Quel che differenzia un programma culturale da una lista di eventi è un progetto, un discorso “storico”. E il Collegio Nuovo lo fa… da quel dì della fine degli anni Settanta.

«L’incontro di questa sera si inserisce nella linea di quello promosso il dicembre scorso con la giudice Paola Di Nicola del Tribunale di Roma» avverte la Rettrice Paola Bernardi, nell’introdurre Ilaria Li Vigni, “rockstar” (lo dice l’interessata, lo riscontra il pubblico per la sua vivacità sul palco) e Avvocata (con la “a”, sottolinea orgogliosa per la declinazione avallata dalla Crusca), autrice appunto di Avvocate. Sviluppo e affermazione di una professione (FrancoAngeli). Accanto alla penalista Li Vigni, chi ha iniziato la sua carriera di pubblicazioni accademiche con il medesimo Editore milanese: la Professoressa Mariella Magnani, ordinario di Diritto del Lavoro dell’Università di Pavia, che ha all’attivo, a partire dal quel primo volume sulla mobilità interaziendale, numerosi lavori in materia di diritto sindacale, del lavoro e della previdenza sociale. Volumi che si affiancano a responsabilità editoriali assunte negli anni, anche a livello internazionale, e a responsabilità di cariche in diverse Commissioni, tra cui quella del Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Per dire che di professione, oltre ad esercitarla per il Foro di Pavia, se ne intende pure sotto il profilo giuridico, eccome.

Con loro, una professionista del diritto societario, di casa al Collegio Nuovo anche se esercita nel Foro di Milano, città dove vive: l’Alumna Barbara De Muro, che oltre ad essere componente del Consiglio di Amministrazione del Collegio, dalla medesima istituzione ha tratto la sensibilità e la competenza, tutte naturali e implicite nello stile collegiale, per a sua volta assumere la responsabilità di un progetto all’interno di ASLA – Associazione Studi Legali Associati. Un progetto chiamato “Women on Board”: ma di questo, poi.

Torniamo a Ilaria Li Vigni, che al Collegio Nuovo fa tappa dopo un incontro pubblico alla Biblioteca del Senato e prima di una tavola rotonda con… Paola Di Nicola.

Articoli determinativi e declinazioni femminili a parte, sono state davvero significative le ospiti in Collegio nell’ambito giuridico, a partire da Elena Paciotti, nel 1995, prima donna entrata nel Consiglio Superiore della Magistratura e anche Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, per proseguire con Fernanda Contri, nel 1999, prima giudice donna della Corte Costituzionale sino ad arrivare, una dozzina di anni dopo, a Silvana Arbia, Registrar della Corte Penale Internazionale dell’Aja: tutte, come l’Avvocata Li Vigni, Presidente del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Milano, per dare una testimonianza alle studentesse che puntare in alto (e arrivarci), lavorando sodo e non tirandosi indietro, si può. Pavia peraltro può vantare il primato di avere due donne laureate in Giurisprudenza ai vertici delle principali istituzioni statali: la Prefettura, con Peg Strano e la Questura con Ivana Petricca, presente nel pubblico all’incontro accreditato dall’Ordine degli Avvocati di Pavia. Un Ordine, va ricordato, presieduto da Roberto Ianco e che annovera tra i Consiglieri Cinzia Lucconi (con lei, si arriva a un terzo di presenza femminile in Consiglio).

                 

Precisazione che non suoni pedante, perché è proprio dai numeri che Ilaria Li Vigni parte, per dare un quadro della situazione attuale. Se infatti le avvocate sono arrivate al 46% di presenza nell’albo professionale, ben diverse sono le percentuali quando si parla di rappresentanza nelle istituzioni forensi: 15 Presidenti donne su 165 Ordini forensi e solo 2 Consigliere su 26 al Consiglio Nazionale Forense. Il volume di Li Vigni si chiude con una ricca serie di interviste che, come dice bene l’autrice, sono «lo svolgimento del numero».

Anche l’incontro polifonico in Collegio è lo svolgimento di quei numeri, come testimoniano i numerosi interventi dal pubblico, a partire dalla

candidata “sindaca” Cristina Niutta che, pur contro il parere di molti suoi sostenitori, ha voluto declinare al femminile anche la carica per cui compete.

Partendo dalla consapevolezza dell’importanza dell’introduzione delle quote di genere (per qualcuna, obtorto collo) promossa dalla Legge Golfo-Mosca, Li Vigni maliziosamente avverte, in risposta all’intervento dell’Alumna e collega Helga Zanotti: «Si parla di genere meno rappresentato, chissà che nel tempo le cose non cambino e se ne avvantaggino anche gli uomini».

Prima di allora, c’è un grosso lavoro da fare per tutti, avvocati e avvocate: ridisegnare, anzi riqualificare, il loro ruolo, in un mercato confuso, come quello italiano in cui il rapporto tra avvocati e popolazione è 1:200, una sproporzione, con numeri ben inferiori, peraltro persino già avvertita negli anni Venti del secolo scorso da Piero Calamandrei con la pubblicazione dell’opuscolo Troppi avvocati.

Per la donna il discorso del ruolo (la prima delle tre R di cui parla Li Vigni) è ancora più forte, proprio per una sorta di “presunzione di competenza”, secondo la felice definizione della sociologa Mirella Giannini, collega di Li Vigni che collabora con l’Università di Milano nell’ambito della Sociologia del diritto e del lavoro.

