da MAG n°72 del 16 Gennaio 2017 – pag. 84-89

Ilaria Li Vigni racconta a MAG il suo ultimo lavoro che ha indagato le nuove forme di discriminazione professionale. Persiste il fenomeno della disparità reddituale

di SILVIA PASQUALOTTO
Chi sono le penaliste del terzo millennio? E quanto sono cambiate rispetto alle prime avvocate che, agli inizi del Novecento, “osarono” avvicinarsi a una professione fino a quel momento riservata agli uomini? Le risposte a queste -e a molte altre domande- si trovano nel nuovo libro dell’avvocata milanese Ilaria Li VigniPenaliste nel Terzo Millennio.
Il saggio è l’ultimo di una trilogia -composta da Avvocate. Sviluppo e affermazione di una professione e da Avvocate negli studi associati e giuriste di impresa– attraverso la quale l’autrice ha tentato di fare il punto sulla presenza delle donne nelle professioni legali. Una presenza che è cresciuta molto negli ultimi anni e che tuttavia presenta ancora delle zone d’ombra come la quasi impossibilità di arrivare ai vertici degli studi legali, o di conciliare davvero vita privata e carriera. Ilaria Li Vigni ha provato a capire come stanno davvero le cose nel settore penale intervistando alcune colleghe e coinvolgendo le iscritte alla Commissione pari opportunità dell’Unione delle Camere Penali in un questionario sul tema.

 

Ci sono specializzazioni legali nelle quali la parità numerica è stata raggiunta. Quale è la situazione nel settore penale?

L’avvocatura, dagli anni ’90 in poi, si è molto femminilizzata e le avvocate iscritte agli Ordini sono oggi tante quante gli avvocati. Tuttavia il diritto penale continua a essere la frontiera più difficile perché è sempre stata una specializzazione maschile. Le avvocate sono molto presenti negli studi legali multidisciplinari, ma ancora poche sono le titolari di studio, soprattutto nel settore penale, appunto.

 

Per quale motivo?

Penso che molto sia dovuto al fatto che la nostra professione implica un impegno totalizzante, in termini di tempo e dedizione personale. L’assistenza del cliente, più che in altre specializzazioni, richiede infatti un rapporto personale e un costante intuitu personae. Inoltre, chi tratta il penale ha spesso a che fare con assistiti in stato di detenzione, cosa che comporta maggiore impegno e responsabilità.

 

Incide anche una qualche forma di discriminazione?

Non ritengo che ci sia più una discriminazione basata sul solo fatto di essere donna. Permane, però, una forma di discriminazione meno evidente e tuttavia non meno dannosa che riguarda le materie di cui si occupano le avvocate penaliste.

 

A cosa si riferisce?

Mi riferisco al fatto che la maggior parte delle penaliste si occupa di reati contro la persona e in cui, molto spesso, sia gli imputati sia le persone offese sono in difficoltà economica, magari impoveriti anche dai fatti per cui vi è il processo. I reati contro la Pubblica amministrazione, gli illeciti di colpa professionale, i reati societari, tributari e finanziari, sono invece spesso appannaggio dei penalisti. Va da sé che si tratta di illeciti di natura professionale, in cui gli imputati hanno buone possibilità economiche anche per remunerare il professionista.

 

Che cosa è risultato dal questionario diffuso alle proprie iscritte dalla Commissione pari opportunità dell’Unione delle Camere Penali nel 2016?

Il questionario ci ha fornito la conferma di alcune nostre supposizioni come quella appena enunciata. Molte penaliste, infatti, hanno dichiarato che certi ambiti del diritto penale sono loro preclusi in quanto donne. Ma un altro dato interessante è quello sulla disparità reddituale.

 

Che cosa è emerso?

È emerso che, nonostante la professione di penalista si svolge in primis per passione, la stessa deve anche essere accompagnata da una soddisfazione economica. Solo così può infatti instaurarsi quel “circolo virtuoso” che spinge le avvocate ad assumersi nuove responsabilità e migliorando il proprio standard professionale.

 

Esiste una differenza reddituale anche tra le penaliste?

