Decreto Minniti

 

 

Il 12 aprile la Camera ha approvato il decreto Minniti – Orlando in tema di immigrazione con 240 voti a favore, 176 voti contrari e 12 astenuti, avendo il Governo posto la questione di fiducia.

Tale decreto, presentato dal Governo a febbraio, già approvato dal Senato il 29 marzo, contiene “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale”.

Tematica di grande attualità.

 

Secondo le dichiarazioni dei ministri proponenti, il testo nasce dall’esigenza del governo di accelerare le procedure per l’esame dei ricorsi, relative alle domande d’asilo politico che, nell’ultimo anno, sono aumentati, intasando i Tribunali.

 

E, inoltre, chiara la volontà del Governo di aumentare il tasso di espulsione di migranti irregolari, soggetti che hanno fatto richiesta di asilo politico, poi rigettata, e migranti c.d. economici, ovviamente la grande maggioranza.

 

I punti principali del testo sono sostanzialmente quattro, abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego, abolizione dell’udienza di trattazione, estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari e introduzione del lavoro volontario per i migranti.

 

Nel primo grado di giudizio, davanti al Tribunale, l’attuale “rito sommario di cognizione” sarà sostituito da un rito in camera di consiglio, nel quale il giudice prenderà visione della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale.

La circostanza che la riforma preveda l’assenza di contraddittorio e l’esclusione della possibilità del Giudice di rivolgere domande al richiedente asilo, che ha presentato il ricorso, di fatto svuota molto la funzione di garanzia dell’udienza davanti al Tribunale.

 

Ci si rende conto, evidentemente, del grande numero di richiedenti asilo in Italia (i dati del Ministero dell’Interno parlano di oltre 123mila nel 2016), ma, con tale riforma, si aumenta a dismisura ruolo e responsabilità della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che diventa, quindi, unico organo che può sentire, dalla viva voce del migrante, la sua storia e le ragioni della richiesta.

 

La riforma prevede, inoltre, un allargamento della rete dei centri per il rimpatrio,  Centri di identificazione ed espulsione, che si chiameranno CPR, Centri permanenti per il rimpatrio.

Si passerà da quattro a venti centri, uno in ogni regione, per un totale di 1.600 posti.

 

Anche in questo caso, è prematuro dare un giudizio sulla presente modifica normativa, ma, sembra evidente che vi sarà un importante problema di risorse finanziarie.

Infatti, non sono previste particolari fonti di finanziamento né capitoli di spesa.

 

Si profila, pertanto, il rischio che i CPR divengano luoghi di pseudo detenzione per migranti spesso con gravi problemi di desocializzazione, senza alcuna attività di mediazione culturale e sostegno psicologico.

Si porrà, con tutta probabilità, una problematica cogente di rispetto dei diritti umani.

 

Di fronte alle preoccupazioni espresse da organizzazioni impegnate per la difesa dei diritti umani, il ministro dell’interno Minniti ha assicurato che i nuovi centri saranno contenuti, con una capienza di cento persone al massimo, lontano dalle città e vicino agli aeroporti e, soprattutto, saranno diversi dai vecchi Centri di identificazione ed espulsione.

 

Tutto ciò è auspicabile anche se l’esperienza, alquanto fallimentare, dei CIE, avrebbe dovuto suggerire alla politica una soluzione più coerente, razionale e rispettosa dei diritti umani.

In data 11 aprile, mentre l’aula di Montecitorio dava la fiducia al governo, molte associazioni, come Arci, Acli, Medici senza frontiere, Cgil e partiti, Radicali italiani e Sinistra Italiana, hanno fatto presidio, davanti al Parlamento, per contestare tale legge.

E’ di certo necessario attendere i primi mesi di vigenza della legge per valutarne i risultati.

Ma, in ogni caso, si ritiene che la politica debba affrontare, in modo organico e sollecito, la normativa sull’immigrazione (in primis, relativamente ai c.d. migranti economici), in quanto, riforme come la presente costituiscono, unicamente, toppe disorganiche di una legislazione confusa che non riesce a governare, come dovrebbe, i fisiologici mutamenti epocali.

 

Ilaria Li Vigni

5 giugno 2017