Reato di tortura: soluzione a metà

Reato di tortura: soluzione a metà

 

  

La Camera ha approvato il disegno di legge che introduce il reato di tortura nell’ordinamento italiano con 198 voti favorevoli, 35 contrari e 104 astenuti.

 

Il ddl – di iniziativa parlamentare e a prima firma di Luigi Manconi del Partito Democratico – era stato approvato dal Senato con lo stesso testo lo scorso 17 maggio, e quindi è diventato legge: prevede per i responsabili dai 4 ai 10 anni di carcere, che salgono a un massimo di 12 se a commettere il reato è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei suoi doveri.

 

Il nuovo reato di tortura è previsto dall’articolo 613-bis del codice penale, di cui riportiamo il testo, anche per comprendere quanto si scriverà dopo.

 

«Chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.»

 

La nuova legge vieta inoltre le espulsioni, i respingimenti e le estradizioni quando c’è motivo di credere che nel paese di destinazione la persona sottoposta al provvedimento rischi di subire violazioni “sistematiche e gravi” dei diritti umani.

 

E’ anche previsto l’obbligo di estradizione verso lo stato richiedente dello straniero indagato o condannato per il reato di tortura.

 

Il testo approvato in via definitiva dalla Camera era in discussione dal luglio 2013, quando era arrivato in commissione Giustizia del Senato.

 

Sono stati necessari quattro anni per la sua approvazione e il risultato finale è molto diverso dalla proposta fatta inizialmente da Manconi: già dopo la votazione in Senato dello scorso maggio, il testo era stato criticato da diverse associazioni che si occupano di tortura, come Amnesty International e Antigone.

 

Lo stesso relatore Manconi si era rifiutato di votare il nuovo testo al Senato, sostenendo che le modifiche approvate lasciassero ampi spazi discrezionali perché, ad esempio, il singolo atto di violenza brutale di un pubblico ufficiale su un arrestato potrebbe non essere punito dalla norma così come formulata.

 

Inoltre nel nuovo testo è stato aggiunto che il fatto doveva essere «commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona», insistendo dunque nel limitare la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo.

 

Infine, a tutela delle forze di polizia, era stata confermata l’esclusione dalla legge delle sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti da parte dei pubblici ufficiali.

 

Il dibattito sul reato di tortura ha subìto un’accelerazione nell’aprile 2015, quando la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per la condotta tenuta dalle forze dell’ordine durante l’irruzione alla scuola Diaz al G8 di Genova del 2001, dove secondo i giudici le azioni della polizia ebbero «finalità punitive» con una vera e propria «rappresaglia, per provare l’umiliazione e la sofferenza fisica e morale delle vittime».

 

La Corte parlò quindi di «tortura» e invitò l’Italia a dotarsi di strumenti giuridici in grado di punire adeguatamente i responsabili di atti di tortura o altri maltrattamenti impedendo loro di beneficiare di misure in contraddizione con la giurisprudenza della Corte.

 

Negli ultimi cinque anni, solo per le violenze commesse dalle forze dell’ordine a margine del supervertice genovese, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia cinque volte.

 

E in ogni occasione, con durezza, non ha solo stigmatizzato genericamente l’assenza di un testo che sanzionasse appunto la tortura.

 

Ma ha fornito una serie di prescrizioni – su comportamenti certo potenziali, ma specifici, delle forze dell’ordine – omesse in toto nel provvedimento approvato dalla Camera: dall’imprescrittibilità delle azioni inumane e degradanti alla certezza d’una punizione per i rappresentanti delle Forze dell’Ordine.

 

Strasburgo, per farla breve, di fatto ci impone tali prescrizioni insieme alle sanzioni per l’affaire G8.

 

Ma nella nuova legge, concepita in teoria per evitare altri scivoloni davanti alla Cedu, non ci sono.

 

Su tali basi, si può proporre un paradosso: non v’è dubbio che i fatti di Genova, e i processi sui sanguinari pestaggi alla scuola Diaz e sulle sevizie nella caserma di Bolzaneto, abbiano sempre aleggiato sul confronto parlamentare per l’approvazione della legge.

 

Ma da una parte si sana un ritardo patologico, si colma il gap esistente tra la ratifica delle convenzioni internazionali che prevedono questa fattispecie di addebito, e la sua assenza nel nostro codice penale.

 

E però dall’altro lo si plasma in modo che vicende come la Diaz o Bolzaneto non sarebbero quasi certamente definite torture, a leggere i paletti fissati dalla norma approvata.

 

L’alternativa tra «acute sofferenze fisiche» e «verificabile trauma psichico», requisiti di base per incorrere nel 613 bis, formano un sentiero assai stretto.

 

Esemplificando: o si è feriti in modo molto grave, o deve dimostrarsi certificati alla mano un cronico stress conseguente alle vessazioni subite, altrimenti non può essere dimostrato il reato di tortura anche in presenza d’un trattamento palesemente inumano e degradante.

 

Ecco allora che in una strada del genere, con grande difficoltà avrebbero trovato spazio le contestazioni ai poliziotti protagonisti dei raid di Genova, a parte sparuti casi.

 

Eppure la Corte europea dei diritti dell’uomo ci dice che lì, proprio lì, ci fu chiara tortura.

 

7 luglio 2017

Ilaria Li Vigni

 

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