Esiste, eccome, e gli esiti del questionario ce ne hanno dato conferma. Pensi che, a domanda diretta, emerge un pay gap rispetto ai penalisti di oltre il 50%. Alcuni numeri rendono bene l’idea: il 40,3% delle intervistate dichiara un reddito annuo fino a 20.000 euro, e il 46,3% delle stesse un reddito fra i 20.000 ed i 50.000 euro. La maggior parte di penaliste (86,6%) ha un reddito imponibile inferiore ai 50.000 euro. Credo che tali dati parlino chiaro sullo stato di crisi in cui versa l’avvocatura penale.

 

Quali sono le cause?

Incide molto il fatto che i penalisti, come si diceva, si occupino di materie più redditizie. Ma c’è anche un’altra ragione, di natura direi psicologica. Si tratta della difficoltà, evidenziata da molte avvocate, a farsi remunerare in giusta misura e a evitare di avere nei confronti del cliente un approccio quasi più di cura che professionale. Una situazione che crea un circolo vizioso che genera, da un lato, una scarsa autostima nelle professioniste, e dall’altro toglie loro il coraggio di chiedere un equo pagamento.

 

Come si risolve questo problema?

Una soluzione è quella proposta dall’Ordine Avvocati di Milano, attraverso il Comitato pari opportunità che da alcuni anni organizza corsi di leadership per avvocate per aiutarle ad avere un rapporto paritario con i colleghi, con i magistrati e, soprattutto, con i clienti.

 

Difficoltà a farsi pagare, una professione che assorbe totalmente: come si concilia tutto questo con il desiderio di avere anche una famiglia?

Si concilia poco e male, soprattutto in uno Stato come il nostro dove il welfare molto spesso è costituito dai parenti. Le penaliste intervistate hanno infatti parlato quasi tutte delle loro difficoltà a coniugare la vita professionale con la famiglia o con la scelta di essere madre.

 

Sono molte le colleghe con figli?

In realtà no, il questionario mostra una minoranza numerica di penaliste con figli. E, in genere, chi ne ha, si ferma a uno.

 

È colpa solo del poco tempo secondo lei?

No. Per alcune non avere figli è stata una scelta come dimostra il gran numero di avvocate che hanno parlato della professione come di una grande fonte di soddisfazione. È pur vero che sulla scelta di essere madri, ma anche padri, incide l’organizzazione e i tempi di una professione che non è mai stata a misura della genitorialità.

 

A cosa si riferisce?

Penso, ad esempio, al fatto che non è possibile ottenere il rinvio di un’udienza se si è in maternità. Si tratta di un’indebita disparità di trattamento tra dipendenti e liberi professionisti in un ambito, come il diritto alla genitorialità, tutelato dalla Costituzione sia da un punto di vista della salute sia da un punto di vista dell’espressione della personalità.

 

I tempi potrebbero essere maturi per un cambiamento?

Io ne sono sicura. E infatti, con i componenti della Commissione pari opportunità delle Camere Penali Italiane, abbiamo presentato una proposta di legge per introdurre il legittimo impedimento dell’avvocata nel processo penale.

 

IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO PER MATERNITÀ: DI CHE COSA SI TRATTA?

«A settembre 2016, dopo varie proposte di legge presentate negli anni scorsi rimaste inevase, è stata presentata alla Camera, d’iniziativa delle onorevoli Rossomando e Amoddio, la proposta di legge n. AC 4058 denominata “Modifica all’articolo 420 ter del codice di procedura penale in materia di legittimo impedimento dell’avvocata nel periodo di maternità. Tale progetto normativo – spiega Ilaria Li Vigni – propone l’aggiunta, all’articolo 420 ter codice di procedura penale (impedimento a comparire dell’imputato e del difensore), di alcuni commi che estendano la normativa al legittimo impedimento dell’avvocata al periodo di maternità nei due mesi antecedenti e nei mesi successivi al parto. Lo stato di gravidanza deve essere, ovviamente, documentato con certificazione del medico da depositare tempestivamente al giudice. In tale caso il giudice, su richiesta del difensore, rinvia il processo ad altra udienza, tenendo conto della scadenza naturale dell’impedimento del difensore e comunque non oltre trenta giorni rispetto alla data di cessazione dell’impedimento medesimo. Si auspica che tale proposta di legge abbia il giusto iter parlamentare e sancisca il sacrosanto e pieno diritto della professionista ad essere avvocata e madre nel pieno delle proprie prerogative».