La Voluntary Disclosure, obbiettivi e risultati

 Non solo Panama Papers e grandi nomi. Anche molte piccole imprese italiane continuano a detenere capitali all’estero.

 E’ quanto emerge da un’indagine Adnkronos 2016 che ha interpellato, con il contributo di diverse associazioni di categoria, oltre mille aziende sotto i 50 dipendenti in tutto il territorio nazionale.

 Una su tre (31%) dichiara di avere almeno un rapporto bancario all’estero e una su quattro (il 25%) ammette che l’obiettivo principale è quello di nascondere parte del fatturato al fisco italiano.

 Solo una su dieci (12%) dichiara di aver fatto ricorso o di volere ricorrere alla voluntary disclosure, la ‘collaborazione volontaria’ offerta dall’Agenzia delle Entrate per regolarizzare la posizione di chi detiene illegalmente capitali all’estero.

 La Voluntary Disclosure, in italiano “collaborazione volontaria”, è lo strumento messo a disposizione dei contribuenti per regolarizzare la propria posizione fiscale. In pratica, si ammette di aver illecitamente trasferito all’estero dei capitali finanziari o patrimoniali, senza dichiararli al fisco.

 Introdotta in Italia dall’articolo 1 Legge 186/2014, la voluntary disclosure nasce con l’intento di incentivare il rientro dei capitali, il fisco assicura ai contribuenti che aderiscono a questo strumento sconti fino alla metà delle sanzioni. Le imposte e gli interessi dovuti sui capitali rientrati dall’estero devono invece essere versati per intero.

 Per chi aderisce alla voluntary disclosure, inoltre, è esclusa la punibilità per diverse tipologie di reati (per esempio, dichiarazione infedele e omessa dichiarazione).

 Per il reato di dichiarazione fraudolenta le pene vengono applicate nella misura di un quarto della misura edittale.

 Partita ufficialmente il 30 gennaio 2015,  la voluntary disclosure si rivolge a tutti i contribuenti che detengono attività e beni all’estero e hanno omesso di dichiararli al fisco, per sanare le relative violazioni dichiarative, incluse quelle inerenti i maggiori imponibili riferiti e non alle attività e ai beni anzidetti.

In merito ai contraddittori instaurati, è stato chiuso il 55% delle istanze presentate

 Dopo la prima edizione, servita per regolarizzare le violazioni degli obblighi di dichiarazione dei capitali compiute fino al 30 settembre 2014, il fisco ha dato il via alla Voluntary disclosure bis, partita il 7 febbraio u.s..

Sarà possibile inviare per via telematica le richieste per accedere alla procedura con il nuovo modello messo a punto dall’Agenzia delle Entrate entro il 31 luglio 2017.

 I numeri degli anni precedenti sembrano destare ottimismo. Nel 2015, le domande di adesione sono state 129.000 e oltre 500mila gli accertamenti a fine  2016.

Anche l’incasso è andato oltre le attese, l’emersione spontanea che, secondo le stime, avrebbe portato nelle casse statali 3,8 miliardi ha invece sfondato il tetto dei quattro miliardi arrivando a 4 miliardi e 300 milioni, di cui 4,1 miliardi nel 2016 e 200 milioni nel 2015.

 Un ruolo importante è stato giocato anche dalla Svizzera, che ha colto l’occasione della voluntary, evento mai accaduto in precedenza, per fare un restyling della propria clientela e gli “irregolari”, presenti nelle banche del territorio elvetico sono emersi, oppure hanno trasferito i loro conti in altri lidi.

 Le istanze di voluntary internazionale sono state 127.348 e, di queste, il 70% ha riguardato la Svizzera.

 Secondo gli esperti è difficile ora immaginare che altri Paesi fino ad ora poco solerti (come Montecarlo e Austria che hanno partecipato alla prima voluntary rispettivamente per il 7,7% e per lo 0,61%), decidano di cambiare atteggiamento.

 È improbabile anche ipotizzare che chi non ha fatto la prima voluntary, se non si verificano eventi nuovi, opti per la seconda, partita quindi un po’ in sordina.

 Ci sono, però, alcuni elementi che potrebbero far ben sperare.

 Gran parte delle istanze per la prima emersione è stato fatto dal 1° ottobre al 30 novembre (66.214) in prossimità della scadenza; la voluntary bis va fatta entro il 31 luglio per cui oggi è presto per fare ogni bilancio.

 A questo va aggiunto che, dal 1° gennaio 2017, è in vigore il Crs (Common reporting standard), che prevede lo scambio automatico di informazioni bancarie, finanziarie, assicurative e di investimento tra 100 Paesi; sono molti a pensare che se l’Agenzia decidesse di utilizzare queste informazioni per dare una “prova di forza” la voluntary bis avrebbe un’immediata accelerazione.

Insomma, staremo a vedere se anche la seconda “collaborazione volontaria” avrà gli stessi risultati della prima, portando sempre più capitali alla luce del sole: ne beneficerebbe l’economia nazionale, il sistema Paese ed anche l’economia europea.

8 marzo 2017

Ilaria Li Vigni

 

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