in parallelo con l’intervento legislativo non è stata assunta alcuna misura a livello organizzativo degli uffici dell’UEPE per far sì che gli stessi fossero preparati ad affrontare le numerosissime richieste di elaborazione del programma di trattamento che sarebbero giunte in seguito all’entrata in vigore della legge.

 Tale richiesta di elaborazione del programma sembra, comunque, rappresentare condizione indispensabile per la delibazione da parte del giudice, pur non essendo l’omessa allegazione espressamente sanzionata a pena di inammissibilità dalla norma.

 Sul punto, la giurisprudenza ha ripetutamente dichiarato inammissibile l’istanza non corredata da un programma o da richiesta di elaborazione, muovendo dal presupposto che tale requisito non è solamente formale ma, anche, sostanziale, assolvendo alle funzioni di attestare la volontarietà della sottoposizione alla prova e di attivare l’ufficio di esecuzione penale esterna.

 Tale discrasia temporale tra la richiesta di elaborazione di programma rivolta all’UEPE e l’effettiva presa in carico dell’ente con l’inizio dell’esecuzione del servizio sociale rallenta di molto i tempi della messa alla prova, con nocumento per l’imputato ed anche per il funzionamento della giustizia.

Occorre, quindi, anche alla luce di questa legge, una riorganizzazione degli Uffici UEPE presso i singoli circondari di Tribunale che assumono un ruolo di sempre maggiore importanza per il sistema giudiziario e per il cittadino.

Ci si augura che anche questi organismi, paralleli al sistema giudiziario vero e proprio, siano oggetto di prossime riforme strutturali, anche con l’immissione in ruolo di nuovo personale amministrativo che possa far funzionare nel modo migliore questi uffici e, per l’effetto, il sistema giudiziario penale.

 1 marzo 2017

Ilaria Li Vigni