Alla donna, infatti, è associata l’idea di “cura”: una idea ambivalente, che se da una parte esalta prerogative che possono dare un valore aggiunto all’esercizio della professione, dall’altra possono orientare preventivamente (quindi proprio per “presunzione” e secondo un meccanismo di “segregazione orizzontale”) le donne verso un settore del diritto (diritto di famiglia, tutela dei minori…) piuttosto che un altro (diritto societario, bancario….). Di più, sempre l’idea della cura, quasi introiettata nell’universo femminile, porta a esercitare la professione pensando all’assistito più in termini di persona che di cliente. Questo può certamente dare una marcia in più, ma è altrettanto pericoloso proprio se si pensa alla seconda delle R esaminate da Li Vigni: reddito.

Il reddito, per le donne, come rileva anche la Professoressa Magnani, ne soffre sensibilmente: le donne avvocato guadagnano meno rispetto agli uomini (il divario sembra attestarsi addirittura sulla metà). Questo è dovuto da una parte proprio perché impiegate in settori meno remunerativi – per cui si veda la segregazione di cui sopra – e dall’altra perché faticano a chiedere il compenso ai propri assistiti che prendono in carico… di cura ((Women don’t ask, era il titolo di un bestseller di qualche anno fa). Mormorii dalla platea sembrano non considerare remota anche questa seconda ipotesi, mentre Li Vigni ammonisce: «La “passione” per il proprio lavoro va legata al “profitto”: il cliente non va curato, va accompagnato»; allo stesso modo, riferendosi all’intervista a Paola Severino (primo Guardasigilli donna), ne ricorda una delle prime soddisfazioni da avvocato “titolare” di uno studio, quella di poter pagare i suoi collaboratori.

Il vero vulnus, tuttavia, resta la terza R, quella della rappresentanza. Se è passato oltre un secolo dalla sentenza (da non dimenticare, come riportata nella postfazione di Celestina Tinelli) con cui il Tribunale di Torino respinse la richiesta di Lidia Poët di esser iscritta all’Albo degli Avvocati (ma lei poi, a 65 anni, la spuntò!), e se è passato poco più di mezzo secolo dall’ammissione delle donne alla magistratura, di strada, abbiamo visto, ne resta ancora da fare.

In tutte le stanze dei bottoni, precisa Mariella Magnani, che ricorda però che la recente (2013) obbligatorietà della costituzione di Comitati di Pari Opportunità (CPO) nei Consigli dell’Ordine può portare ad alcuni risultati. Ne è esempio il precedente Protocollo di intesa con il Tribunale di Milano, il primo ad ampio raggio con tutti gli uffici giudiziari e amministrativi (2011), con cui si dispone che l’organizzazione dell’attività forense si impegna a

“tutelare la genitorialità”, il che può costituire “motivo di rinvio

dell’udienza o di trattazione del processo ad orario specifico”. Ilaria Li Vigni è un esempio di rappresentanza in diversi CPO, anche nel Consiglio Nazionale Forense. Da quella posizione e facendo rete può certamente contribuire alla messa in campo di strategie per l’investimento delle donne in rappresentanza, innescando un circuito virtuoso per cui quel 46% di presenza effettiva in un ruolo (riqualificato) dell’avvocatura generi percentuali migliori anche a livello di rappresentanza.

Per ottenere tale incremento qualitativo e quantitativo, tutte sono consapevoli dell’importanza di saper fare rete. Su questo è positiva Barbara De Muro, consigliere di ASLA, che annovera quasi un centinaio di “boutique del diritto” nazionali con forma associata, e responsabile di “Women on

Board”, progetto che si ispira all’iniziativa di Professional Women

Association, Fondazione Bellisario e Valore D: “Ready-for-Board Women”. Se quest’ultima iniziativa intende, dal 2009, stilare e aggiornare una lista di curricula eccellenti di donne che possono entrare nelle stanze dei bottoni, “Women on Board”, esamina, fra l’altro, la collocazione gerarchica delle donne negli studi legali associati. Il risultato, ora, è una piramide che inizia con una base rosa e vira verso la punta con una sfumatura decisamente sempre più azzurra. Da stagisti a partner la strada è lunga, il discrimine più netto si avverte nel passaggio a Equity Partner, laddove partecipano agli utili.

Tuttavia, la slide con i volti luminosi di numerose donne di ASLA sembra

promettere uno stile nuovo di leadership che alla capacità di analisi unisce la sensibilità per il clima organizzativo, punti di forza delle donne, sottolinea De Muro in risposta a una sollecitazione della collega Alessandra Rosa. Uno stile che con la determinazione e il sorriso trova modo di tenere insieme passioni per gli interessi più diversi e famiglie impegnative, dribbla piramidi e triangoli delle Bermuda. E, una volta al vertice, o comunque più

in alto, non si arrocca, ma è capace, come incoraggiava Fernanda Contri nel ricordo di Zanotti quando era studentessa in Collegio, di “rimandare indietro l’ascensore”.

Avanti il prossimo. Pardon, la prossima, dunque.

Sul palco del Collegio Nuovo, per cominciare, quella sera, ma non solo, non sono mancate molte Alumnae. E Pavia (dove si è laureata in Italia la prima donna in Giurisprudenza, ricorda la Rettrice), può essere un buon punto di partenza, e, magari anche di ritorno. Ilaria Li Vigni intanto ce l’ha promesso: tornerò.

 

Saskia Avalle
Coordinatrice Attività Culturali e Accademiche
Collegio Nuovo – Fondazione Sandra e Enea Mattei