Legittima difesa: prospettive di riforma

 

Sono molteplici i casi di cronaca, anche recenti, che richiamano il tema della legittima difesa.

 L’ultimo, in ordine di tempo, è quello che ha visto un uomo di Casaletto Lodigiano impugnare un fucile e sparare contro due persone che tentavano di rubare un carico di sigarette dal suo bar tabaccheria ai primi di marzo 2017.

 Il fatto, attualmente, è al vaglio della Procura di Lodi che sta procedendo per il reato di omicidio ex art. 575 c.p.

 I media e la politica, in casi come questi, affrontano la tematica della legittima difesa e della necessaria proporzione che la norma penale prevede che debba sussistere tra la difesa e l’offesa ricevuta.

Non dimentichiamo che, nel 2006, con la Legge 59/2006, il concetto stesso di legittima difesa era stato specificato ed ampliato dal legislatore che aveva aggiunto due commi all’art. 52 del codice penale.

 Ecco la parte della norma novellata nel 2006: «Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o altrui incolumità;   b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione. La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale».

La questione, all’indomani della Legge n. 59/2006, che più ha occupato giuristi e non solo, è stata quella attinente ai limiti che necessariamente devono essere apposti all’interpretazione di questa norma perché non si traduca in una licenza di attaccare per primi in casi più o meno dubbi di “pericolo”.

 Sembra che la norma abbia voluto sottrarre alla discrezionalità del giudice la possibilità di operare in concreto il bilanciamento che, in genere, viene spontaneo applicare tra il bene della vita ed altri beni tutelati dall’ordinamento, come proprietà privata e sicurezza personale, riferibili all’art 3 Costituzione.

 Il legislatore ha stabilito le conseguenze penali dei fatti giuridici in questione, sancendo aprioristicamente la proporzione tra offesa e difesa in ambito domiciliare.

 La legittima difesa, classificata come una causa di giustificazione o scriminante, esclude il reato in quanto consente l’azione difensiva facendo divenire lecito il fatto, che, altrimenti, sarebbe fatto tipico sanzionato penalmente.

 Come tutte le scriminanti, esclude perciò la tipicità del fatto.

 Ciò è avvalorato anche dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che all’art 2 dispone: “il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato dalla vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il delitto è punito dalla legge con tale pena”.

 Ma fin dove, allora, ci si può spingere per evitare di subire un’offesa ingiusta?

 Ad oggi non è chiaro, mostrando la norma molti punti dubbi e conseguenti difficoltà interpretative dei giudici.

 Per tali ragioni, che prendono spunto da molte vicende di cronaca, vi sono, allo stato,  alcune proposte di riforma dell’istituto.

 La proposta di legge 2892A, rinviata in Commissione Giustizia della Camera dopo la discussione in Assemblea, aggiunge un comma ulteriore all’art. 59 c.p. (“Circostanze non conosciute o erroneamente supposte”) in base al quale, nella legittima difesa domiciliare (art. 52, secondo comma, c.p.), è sempre esclusa la colpa della persona legittimamente presente nel domicilio che usa un’arma legittimamente detenuta contro l’aggressore, se sussiste la simultanea presenza di due condizioni: se l’errore riferito alla situazione di pericolo e ai limiti imposti è conseguenza di un grave turbamento psichico; se detto errore è causato, volontariamente o colposamente, dalla persona contro cui è diretto il fatto.

 L’art. 52 c.p. è da leggersi in combinato con gli artt. 55 (“Eccesso colposo”) e 59, comma 4, (“Circostanze non conosciute o erroneamente supposte”) del codice penale.

 Il primo si riferisce al caso in cui, nel commettere i fatti previsti agli artt. 51, 52, 53 e 54 c.p., vengano superati colposamente i limiti stabiliti dalla legge, o dall’ordine dell’autorità, o imposti dalla necessità. Così rendendosi applicabile la disciplina del delitto colposo, ove sia previsto tassativamente dalla legge.

 L’art. 59 c.p. invece è da annoverare tra quelle norme espressione del principio di personalità dell’illecito penale e del favor rei; richiede l’imputazione almeno colposa delle circostanze aggravanti ed obiettiva per quelle che attenuano o escludono la pena.

 L’ultimo comma dell’art. 59, in particolare, così recita: “Se l’agente ritiene per errore ce esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui. Tuttavia, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come colposo.”

 Si tratta delle cosiddette scriminanti putative, ovvero erroneamente ritenute esistenti.

E’ al seguito di tale disposizione che si vorrebbe inserire, nel progetto di riforma, un nuovo comma esplicitamente riferito alla legittima difesa domiciliare.

 Il tema si presta a differenti interpretazioni di natura giuridica e politica.

E’ auspicabile che il legislatore, in prospettive di riforma, riesca a compiere un bilanciamento di interessi tra il rispetto, sempre e comunque, della vita umana e la tutela dell’inviolabilità del domicilio o dei luoghi di privata dimora.

2 maggio 2017

Ilaria Li Vigni