da “la Repubblica” del 6 Aprile 2014

A Torino le professioniste della legge hanno da poco sorpassato i colleghi uomini: adesso sono in maggioranza e nella città delle “pioniere” Furlan e Guidetti Serra ricoprono anche ruoli di rilievo (benché non ci sia ancora stata una presidente dell’Ordine) Ma i problemi restano, e lo confermano le legali Silvana Fantini, Assunta Confente, Emilia Rossi, Anna Chiusano

SILVANA Fantini ricorda perfettamente: «Parlavo per la prima volta in Assise, dunque ero emozionata. Il giudice Guido Barbaro presiedeva, e continuava a chiamarmi “signora”, e io diventavo ogni volta un po’ più nervosa. Alla fine dell’arringa, mi invitò in camera di consiglio: “Volevo complimentarmi, è stata molto brava”. Lo ringraziai e gli chiesi di chiamarmi avvocato, e lui mi spiegò: “Le signore sono sempre signore, è una forma di rispetto”. Ma io restai ferma sul punto».

“Avvocate” è il titolo del libro di Ilaria Li Vigni (Franco Angeli editore) che si presenta domani alla Fondazione Croce (alle 18 in via Santa Maria 1): ci saranno l’autrice e Emilia Rossi, penalista torinese. Il punto è tutto nel titolo, “Avvocate”, appunto. «Un po’ di tempo fa, proprio a Torino, si è aperto un gruppo su Facebook per discutere del problema — racconta Rossi — Noi chiedevamo di essere chiamate “avvocata”, un termine che deriva dal latino e che anche l’Accademia della Crusca ha riconosciuto. E i colleghi maschi rispondevano, talora in modo un po’ irridente, mentre le donne si dividevano. Io penso che il linguaggio abbia un enorme potere simbolico, e che sia necessario partire anche di qui per ottenere non tanto la parità, quanto la convivenza e il rispetto nella diversità».

Da “signora” a “avvocata”, molta strada è stata fatta nella professione forense in una città, Torino, dove le donne alla guida della Camera Penale sono state già tre (Elena Negri, Silvana Fantini e oggi Anna Chiusano), mentre manca ancora alla serie storica una presidente al vertice dell’Ordine, che tuttavia ha in Michela Malerba il suo autorevole segretario. Due mesi fa, in sordina, è avvenuto il sorpasso: per la prima volta le donne avvocate hanno superato i colleghi maschi iscritti all’Ordine torinese, 2776 contro 2774, questione di incollature, ma pur sempre rilevanti, come ha sottolineato su facebook Assunta Confente: «Siamo in maggioranza». «Trent’ anni fa, quando la mia generazione ha cominciato, era normale venir scambiate per la segretaria — ricorda Confente — Oggi le cose sono cambiate, e la figura femminile è sostenuta da una fiducia e un’autorevolezza molto maggiori. Ma i problemi restano, perché tra i 30 e i 40 anni, l’età in cui si deve investire di più nella professione, molte sono alle prese con la maternità e si auto-limitano». E proprio il penale, il settore dove si difendono omicidi e stupratori, mafiosi e stalker, resta il settore più difficile per le donne. «La staffetta al femminile con Silvana Fantini non è stata difficile per me — ammette Anna Chiuisano, da due anni alla guida della Camera penale torinese che raccoglie oltre 200 colleghi — Ma Torino è una città all’avanguardia e io sono la terza a guidare l’associazione. Ho avuto la grande fortuna di crescere in uno studio romano dove già esercitava Giulia Bongiorno, che a 36 anni discuteva il processo contro Andreotti. Non mi importa essere chiamata avvocata invece di avvocatessa o avvocato, credo che sia questione più di forma che di sostanza. Invece, mi pare che manchi ancora la piena fiducia da parte di quei clienti che devono affrontare un processo importante e dentro di sé temono di essere abbandonati dal difensore donna che ai loro occhi potrebbe avere un’emergenza in famiglia… ». Il risultato? Molte penaliste rinunciano alla famiglia, o abbandonano negli anni cruciali, con la complicità della crisi. E le donne titolari di uno studio non superano il 10 per cento. Racconta Silvana Fantini (la figlia, Valentina Corino, è a sua volta avvocato, ed è bello pensare a una trasmissione matrilineare della professione): «Ho iniziato nel 1978 e eravamo veramente pochissimi, anche se qualcuna, come Liliana Longhetto, aveva già aperto la strada. A renderci visibili sono stati i grandi processi contro la criminalità organizzata, come quello dei Catanesi, oltre 100 imputati. Non so perché quei clienti avessero scelto anche delle donne, immagino si trattasse di una furbizia fatta col pensiero che di fronte a certi reati i giudici avrebbero potuto essere più indulgenti… Sia come sia, quei processi ci hanno fatto uscire dall’oscurità. E dimostrato come difendere un “colletto bianco” sia più difficile di rappresentare un mafioso: il vero maschilismo, allora, era nelle grandi aziende, che mai avrebbero scelto una donna nel processo penale».

«C’è ancora una crisi di rappresentanza nei ruoli apicali della categoria — aggiunge Emilia Rossi — e le donne presidenti di Ordini sono davvero poche. Per questo è importante essere chiamate avvocate: una volta, in udienza, un giudice mi ha chiesto se sulla mia carta intestata non ci fosse un errore. È stato curioso, oltre che bravo, e mi ha dato l’occasione di spiegarmi». Il minimo, nella città di Lidia Poët e di Lina Furlan, le prime donne avvocato, e di Bianca Guidetti Serra, protagonista del processo sulle schedature alla Fiat.